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L'opinione

La libertà va difesa anche lontano dai consensi

Le piazze si riempiono per Gaza e non per l'Iran, il Sudan o l'Etiopia – Perché?
Fabio Regazzi
28.02.2026 18:00

Nell’editoriale «Kyiv, Teheran, Lai. Libertà rimosse che valgono più di Pucci» apparso sul «Il Foglio», il direttore Claudio Cerasa coglie un punto essenziale: in Italia, ma il discorso potrebbe essere esteso ad altri Paesi, la difesa della libertà è diventata una disciplina selettiva. Ci si mobilita con grande fervore quando il bersaglio è vicino, mediatico, simbolico; molto meno quando la libertà viene calpestata in modo almeno altrettanto brutale e lontano dai riflettori.

Le piazze italiane si riempiono - spesso con toni esasperati, talvolta con derive violente - per Gaza. Si organizzano cortei, sit-in, scioperi e perfino flottiglie. Intendiamoci: è legittimo manifestare per una popolazione colpita dalla guerra. Ma colpisce il silenzio quasi assoluto su altre tragedie non meno cruente: la repressione feroce in Iran contro gli oppositori del regime; le condanne e le frustate inflitte a dissidenti e attiviste; le stragi dimenticate in Sudan, in Etiopia e in vaste aree dell’Africa subsahariana, dove migliaia di civili - spesso cristiani - vengono massacrati da milizie jihadiste. Per questi e altri drammi non si vedono cortei oceanici né scioperi generali: un silenzio assordante. Non è una gara del dolore. È una questione di coerenza. Se la libertà è un valore universale, non può diventare un’arma politica da usare in modo selettivo solo contro il nemico ideologico del momento. Come ricordava George Orwell, «la libertà è il diritto di dire alla gente ciò che non vuol sentirsi dire». Difenderla davvero significa applicare lo stesso metro anche quando è scomodo, anche quando non porta consenso, anche quando obbliga a prendere posizione contro regimi che non coincidono con la propria narrazione.

Un discorso analogo vale anche per il Ticino. Gli ambienti della sinistra nostrana scendono in piazza quasi esclusivamente contro Israele o contro una presunta «deriva fascista» interna che, nei fatti, non trova riscontro nelle istituzioni democratiche svizzere. Tacciono però su regimi che incarcerano, torturano e uccidono gli oppositori. E quando manifestano, non di rado si registrano episodi di violenza contro la polizia, come accaduto a Berna e Ginevra, e in parte anche a Lugano. È questo il modo di difendere i diritti?

Il rischio, oggi, non è una fantomatica dittatura alle porte, ma la radicalizzazione di minoranze ideologiche presenti soprattutto nella sinistra che alimentano uno scontro permanente, delegittimando le istituzioni e banalizzando le vere emergenze globali. Difendere la libertà significa avere il coraggio di farlo sempre, anche quando non conviene, anche quando non porta consenso, anche quando il bersaglio non coincide con le proprie convinzioni politiche o ideologiche.

Altrimenti la libertà diventa uno strumento a geometria variabile: inflessibile con le democrazie, indulgente con le autocrazie. E questo, più che un impegno civile, somiglia a una comoda ipocrisia.

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