La religione è sempre più strumentalizzata

Questa settimana vorrei iniziare la rubrica partendo da una domanda: come è cambiato il legame tra religione e politica? Nel dibattito pubblico contemporaneo, il rapporto tra religione e politica torna a imporsi con forza, anche alla luce delle dinamiche internazionali. Storicamente, l’appartenenza religiosa ha rappresentato un fattore determinante nelle scelte elettorali, nel XX secolo comunità confessionali coese tendevano a esprimere orientamenti politici relativamente omogenei. Oggi, tuttavia, questo legame appare più fluido.
In Svizzera, Paese segnato da una tradizione di pluralismo religioso e da un forte federalismo, l’influenza diretta delle istituzioni religiose sul voto si è progressivamente attenuata. Un po’ ovunque nelle nostre democrazie, oggi, valori e identità culturali di matrice religiosa continuano ad avere un’influenza, ma indiretta e spesso legata a temi sensibili come immigrazione, famiglia e bioetica, più che un voto «di fede» emerge sempre più un voto «di valori», dove la religione sopravvive come riferimento culturale piuttosto che come reale guida normativa.
Un tema che dovremmo oggi affrontare maggiormente è quello della strumentalizzazione della religione nella politica globale. Parallelamente al declino dell’appartenenza religiosa tradizionale, si osserva un fenomeno opposto, ovvero la crescente strumentalizzazione della religione da parte della politica. In diversi contesti internazionali, leader e movimenti utilizzano simboli e linguaggi religiosi per rafforzare la propria legittimità e mobilitare consenso. La religione diventa così un potente strumento retorico, capace di semplificare conflitti complessi in narrazioni identitarie. Anche in Europa, e in misura più sfumata in Svizzera, il richiamo alle «radici cristiane» viene talvolta impiegato per definire confini culturali e politici, più che per promuovere contenuti spirituali. Questo uso selettivo e strategico della religione rischia di svuotarne il significato, trasformandola in un marcatore identitario piuttosto che in una fonte di valori condivisi.
L’ascesa della politica identitaria negli ultimi anni sta colmando un vuoto religioso. Un altro elemento centrale è il progressivo svuotamento delle pratiche religiose tradizionali, soprattutto nelle società occidentali. Questo vuoto non resta però privo di conseguenze, in molti casi viene colmato da nuove forme di appartenenza, spesso di natura politica e identitaria. La politica tende così a caricarsi di significati quasi «religiosi», offrendo senso di appartenenza e visioni del mondo totalizzanti.
In Svizzera, questo fenomeno si manifesta in modo meno polarizzato rispetto ad altri Paesi, ma non è assente. Non si può non osservare come il dibattito pubblico mostri segnali di crescente contrapposizione simbolica e culturale. In questo scenario, la sfida consiste nel distinguere tra legittima espressione di valori e uso strumentale dell’identità. Comprendere il ruolo della religione oggi significa quindi interrogarsi non solo sulla sua presenza, ma anche sulle sue trasformazioni e sulle sue assenze. È proprio in questi spazi vuoti che la politica contemporanea sembra trovare nuove, e talvolta inquietanti, forme di energia.

