La storia

La sindrome favolosa di Giulia

Sempre più donne in Ticino scoprono da adulte di rientrare nello spettro autistico – E può essere una svolta
© CdT / Gabriele Putzu
Davide Illarietti
06.04.2026 10:35

I supereroi osservano con complicità Giulia Fontana dall’alto degli scaffali, mentre è piegata a dipingere un quadrante d’orologio alla scrivania, nella solitudine della sua mansarda nel quartiere di Besso.

Solitudine si fa per dire.

C’è Venom, il nemico di Spiderman, un’eroina manga armata di spada e una sfilza di altre statuette colorate e curate nei minimi particolari.

La minuziosità è uno dei super-poteri che Giulia ha fin da quando era piccolissima, solo che - succede in molte storie della Marvel - ci ha messo un po’ a capire come usarlo: per molto tempo si è sentita soltanto diversa dagli altri. «Capivo di avere qualcosa che non andava» La risposta a una domanda delicata - cosa pensavi di te stessa prima della diagnosi - è diretta, intensa. Giulia Fontana ha scoperto di essere nello spettro autistico solo a 26 anni, quando era all’università: come molte protagoniste dei suoi amati fumetti, è cresciuta confrontandosi con incomprensioni e cercando il proprio posto nel mondo.

«A volte lasciavo perplessi gli altri con la mia timidezza, i miei compagni di scuola, ad esempio, che tendevano a rifiutarmi - racconta - e non capivo il motivo».

In Ticino si stima vivano circa 2000 persone nello spettro autistico e tutte hanno dei super- poteri più o meno segreti: altrimenti non sarebbero sopravvissute in una società che per quanto si sforzi di includere - sa ancora essere tristemente spietata. Non tutti però sanno dipingere un ramo di ciliegio in fiore su una superficie di tre centimetri quadrati, con i petali che si staccano come fossero veri.

L’arte di scoprire sé stessi

Le doti artistiche sono state diagnosticate a Giulia in realtà molto tempo prima della sua neurodivergenza ossia più o meno all’età di sei anni: era incredibilmente brava a disegnare. Una maestra delle elementari a Ginevra, dove all’epoca viveva, un giorno notò un disegno che la bambina aveva realizzato al rientro da una gita scolastica.

«Erano andati a vedere una mostra di arte indiana e lei era rimasta colpita dalle miniature» ricorda il padre Pio Eugenio. «La maestra mi mostrò il disegno: aveva riprodotto con incredibile precisione un cavaliere in miniatura ». Un guerriero su un cavallo nell’atto di impennarsi, precisa Giulia, con quella cura per il dettaglio che la caratterizza anche nel linguaggio.

«Mi avevano colpito soprattutto i ricami delle bardature del cavallo» racconta. La memoria fotografica anche a distanza di anni - ne sono passati venti - è un altro tratto che la caratterizza. In qualche modo ne ha fatto un lavoro. Immortalare immagini del passato o del presente e consegnarle al futuro, sottraendole al tempo che scorre nelle lancette, è il significato profondo dell’arte di incidere orologi a mano: viene praticata in pochissimi posti in Svizzera, e in Ticino ormai soltanto nella cameretta della sua mansarda a Besso.

Il laboratorio domestico

Entrare nel laboratorio orologiero di Giulia è un’esperienza strana: vuol dire entrare nella sua vita. È impossibile scinderla dalla sua arte, come è impossibile osservare i suoi attrezzi di lavoro senza notare i fumetti alle pareti, le statuette dei supereroi, le foto di famiglia. O il grande boa constrictor imperator che sonnecchia dietro una teca.

«Come stai Sibilina? Vuoi uscire? È timida come me».

Parlare con i serpenti è una dote associata nell’immaginario alla magia (lo faceva anche Harry Potter) ma Giulia ha un rapporto speciale con tutti gli animali - «tranne le zanzare» - forse per reazione alla bestialità degli uomini. Un altro suo caro amico è un corvo , che ogni mattina viene a visitarla sul balcone della mansarda.

Animali fantastici o reali sono, non a caso, spesso oggetto dei suoi disegni. Due anni fa l’idea di creare un marchio di orologi venne a suo padre, Eugenio Fontana, proprio pensando alla capacità della figlia di concentrare universi di immagini in piccolissimi spazi.

«Le chiesi per prova di disegnarmi l’onda di Hokusai su un quadrante - racconta Eugenio Ho sempre ammirato la sua precisione nel disegno ma quella volta mi stupì. Era perfetta».

Due ectoplasmi, vicini ma lontani

È iniziata così un’avventura padre-figlia, una micro-ditta familiare a kilometro zero - gli orologi Fontana vengono progettati a Lugano e prodotti a Chiasso, presso un terzista - che per entrambi rappresenta una svolta in un mondo sconosciuto. Eugenio Fontana è medico geriatra alla clinica Moncucco, ma nel tempo libero ha cominciato a studiare l’arte orologiera con approccio tecnico-scientifico.

«Gli orologi mi sono sempre piaciuti, anche per il loro valore storico e affettivo. Ma quando li ho aperti per capirne i meccanismi è nata in me una passione nuova - racconta -. Sezionarli e costruirli è diventato con il tempo più di un hobby ma un vero e proprio secondo lavoro».

Giulia invece si occupa della parte artistica, si confronta con i clienti elaborando insieme a loro, ogni volta, un progetto su misura che si esprime in immagini personali, simboliche, ognuna unica nel suo genere. Raccogliere emozioni e storie di vita per condensarle in un riquadro di due centimetri è una sfida empatica, che mette alla prova i limiti preconcetti (i pregiudizi) dell’autismo e della sindrome di Asperger.

È un esercizio molto benefico e un’occasione straordinaria per entrare in contatto profondo con gli altri» racconta. «Ascoltiamo le loro storie: a volte arrivano con un’idea, altre volte nasce tutto dal dialogo. Quando accade, è il momento più bello».

Due ectoplasmi che si fondono meravigliosamente l’uno nell’altro, sotto la lampada della scrivania, simboleggiano un malato e la persona che l’ha curato, ad esempio, una storia d’amore nata dalla sofferenza.

Giulia e il serpente Sibilia guardano l’immagine con soddisfazione, o almeno sembra: a tratti, hanno la stessa espressione imperscrutabile. Tra le persone con sindrome di Asperger e il resto del mondo c’è una distanza che è difficile colmare, per quanto ci si sforzi da entrambi le parti.

Trucchi per sopravvivere

Giulia ha fatto la sua parte. I contesti rumorosi le provocano sonnolenza - «sbadiglio anche con dieci caffè» - e non entrerà mai più in una discoteca: per lei è una tortura. La vita sociale le costa spesso forti emicranie, ma cerca di parteciparvi il più possibile perché, capisce, rifiutare sempre gli inviti può risultare scortese. Suo fratello le ha regalato dei tappi per le orecchie, un trucco che l’aiuta molto.

La diagnosi ha chiarito - a lei e agli altri - che non si trattava di stranezze o capricci. Ma non ha risolto tutte le incomprensioni. «Io sono sempre disposta a parlare della neurodivergenza, a rispondere a qualsiasi domanda» dice. «Le persone oggi sono più informate, ma non sempre questo si traduce in una reale comprensione».

Barriere previste e impreviste

Giulia non si è mai tirata indietro: ha fatto ogni genere di esperienza e di lavoro, dalla lavapiatti a Lugano all’insegnante di disegno in una scuola americana, ha studiato a Cambridge e ha imparato il giapponese a Tokyo - la cultura nipponica del rispetto e del silenzio le è risultata incomparabilmente confortante - ha dato lezioni private in giro per il Ticino, e per un certo periodo ha sognato di percorrere la strada dell’insegnamento. Gli ostacoli maggiori li ha incontrati spesso dove meno ci s’immaginerebbe.

«Non si può mai dire. Mi è capitato di sentirmi accolta e valorizzata in contesti inaspettati, come lavorando nella cucina di un albergo, che è stata per me una grande palestra di socializzazione. Altre volte invece mi è capitato di incontrare ostacoli proprio dove ci si aspetterebbe maggiore apertura, come ad esempio nel mondo della scuola ».

Certo che noi «normodotati» siamo strani, viene da pensare (ma l’espressione di Giulia è di nuovo imperturbabile, superiore). Ci vuole un superpotere per capire che le differenze sono la vera normalità?

Il serpente Sibilia socchiude gli occhi e scompare nella teca. I supereroi sugli scaffali si chiudono in un rigoroso silenzio. Gli orologi sul tavolo di Giulia segnano l’ora, si spera, di una svolta non più procrastinabile.

Il 2 aprile (giovedì) in occasione della Giornata mondiale sulla consapevolezza dell’autismo, è stata inaugurata a Bellinzona la mostra fotografica «30’+Sguardi», realizzata dalla Fondazione Ares in collaborazione con l’agenzia fotografica Contrasto, e con il sostegno dell’associazione delle famiglie Autismo Svizzera. Visitabile in Piazza Nosetto e Piazza Collegiata fino al 20 aprile 2026, la mostra celebra i trent’anni della Fondazione e ha visto il coinvolgimento diretto anche di collaboratori e fotografi nello spettro dell’autismo. Ingresso gratuito, prenotazione gradita.
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