La storia di un tumore su 371, in Ticino

L’ultima volta che incontriamo Roberta è a settembre: sorridente sulla spiaggia nel parco di Figino, dove è cresciuta. Non può ancora fare il bagno ma è contenta di godersi il fresco. Ha fatto l’operazione: rispetto a quando l’abbiamo conosciuta, a luglio, il peggio è passato e si vede.
La scoperta
La scoperta di un tumore è l’inizio di un percorso difficile e incerto, una navigazione a vista che l’hanno scorso hanno intrapreso 371 donne in Ticino: Roberta Giani, 55 anni, responsabile del centro di Claro della fondazione Madonna di Re, è stata non ufficialmente la numero 372 .
«Sentivo che c’era qualcosa ma dagli esami non risultava ancora».
Una mammografia periodica (la terza), la visita ginecologica: niente.
«Il seno si era fatto gonfio e duro, ho iniziato ad avere delle perdite».
La diagnosi è arrivata ai primi di gennaio, dieci mesi fa. Era grosso cinque centimetri.

Il calvario
Roberta è una donna energica e vivace. Sulla soglia di casa a Casoro mostra lo stesso sorriso che avrà tutte le volte che la incontreremo, nel pezzo di viaggio che ha deciso di fare con Corriere Weekend: per mostrare cosa vuol dire seguire un percorso di cura, e anche che - in fondo - non c’è niente di cui vergognarsi.
Dietro il sorriso comunque questa volta c’è ancora molta preoccupazione. Il tumore è sempre dentro di lei: è diminuito di dimensioni rispetto all’inizio (3,5 centimetri) ma non basta per procedere all’asportazione. Ha fatto una seduta di chemio il giorno prima.
«Sono relativamente in forma, è per via degli antidolorifici».
Domani sarà il giorno peggiore. Oggi approfitta delle energie per mostrare la sua nuova attività: crea piccoli manufatti di carta in un laboratorio che si è costruita in casa. E ci racconta come è arrivata fin qui.
La vita di prima
In fondo il bricolage è sempre stata la sua cura: solo che prima il paziente non era lei. Per trent’anni ha lavorato come educatrice alla fondazione Madonna di Re, dove gli utenti con disabilità hanno imparato con lei che l’arte è, in fondo, una terapia del dolore.
«Sono stati loro a insegnarmi la resilienza e a prepararmi, senza saperlo, a quello che mi aspettava: non li ringrazierò mai abbastanza».

Dopo avere lavorato nell’atelier artistico dell’istituto fondato da Don Giovanni Colombo («un secondo padre per me») Roberta diventa prima coordinatrice della sede di Piotta, poi di Claro, le responsabilità si sommano alla fatica del pendolarismo: diventa forse troppo.
«Avrei potuto cogliere dei segnali. Prendermi più cura di me. Sono pensieri che vengono, ma è facile parlare a posteriori».
La verità è che Roberta ha fatto una vita bella e normalissima finché il dolore non è toccato a lei, come la maggior parte delle 371 donne ticinesi ammalatesi di cancro al seno l’anno scorso, le 1.854 dei cinque anni precedenti, le 8.344 degli ultimi venticinque anni.
Due su cento
Prima ancora del dolore, in realtà, è arrivata la paura. Giustificata. Secondo il Registro Cantone dei Tumori - l’ente che ha convocato Roberta per la mammografia periodica e che tiene la statistica dei casi - circa il 20 per cento delle diagnosi di tumore al seno registrate ogni anno in Ticino sono l’inizio della fine.
C’è un dato più rassicurante: per i tumori scoperti in stadio precoce (sotto i due centimetri) la percentuale di sopravvivenza a cinque anni dalla diagnosi è molto superiore, vicino al 98 per cento. Ma si sa come funzionano le statistiche: si possono sempre rigirare. Di fatto in Ticino ogni anno 65-70 donne muoiono di tumore al seno. La buona notizia per Roberta è arrivata dagli esami successivi (linfonodi e PET) che hanno escluso la presenza di metastasi. Può ancora sorridere.
Un’estate da incubo
Nei giorni successivi alla seduta di chemio le cose vanno come previsto. Dai messaggi di Roberta traspare la fatica.
«Sempre stanca ma tranquilla, ora mi devo riposare».
La cosa che le pesa di più è il caldo - siamo nei giorni della canicola - e non poter rinfrescarsi al lago. Per fortuna nel nucleo di Casoro i muri sono spessi e le case si fanno ombra a vicenda. Ro berta si divide tra la sua e quella degli anziani genitori, a Campagnora, cui tocca di nuovo prendersi cura di lei, nonostante l’età e gli acciacchi.
«Non è facile per nessuno. Gli equilibri saltano, ci si ritrova all’improvviso fragili, ci si sente un peso per gli altri».
Il lavoro è un altro pensiero: i sei mesi di malattia sono ormai scaduti, se non lavorasse nel settore para-pubblico Roberta rischierebbe di fare anche i conti con un licenziamento, a metà terapia, come tante sue compagne di sventura.
«Mi rendo conto di essere fortunata. Non so però quale sarà il mio futuro, se potrò tornare a fare quello che facevo prima».
Il mal comune
Alla clinica Sant’Anna il gruppo di mutuo aiuto per le donne con tumore al seno si tiene una volta al mese. Roberta partecipa assieme a una dozzina di altre pazienti. C’è chi è all’inizio della chemio, chi non deve farla, chi porta la parrucca e chi, come lei, non si fa problemi.
«Non ho niente da nascondere. Per me è un bel momento di confronto».
Bere un caffè insieme - l’iniziativa si chiama Pink Coffee - è un’occasione per tirare fuori i propri vissuti, anche sfogarsi.
«Parlare con persone che stanno attraversando esperienze simili è di grande supporto al percorso terapeutico» spiega la coordinatrice Erna Ramelli, infermiera specializzata in senologia.Alla Sant’Anna, nel Centro di cure e sostegno, vengono offerte anche molte altre attività. Due volte al mese yoga, fisiopilates, agopuntura, respirazione una volta a settimana, campane tibetane. Più di quanto le forze permettano a Roberta di approfittare.
L’ultima seduta
Martedì 4 agosto. Roberta è straiata sul lettino in uno studio medico a Lugano. Ha in bocca tre pezzi di ghiaccio, mastica per prevenire lesioni alla bocca mentre chiacchiera con l’infermiera Barbara, la stessa che le ha somministrato la prima dose di chemioterapia (la «bianca») otto mesi fa. Ora le stacca la flebo dal braccio, dove è scesa l’ultima goccia di liquido rosso.
«La chiamiamo la rossa, è la chemio più birichina. Quella che fa perdere i capelli».
È finita. Ancora una volta Roberta sorride, un po’ più frastornata di prima ma più leggera. Ha fatto una torta di mele per festeggiare assieme alle infermiere e al dottor Alexandre Christinat, che l’ha seguita fin dall’inizio.

«Il suo era un tumore molto veloce e aggressivo» racconta lo specialista al termine della seduta. «L’ha affrontato con spirito propositivo e questo sicuramente è metà della cura. Non sempre le cose vanno così bene, purtroppo. Ora siamo pronti per l’operazione».
Sul molo di Figino
Nel parco di Figino i colori dell’estate lasciano già il posto a quelli dell’autunno ma Roberta si sente all’opposto delle foglie. Il tumore non è più dentro di lei.
«Ora posso rinascere, piano piano».

Dopo l’ultima seduta di chemio - «una delle più toste» - ai primi di settembre ha fatto l’operazione: è andata bene. Ma non è stata una passeggiata. Una grossa cicatrice al posto del seno destro è il ricordo di un calvario che - è la brutta notizia - in realtà non è finito. Deve ancora affrontare i trattamenti anti-recidiva.
«Il percorso dovrebbe essere in discesa ora, dal punto di vista dell’impatto sul fisico. Ma ci vorrà un po’ prima di tornare alla normalità».
Dopodomani, lunedì 19 ottobre, sarà al San Giovanni a Bellinzona per fare un esame preliminare. Poi inizierà la radioterapia all’Ospedale Italiano a Lugano. Il suo modo per festeggiare la giornata internazionale sul tumore al seno, al netto dei «momentini» più difficili come li chiama lei - «sto passando un momentino» - è quello con cui ha fronteggiato il percorso dall’inizio, lo stesso di tante donne che stanno affrontando questa prova.
«Vivo quello che viene giorno per giorno, passo dopo passo, cercando di non abbattermi».
E con un sorriso, nonostante tutto.
