L'amara lezione di Crans Montana per i ragazzi

Ha fatto tanto, troppo male quanto avvenuto a Crans-Montana. Il peggior Capodanno che si potesse immaginare per molti ragazzi e giovani, ma anche per i loro familiari e amici. Il dolore si è diffuso e ha corso veloce toccando un po’ tutti. E mentre fuori ci si agita, restano a guardare, con gli occhi e i cuori carichi di interrogativi, loro: ragazzi e giovani. Difficile fare categorie, ogni ragazzo o giovane è unico. Il dramma di Crans-Montana ha una destabilizzazione profonda: ha colpito la cosiddetta «Generazione Z», ragazzi e giovani che hanno tra i 15 e i 25 anni. La prima generazione nata con lo smartphone, abituata ai social e a condividere con video, post e commenti. Ma è anche la fascia d’età che durante i difficili anni del COVID, in piena adolescenza, ha dovuto essere chiusa in casa, evitare i contatti con gli amici. Sono molto ansiosi e carichi di stress, i nativi digitali. Questa generazione, tutta - già così vulnerabile - è stata ferita profondamente in quello scantinato a Crans-Montana: le notizie, i video e le immagini l’hanno fatta entrare in quella sala. La narrazione di quella notte li ha fatti scendere tutti al -1. Viene quasi da gridare a quei ragazzi e giovani: «Non restate lì! È pericoloso!».
Purtroppo, però, quella fatale clausura non ha solo devastato oltre un centinaio di vite, strappandole o lasciandole compromesse. Il male di quella notte continua: i ragazzi e i giovani di tutto il mondo, così social e interconnessi, sono ora rinchiusi in quelle immagini atroci. Gli algoritmi che scelgono quali contenuti presentare, si alimentano ulteriormente dello stesso argomento. Come dire: se guardo continuamente frame o video di quel dramma, lo smartphone continuerà a farmene vedere, anzi ancora di più. Non basta quindi la tragica notte, il dolore per i lutti e per le convalescenze dai danni perpetui. La Generazione Z è ferita anche dai contenuti che riceve dai social. Una spirale di dolore che alimenta sé stessa. I ragazzi e i giovani di oggi vedono il futuro più come una minaccia che come un luogo di speranza: quel Capodanno sciagurato ha dato il colpo di grazia. Sì, perché quella festa per l’inizio del nuovo anno voleva essere una risposta di evasione da quei tratti così fragili della Generazione Z.
Era il desiderio di fuga da quel mondo così esigente e confuso, ormai scarico di valori e contradditorio. Pure l’evasione, pure la fuga è stata compromessa. E allora non si può vedere il dramma di Crans-Montana solamente nei suoi aspetti tecnici (fuochi e estintori, scala o maniglione antipanico?). Non si può ridurre il futuro alla ricerca esasperata dei colpevoli (i gestori, il sindaco, il procuratore?) e neanche di comunità intere (il Comune, il Cantone o l’intera Confederazione?). Lì sotto è rimasta rinchiusa una generazione intera. Lì sotto ci sono ragazzi e giovani che si sentono insieme ma sono profondamente soli, lì sotto ci sono milioni di profili radicalmente isolati. E mentre gli altri stanno fuori a litigare su chi abbia la colpa, su quali strumenti adottare o su dove siano finiti i nostri ragazzi e giovani, il tempo passa. Ed è un tempo che non ha più il sapore del futuro, ma solo del presente. Non possiamo affrontare questo dramma con il solito modus agendi: «davanti ad un problema, cerca la soluzione». Qui non è così. Non c’è una soluzione. Qui c’è bisogno di aiutarsi, di fare in modo che quel dolore che ha sconvolto diventi un dolore che coinvolge.
Ognuno, nel suo piccolo, può aiutare questa generazione a riscoprire che c’è un futuro. Lasciandoli parlare non come pazienti malati, ma come protagonisti della società del domani. È la grande opportunità per aiutare ad uscire dalla spirale di dolore che li ha rinchiusi, senza distinzione di nazionalità. È una generazione che si sentiva forte, nella sua forza ha trovato la sua debolezza. È il momento di coinvolgerli nella vita. Non sono clienti, non sono utenti, non sono acquirenti. Sono lui e lei. Sono loro. Persone. Ragazzi e giovani.


