«L'architettura fascista non esiste»

Gianni Biondillo abita a Milano in una casa del 1934, facciata severa, che potrebbe sembrare «fascista» o «fascisteggiante» a chi non abbia ancora letto il suo ultimo libro. Se però ci si entra - nella casa, nel libro - si scopre che la cosiddetta architettura fascista è una definizione vuota, di facciata appunto, che può contenere di tutto e di più.
L’arte in cui viviamo
Nel caso della casa del giallista-architetto, a lungo docente all’Accademia di Mendrisio e inventore della fortunata serie dell’ispettore Ferraro, all’interno c’è un caseggiato di ringhiera «vecchia Milano», un ballatoio popolare che conduce ad interni quasi barocchi, un salotto pieno di libri, un’enorme lampada di design, un basso elettrico (lo scrittore suona, e scrive anche di design).
«L’architettura è l’arte che più di tutte plasma la vita della gente, ci viviamo immersi e non ci facciamo caso» dice. «È anche l’arte che è più esposta e condizionata dal potere politico del momento, con cui non può evitare di confrontarsi».
Una parola che contiene di tutto, come anche la parola architetto. Biondillo ha studiato architettura al Politecnico di Milano, ha avuto anche uno studio suo a un certo punto - «progettavo case, recuperavo sottotetti, questo genere di cose» - ma è sempre stato essenzialmente scrittore: «Scrittore tra gli architetti e architetto tra gli scrittori». La sua produzione spazia dalla giallistica alla storia dell’arte, della cinematografia, al romanzo storico («Quello che noi non siamo», Premio Bagutta 2024) dove i protagonisti sono curiosamente gli architetti «coraggiosi» del Ventennio fascista. Ha dedicato anche alcuni libri («Sentieri metropolitani», «Metropoli per principianti», «Lessico metropolitano») al genere originale della psicogeografia, che è la materia che per anni ha insegnato - e un po’ inventato - in Ticino.
«Sono partito dall’idea che chi vuole costruire in un territorio debba anzitutto conoscerlo, esplorarlo» spiega. «E il modo migliore di esplorare per me è sempre stato quello di muovermi a piedi».
La psicogeografia del Ticino
Le camminate di Biondillo, o «esperienze» come preferisce chiamarle lui, sono state raccolte in un sito internet (www.psicogeografia.com) dove è possibile esplorare appunto il Ticino sui passi degli studenti di architettura che hanno seguito lo scrittore da Como a Mendrisio, da Capolago a Lugano, da Giubiasco ad Arbedo e via dicendo, osservando il territorio e imparando il suo linguaggio. Ora di camminate («esperienze» corregge lui) Biondillo ne fa soprattutto vicino a casa sua, a Milano, e caso vuole che abiti proprio di fianco a piazzale Loreto: dove il cadavere di Mussolini fu appeso a testa in giù e il fascismo simbolicamente finì.
«È un luogo che spiazza, uno dei posti più famosi di Milano probabilmente, e uno dei più sconosciuti. Se in Ticino dico piazzale Loreto tutti sanno di cosa parlo, ma sfido chiunque a venire qui e trovare una qualsiasi traccia di quel passato».
Non è un caso, allora, che l’ultima «esperienza» libraria di Biondillo sia proprio un viaggio nell’architettura del Ventennio ( «La costruzione del potere», Marsilio 2025). In un momento in cui di fascismo si parla e scrive tantissimo, oltre confine, chiedendosi cosa sia stato e cosa sia ancora - il governo Meloni, la biografia del Duce di Antonio Scurati, l’omonima serie televisiva - ciò che sicuramente del fascismo è rimasto fino a oggi (i suoi edifici) ecco che per il Biondillo architetto-scrittore diventa una specie di «giallo» da indagare e scomporre.
«Per me in realtà è stata soprattutto un’occasione per raccontare come il potere in ogni luogo e in ogni forma - anche oggi - si esprime e dialoga con la disciplina che più di tutte lo rappresenta, volente o nolente» dice. «Vale per il regime fascista, per quello nazista o sovietico, che si sono curiosamente espressi in forme molto simili, ma anche per i regimi liberali e per il regime democratico in cui tutti fortunatamente oggi viviamo».
E vale anche per il Ticino, che se fascista non è stato - ci è mancato poco - conserva ancora oggi importanti tracce del gusto «fascisteggiante» proprio nell’architettura (il Consolato Generale d’Italia a Lugano, il quartiere Sassello) ma soprattutto è stato luogo di passaggio di idee che il fascismo hanno contribuito a cambiarlo, prima ancora che a distruggerlo.
La gita a Chiasso
Non è un caso, scrive Biondillo nel libro, che le più importanti innovazioni all’architettura italiana degli anni Venti-Trenta siano arrivate da una terra di confine, ossia la Como di Giuseppe Terragni, che tra le altre cose partecipò al concorso per la progettazione della Biblioteca Cantonale di Lugano nel 1936 - «un edificio bellissimo, ma la proposta di Terragni era più bella» - senza vincerlo.
«La vicinanza con il nord Europa, l’influsso del modernismo tedesco, il fatto stesso di essere una regione periferica e quindi meno sottoposta all’influenza soffocante di Roma - elenca Biondillo -. Questi fattori hanno permesso che a due passi dal confine svizzero si esprimesse il genio razionalista del più grande architetto italiano del Novecento».
Come ha scritto un altro famoso scrittore-architetto, Sandro Veronesi, il fascismo ha avuto a disposizione la migliore generazione di architetti che ci sia stata in Italia in due secoli. Oltre a Terragni, Giovanni Muzio, Giò Ponti, Piero Portaluppi, il Gruppo 7, Giovanni Michelucci, Franco Albini, Angiolo Mazzoni, per citarne solo alcuni. Il problema è che il fascismo non se ne è accorto.
«In un certo senso parlare di architettura fascista è una forzatura» dice Biondillo, che non a caso ha dato al libro di Marsilio un sottotitolo provocatorio («Perché l’architettura fascista non esiste»). Molti edifici considerati oggi fascisti «sono stati in realtà progettati decenni prima, come ad esempio la Stazione Centrale di Milano, oppure completati dopo, come il quartiere Eur di Roma o la Farnesina».
L’architettura «fascista» che piace a Biondillo è in realtà razionalista - lo scrittore è antifascista, ma confessa di amare addirittura alcune Case del Fascio, quelle di Como, Ivrea e di Asti in particolare - e porterà i suoi frutti soprattutto nel secondo Dopoguerra, liberatasi delle costrizioni e delle ipocrisie del regime. Negli stessi anni in cui da questa parte del confine cresceva la nuova generazione di architetti ticinesi, che la «gita a Como» - speculare alla gita a Chiasso che Alberto Arbasino raccomandava agli intellettuali italiani - la fecero sicuramente.
Anche il Ticino è terra di frontiera, dopotutto, feconda di contaminazioni. Dai maestri comacini alle esperienze dei grandi architetti del Rinascimento, al Borromini, fino alla «scuola» novecentesca di maestri nati negli anni ‘30 (Snozzi, Carloni, Galfetti) di cui l’ultima propaggine è Mario Botta e il futuro l’accademia di Mendrisio, dove Biondillo (chiamato proprio da Botta) ha fatto le sue «esperienze». «Una terra un tempo povera - riassume - dove in poco tempo si è costruito tantissimo, forse troppo, spesso non tenendo conto del contesto preesistente. Con esiti spesso pregevolissimi e a volte un po’ meno».
La stessa cosa si potrebbe dire di Milano, in fondo, a giudicare dalle cronache giudiziarie. Ma questa forse, più che per architetti, potrebbe essere materia per l’ispettore Ferraro.
