L'aula delle vanità e il paese reale

In Ticino abbiamo politici d’assalto, quelli che i social sono tutto, le frasi roboanti danno senso alla vita e lo scontro è alla base dell’essere, finanche dell’esistere. Un genere in crescita e che ci porta ad interrogarci seriamente su quale sia l’autentico fine di questo modo di agire. Poi ci sono politici con i capelli grigi, una buona esperienza di vita vissuta alle spalle che non parlano a vanvera, ma con cognizione di causa. E questi li vediamo man mano in progressiva estinzione. Non foss’altro per una questione anagrafica.
Passeremo magari per nostalgici, in realtà ci interroghiamo semplicemente e in maniera genuina sul ricambio. Ad aprire gli occhi sulla realtà del mondo politico cantonale è stato il presidente uscente del Gran Consiglio Fabio Schnellmann, non un politico di quelli che hanno segnato un’epoca per epiche operazioni politiche in grado di lasciare un segno indelebile. Ma uno da annoverare tra i lavoratori instancabili, finanche essenziali. Sherpa per le scalate più impervie. Utilissimi alla causa politica veramente comune, capaci di avere un’etichetta partitica, ma senza mai metterla in primo piano per farla valere con forza: tanto più per quello che è stato a tutti gli effetti un prodotto del PLR luganese (oggi detto l’ex partitone). Un profilo politicamente razionale, ma partiticamente sfuggente. Capace di fare per anni il funzionario della città, esercitando pure la politica.
«Facile la vita da PLR sul Ceresio prima dell’esplosione leghista» potrebbe obiettare qualcuno. Certo, ma la sua longevità è andata ben oltre quell’epoca storica. Ha saputo, come pochi altri, essere un politico della gente e tra la gente. E quando dalla sua saggia voce sentiamo dire in Gran Consiglio: «Girando il cantone, posso dirvi che alla gente non frega niente delle nostre beghe interne. È preoccupata per i temi che tutti conosciamo, dalle casse malati, alle finanze cantonali al lavoro» anche a noi viene da fermarci, per riflettere. Una scuola di vita. Tanto più se espressa da chi rappresenta una classe dirigente che interviene sempre e su tutto con l’aurea della perfezione. Un po’ di autocritica è musica per le orecchie dei cittadini, perché non basta vantarsi dandosi pacche sulle spalle «senza riconoscere le occasioni mancate che hanno caratterizzato il nostro lavoro». Auspici del presidente all’inizio dell’avventura, poi traditi, perché «in quest’aula abbiamo dedicato molte ore, oserei dire troppe, a discussioni marginali e sterili, a esercizi politici spesso più orientati alla visibilità mediatica che alla ricerca di soluzioni concrete».
È la ben nota dicotomia tra il mondo parlamentare e quello reale. E mentre tutto questo avviene «la politica purtroppo perde credibilità», incapace di riconoscere e distinguere ciò che è essenziale da ciò che è secondario: «Durante quest’anno in più di un’occasione abbiamo perso questa misura». Sono le ormai arcinote «speranze disilluse», parole a vuoto, senza sostanza, credendo che il mondo là fuori si beva ogni frase inutile pronto ad applaudire. È un po’ la storia del passo del gambero. E di chi è la colpa o la responsabilità? Un po’ di tutti e nel contempo di nessuno. Perché nelle stanze dei politici sono tutti maestri nel raccogliere l’applauso, mentre si registra il fuggi-fuggi quando partono i fischi. Piovono proposte e tattiche, ma c’è un’iniziativa popolare che molti firmerebbero al volo: «No alle battaglie simboliche o autoreferenziali. Sì alla concretezza». Forza allora, chi la lancia?


