«Le mie prigioni non sono tutte come la Stampa»

Giacinto Colombo è appena tornato all’Orto di Muzzano, che è praticamente la sua vera «casa» in Ticino, ma pensa già al prossimo viaggio. L’ultimo è stato in Etiopia, dove ha visitato le carceri femminili di Addis Abeba. Al confronto le serre muzzanesi, in cui i detenuti della Stampa seguono programmi occupazionali assieme a persone in assistenza e disoccupati, sono un giardino di piacere.
«Uno dei punti di forza del nostro sistema carcerario - spiega - è proprio l’apertura verso l’esterno, il reinserimento nella società. È una grande conquista, che altrove non è per niente scontata».
Da quando è in pensione Colombo ha viaggiato in modo diverso rispetto a molti ticinesi a riposo: ha visitato per lo più prigioni. Carceri di ogni tipo soprattutto in Africa, dove per vent’anni è stato consulente di varie organizzazioni internazionali. Sommati alla vita lavorativa precedente - in cui è stato assistente sociale e poi dirigente dell’Ufficio di esecuzione delle pene del Cantone - sono cinquant’anni che vive «dietro le sbarre».
«La dimensione carceraria è qualcosa che ti plasma, in qualsiasi modo la si frequenti. È un mondo a sé, e in un certo senso non se ne esce mai».

Questo vale anche per i detenuti: soprattutto in assenza di percorsi adeguati e di ambienti pronti ad accoglierli, una volta fuori. L’esperienza maturata in Ticino e in Svizzera nel reinserimento sociale dei detenuti, dagli anni Ottanta in avanti, è un modello da esportare e una strada che molti paesi, nel Sud del mondo ma anche in Europa, seguono non senza difficoltà. Colombo ha collaborato a progetti dapprima con la Croce Rossa in Etiopia, poi in Congo e Cambogia per conto dell’Onu, Mauritania con le Nazioni Unite e assieme all’Unione Europea in Tunisia, Algeria, Marocco e Mauritania. Infine di nuovo in Etiopia, dove negli ultimi anni si è occupato soprattutto di detenzione femminile in collaborazione con una ONG francese.
«Quello che accomuna i sistemi carcerari di questi paesi è la fatiscenza delle strutture, concepite in epoca coloniale ma mai ammodernate, e un sovraffollamento molto più grave rispetto ai paesi europei, come Francia e Italia, dove la situazione è peggiorata negli ultimi anni». Il concetto stesso di cella - singola, doppia, multipla - è un lusso raro: la norma sono grandi camerate senza letti, dove 100-120 persone possono dormire a terra in una cinquantina di metri quadri. «La dimensione comunitaria è la stessa che si ritrova anche nella vita diurna delle carceri e anche fuori, ma in un contesto ancor più precario ed estremo».
Le carceri, Colombo lo dice sempre, sono il termometro della situazione dei diritti umani in qualsiasi società. «È il luogo dove si relegano problemi e individui che la comunità vuole dimenticare, un luogo di rimozione collettiva». Se in alcuni paesi del Nordafrica, ad esempio in Algeria, gli è capitato di visitare strutture nuove e al passo con gli standard internazionali, in Mali e Costa d’Avorio i servizi igienico sanitari «erano in genere disastrate e sovente mancava persino il cibo» ricorda. «In Congo i detenuti morivano addirittura di fame». Non è un modo di dire: la malnutrizione è una causa di morte nei paesi dell’Africa Subsahariana devastati dalle guerre civili e lo è, purtroppo, anche nelle prigioni, come Colombo ha potuto rilevare di persona parlando con il personale sanitario del carcere di Makalà a Kinshasa.

Una prigione progettata per un migliaio di persone, dove ne vivono in realtà oltre 7mila. La stessa situazione Colombo ha ravvisato visitando il carcere di Casablanca (8mila detenuti). Numeri che eguagliano il totale della popolazione carceraria svizzera, concentrata in un’unica struttura. «In queste situazioni il sistema della privazione della libertà, che nel mondo rappresenta oggi il modello di pena largamente dominante, mostra tutti i suoi limiti. I detenuti sono spesso costretti a fare affidamento sulle famiglie esterne e su risorse economiche proprie per garantirsi i servizi più essenziali durante la detenzione, e questo genera squilibri e disparità di trattamento».
Un’altra grande differenza rispetto al sistema svizzero, come detto, non è dentro ma fuori dalle carceri. Senza una rete di sostengo il percorso di reinserimento sociale è più difficile (e il rischio di recidiva, statisticamente, è molto più alto). L’Etiopia ad esempio è un paese che «ha fatto passi da gigante anche nella gestione delle strutture carcerarie, rispetto alla prima volta in cui la visitai vent’anni fa» osserva Colombo. Un tasto molto dolente però restano le condizioni delle carceri femminili, dove i figli minorenni delle detenute sono costretti a vivere infanzia e adolescenza dietro le sbarre, per reati non commessi da loro. «Questo a causa di uno stigma sociale ancora molto forte, che colpisce le donne condannate e crea un vuoto attorno a loro e ai loro figli».
La questione è delicata anche in Ticino, dove la convivenza madre-figlio in carcere è prevista e regolata con modalità strutturate e le ultime lacune verranno compensate «con la creazione giustamente della nuova sezione femminile della Stampa» ricorda Colombo (sezione che prevede, tra l’altro, una cella mamma bambino). I diritti dell’infanzia dovrebbero essere scontati ovunque, ma non lo sono. «In Etiopia ci sono bambini che crescono in carcere semplicemente perché non hanno altri posti dove stare, sono puniti per colpe che non hanno commesso» incalza l’ex funzionario. La prossima «missione» ad Addis Abeba, non a caso, Colombo la sta ancora progettando ma dovrebbe riguardare proprio i figli delle detenute. «Sto lavorando a un progetto che coinvolga scuole e operatori sociali, ma anche parenti dei bambini con cui riallacciare rapporti, per portarli fuori dal carcere il più possibile». L’idea è ancora tutta sulla carta. Prima Colombo deve occuparsi dei preparativi per l’assemblea annuale dell’associazione l’Orto, che si celebrerà con una festa e un pranzo tra le serre di Muzzano oggi (sabato 9 maggio). Poi, a tempo debito, si metterà a cercare persone e risorse per il nuovo progetto. E preparerà le valigie per il prossimo carcere, lontano ma vicino.
