L'intervento

Le previsioni (nere) di un petroliere ticinese

Emanuele Centonze è uscito dall'azienda di famiglia nel 2019, giusto prima che scoppiasse la «tempesta perfetta» – «Non invidio le nuove generazioni, sono preoccupato per il futuro»
Davide Illarietti
10.05.2026 13:43

Emanuele Centonze ha retto il timone dell’azienda di famiglia, fondata a Chiasso nel 1913, attraverso le montagne russe del secolo scorso e di questo, senza mai perdersi d’animo. Ha lasciato la guida ai figli nel 2019 alla vigilia - «non potevo saperlo» - della tempesta perfetta. Prima la pandemia di Covid, poi la guerra in Russia e ora una crisi nel Golfo «per certi versi simile ma in realtà ancora peggiore di quelle vissute dal nostro settore negli anni Settanta» afferma senza troppi giri di parole. «Potrei dire di averla scampata, ma in realtà sono molto preoccupato per quello che ci troveremo ad affrontare nel prossimo futuro».

Già in un tagliente intervento su queste colonne del 15 febbraio («C’era una volta il West»), quindi prima della crisi di Hormuz e anche del conflitto in Iran, l’imprenditore prevedeva un futuro di «stagflazione acuta» in Europa e in Svizzera, e oggi rivede le sue previsioni al ribasso. «Lo scenario più probabile mi sembra quello di una recessione su larga scala innescata proprio dalla crisi petrolifera, i cui effetti si propagano per forza di cose ai settori più disparati».

Se il «sentiment» degli imprenditori conta qualcosa (viene giustamente rilevato in sondaggi periodici da Awp e UBS, da ultimo con risultati ambivalenti) quelli che, come Centonze, si sono occupati per una vita di idrocarburi andrebbero ascoltati oggi con particolare attenzione. «Non importa quanto greggio importiamo dall’area del Golfo, gli interventi occidentali in Iran hanno comportato storicamente sempre dei terremoti sui mercati petroliferi, e in quest’ultima iniziativa americana lo stiamo vedendo in particolar modo» osserva l’imprenditore.

Centonze, che ha 78 anni, era agli inizi della carriera quando nel 1973 la Guerra dello Yom Kippur portò alla prima grande crisi energetica internazionale, ma ricorda le domeniche senz’auto e la spirale di inflazione che travolse le economie occidentali, Svizzera e Ticino compresi. La differenza, sottolinea, è che allora «l’aumento generalizzato dei prezzi era frutto di una strategia deliberata dei paesi produttori» riuniti nell’OPEC, la stessa organizzazione che (tra le altre) oggi appare in crisi, dopo l’uscita degli Emirati. «In questa congiuntura le organizzazioni internazionali in generale sembrano essere state estromesse e le evoluzioni future dipendono da una leadership americana quanto mai imprevedibile» sottolinea Centonze.

«L’unica certezza per la popolazione, per ora, è che dovrà ridimensionare i programmi delle vacanze estive. Raccogliamo i frutti di anni di politiche energetiche sbagliate. In questi anni i dati sul fabbisogno di energia elettrica della Svizzera hanno sistematicamente contraddetto le previsioni del Consiglio Federale - chiosa l’imprenditore -, i consumi sono cresciuti anziché diminuire, e gli apporti delle energie rinnovabili sono rimasti sotto le aspettative». Per dire addio alle vecchie fonti fossili - e ai «vecchi» petrolieri - i fatti dimostrano che è ancora presto.

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