L’emergenza è sospensione del tempo ma anche vera grammatica del potere

Ci sono parole che usiamo per descrivere la realtà politica; tuttavia, ce ne sono altre che quella realtà finiscono per plasmarla.
«Emergenza» appartiene senza dubbio alla seconda categoria, non è soltanto una situazione straordinaria, ma la costruisce, la amplifica, talvolta la rende addirittura permanente. Nel lessico politico contemporaneo, l’emergenza non è più l’eccezione, ma una condizione diffusa, ormai quasi una vera e propria grammatica del potere.
L’emergenza è sospensione del tempo ordinario, dichiarare un’emergenza significa, prima di tutto, interrompere la normalità, la quotidianità. Le procedure si accorciano, il dibattito si comprime, il dissenso tende a essere percepito come un lusso. Durante la pandemia, in Svizzera come nel resto d’Europa, questa dinamica è apparsa con chiarezza, spesso la necessità di decisioni rapide ha giustificato un ricorso esteso a strumenti straordinari. Ma ciò che colpisce non è tanto l’uso dell’emergenza in sé, talvolta inevitabile, quanto la sua durata. Quando l’eccezione si prolunga, finisce per ridefinire ciò che consideriamo normale.
Oggi l’emergenza è anche un dispositivo retorico, ormai parte del linguaggio della politica. Non riguarda più solo eventi imprevedibili, ma diventa una lente attraverso cui interpretare fenomeni sempre più complessi, migrazioni, sicurezza, cambiamento climatico, inflazione. Le guerre in Medio Oriente e in Ucraina hanno rafforzato questa dinamica, alimentando nuove pressioni migratorie, instabilità economiche e un diffuso senso di insicurezza internazionale. In diversi paesi, la parola «emergenza» viene mobilitata per semplificare questioni articolate, trasformandole in urgenze immediate. Questo uso ha un effetto preciso poiché riduce lo spazio delle sfumature e orienta l’opinione pubblica verso risposte rapide, spesso binarie. In Svizzera, dove il sistema politico si fonda su tempi deliberativi più lunghi e su strumenti di democrazia diretta, questa tensione è particolarmente evidente, quando appunto l’emergenza finisce per accelerare, mentre le istituzioni tendono a rallentare e ponderare.
Il rischio più sottile è che l’emergenza finisca per diventare una mera consuetudine. Se tutto è emergenza, nulla lo è davvero. L’inflazione semantica della parola finisce per svuotarla, ma al tempo stesso abitua cittadini e istituzioni a vivere in uno stato di allerta permanente. In questo scenario, la politica guadagna margini di azione, ma perde, invece, profondità, governare l’urgenza non equivale a governare il lungo periodo. Sempre più spesso, infatti, le scelte politiche sembrano orientate al breve termine e al consenso immediato, piuttosto che a una visione strategica.
Anche nel contesto europeo, dalla gestione dei flussi migratori alle politiche energetiche, si intravede questa oscillazione continua tra reazione immediata e difficoltà di pianificazione.
Forse la sfida, oggi, non è eliminare la parola «emergenza», ma restituirle un significato preciso. Distinguere ciò che è davvero straordinario da ciò che è semplicemente complesso. Perché una politica che vive solo di emergenze rischia di dimenticare il tempo più difficile da abitare, o meglio quello della normalità.

