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L'Occidente cerca una nuova leadership

Gli USA hanno abdicato al loro ruolo, ed è inutile sperare di tornare indietro - La lezione del premier canadese Mark Carney
Giò Rezzonico
28.02.2026 06:00

Come ha osservato nel suo lucido discorso al World Economic Forum di Davos il premier canadese Mark Carney stiamo affrontando «una dura realtà in cui la geopolitica delle grandi potenze dominanti non è più sottoposta ad alcun limite, ad alcun vincolo.(…) Ogni giorno - ha proseguito - ci viene ricordato che viviamo in un’epoca di rivalità tra grandi potenze, che l’ordine internazionale basato sulle regole sta svanendo, che i forti fanno ciò che vogliono e i deboli subiscono». È vero, ammette, «sapevamo che la storia dell’ordine internazionale basato sulle regole era in parte falsa: sapevamo che i più forti si sarebbero sottratti quando sarebbe loro convenuto e che le regole commerciali venivano applicate in modo asimmetrico». Anche il diritto internazionale «veniva applicato con vigore variabile a seconda dell’identità dell’accusato o della vittima».

Vivere in questa «finzione», o in questa illusione ci ha fatto comodo, ma ora, ammettiamolo, ci troviamo ad affrontare una frattura e non una semplice transizione. Di fronte a questa nuova situazione molti governi sono tentati di adeguarsi per evitare problemi nella speranza che le cose tornino come prima, che il vecchio ordine venga ristabilito. È questo l’atteggiamento assunto dalla Svizzera e da altri paesi europei. Ma difficilmente si tornerà al passato, anche se Trump e i seguaci del Make America Great Again dovessero andarsene dalla Casa Bianca. Il danno ormai è fatto: gli Stati Uniti hanno irrimediabilmente perso la loro credibilità come garanti dei valori occidentali. Non perdiamo quindi tempo a rimpiangere il passato, ci ammonisce Carney: «La nostalgia non è una strategia». Dalla frattura che è stata creata dobbiamo costruire «qualcosa di più grande, di migliore, di più forte, di più giusto».

Ma come raggiungere questo obiettivo? Quelle che Carney chiama le «potenze intermedie», come il Canada ed i paesi europei, si trovano di fronte a una scelta vitale: competere tra loro per conquistarsi il favore dei potenti, come sta apertamente facendo l’Italia di Giorgia Meloni, oppure «unirsi per creare una terza via» e trovare un «terreno comune per agire assieme», attraverso una fitta rete di «connessioni nel commercio, negli investimenti, nella cultura». Le grandi potenze, per ora, possono permettersi di dettare la loro legge: hanno la dimensione del mercato, la capacità militare e la leva per dettare le loro condizioni. Se le «potenze intermedie» non sapranno unirsi per conquistarsi un posto al tavolo e competeranno tra loro per garantirsi i favori dei potenti finiranno per figurare sul loro «menu».

Il monito all’Unione Europea è chiaro: uniti o perdenti. È lo stesso grido d’allarme lanciato a ripetizione da Mario Draghi e da Enrico Letta. Quello della visione di un’Europa sovranazionale, che si contrappone all’Europa dei nazionalismi portato avanti dai governi di estrema destra come l’Italia della Meloni o l’Ungheria di Victor Orban con l’aperto consenso di Washington.

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