Testimonianze

«L'ultima cosa che voglio è che lui scopra dove sono»

Un'operatrice del 142 che va in pensione – Una vittima che riesce a scappare di casa – Storie di donne che in Ticino lottano contro la violenza domestica
L'operatrice Maria Teresa Andriani alla sua ultima settimana di lavoro, prima della pensione © CdT/Gabriele Putzu
Davide Illarietti
11.07.2026 17:36

Il telefono di Rosanna non piange come nella canzone di Modugno - «dille che son qui, che soffro da sei anni» - e per fortuna ha anche smesso di suonare ogni due minuti per le chiamate del marito. Tace, finalmente, appoggiato sul tavolo.

«Posso avere un bicchier d’acqua?»

A piangere un po’ è lei, adesso, nella sala mensa della struttura d’accoglienza del Sottoceneri dove alloggia da un paio di mesi. È un momentaccio.L’infermiera passa la sera a somministrare i sonniferi. La paura che più di tutte toglie il sonno a Rosanna è di rivedere il marito, verso cui è stato emesso un divieto di avvicinamento.  

«Non sa dove sono e non deve saperlo. Sono uscita da quell’incubo con molta fatica e non ho assolutamente intenzione di rivederlo».

Rosanna, 41 anni, racconta le violenze subite (foto Cdt - Putzu)
Rosanna, 41 anni, racconta le violenze subite (foto Cdt - Putzu)

Nei confronti dell’uomo, cittadino svizzero, è in corso anche un procedimento penale per violenza domestica. Tutto è iniziato con una telefonata che la 41enne, originaria di Santo Domingo, è riuscita a fare solo diversi mesi dopo il suo arrivo in Ticino: un periodo in cui ha vissuto «praticamente segregata» nella casa dove la coppia abitava nel Luganese.

Può sembrare assurdo, ma in realtà telefonate di questo tipo non arrivano raramente al servizio di aiuto alle vittime 142. Il numero è stato introdotto a maggio a livello svizzero, prima in Ticino - come in ogni cantone - era attivo un numero verde diverso ma a rispondere erano le stesse persone: le operatrici dei centri per l’aiuto alle vittime di reati (LAV). 

Numeri in aumento

Maria Teresa Andriani, 65 anni, è alla sua ultima settimana di lavoro nel centro LAV di Paradiso. Da metà luglio si godrà il meritato riposo, dopo una vita passata ad ascoltare persone in difficoltà, telefonate sempre delicate, e a cercare di dare una mano.

«È chiaro che un lavoro come il nostro lascia un segno emotivo molto forte. Ma anche tante soddisfazioni. Certe cose non si dimenticano».

Mentre sistema la scrivania, nell’altra stanza il telefono continua a squillare: a coprire il picchetto è la collega più giovane, una «nativa digitale». Maria Teresa invece ha iniziato questo lavoro nel 1991, quando non c’erano ancora i cellulari e il prefisso 091 si usava solo per le chiamate extraurbane. Rispetto a quegli anni, oggi le consultazioni dei servizi LAV in Ticino sono più che triplicate (erano 199 nel 2000, 616 nel 2025) e anche il lavoro delle operatrici è cambiato molto.

Emergenza violenza

Un tempo, telefonate come quelle di Rosanna erano meno frequenti e arrivavano soprattutto alla polizia. Quest’ultima a sua volta chiamava Andreani e le sue colleghe, che spesso intervenivano direttamente sul luogo di violenze e delitti quando questi si erano già consumati.

Maria Teresa Andriani, 65 anni, nel suo ufficio a Paradiso (foto Cdt - Gabriele Putzu)
Maria Teresa Andriani, 65 anni, nel suo ufficio a Paradiso (foto Cdt - Gabriele Putzu)

«A cambiare è stata soprattutto la cultura» secondo Maria Teresa. «Oggi si lavora molto di più sulla sensibilizzazione e la prevenzione e anche a livello organizzativo sono cambiate tante cose». Fino al 2009 Andreani operava in quelle che allora si chiamavano Unità d’intervento regionale (UIR): un picchetto telefonico a disposizione delle vittime ma anche delle autorità in caso di emergenze.

«Ci capitava di dovere avvisare i parenti, quando avveniva un delitto o un incidente. Una volta accompagnai sulla mia auto un bambino che aveva appena perso la madre, in Leventina, dal luogo della tragedia a un alloggio temporaneo. Non lo dimenticherò mai».

Con il tempo la funzione delle operatrici si è spostata dall’intervento «sul campo» (funzione ora svolta in modo specifico dal Care Team) e si è concentrata sul prima e dopo le emergenze, cercando in tutti i modi di evitarle. Negli anni, la problematica che è emersa su tutte è proprio quella della violenza domestica.

Le «solite» vittime

Su 616 consultazioni effettuate l’anno scorso dai centri LAV ticinesi - a Paradiso e Bellinzona, ma anche presso le sedi UAP a Locarno e Mendrisio - nel 72 per cento dei casi le vittime erano donne. In 352 casi le prestazioni riguardavano lesioni semplici e vie di fatto, in 247 minacce ed estorsioni.

Negli anni le cifre possono aumentare o salire di poco (677 casi nel 2023, 661 nel 2024) ma la sostanza non cambia: sono quasi sempre le donne a subire violenza - nelle sue varie forme - e quest’ultima si consuma molto spesso tra le mura di casa che, a volte, possono diventare una vera e propria prigione. Uscirne è più complicato di quanto si pensi.

Rosanna ha finito il bicchier d’acqua e anche la cena. Ringrazia gentilmente il personale della sala mensa: apprezza molto l’assistenza che ha ricevuto e sta ricevendo in Ticino anche se - dice - la sua intenzione è di andarsene non appena avrà finito di divorziare. Ha conosciuto quello che è ancora suo marito - «i tempi del divorzio qui sono così lunghi!» - durante una vacanza di lui a Santo Domingo ed è venuta in Svizzera controvoglia.

«Fu lui a insistere - racconta -. All’inizio erano rose e fiori, ma una volta arrivati in Ticino sono iniziati i problemi. Mi sono ritrovata sradicata e senza conoscenze, non sapevo nemmeno dove ero. Per due anni non sono quasi uscita di casa».

Una delle poche attività concessele era un corso di italiano: è lì che Rosanna ha saputo dell’esistenza di un numero contro la violenza (all’epoca non era ancora il 142) e ha deciso di chiamarlo.

L’arte dell’ascolto

Andriani attacca la cornetta dopo l’ennesima telefonata, e aspetta quella successiva. Distingue dallo squillo il 142 e il numero dell’ufficio - in effetti sulla scrivania ha due telefoni fissi distinti, dall’aspetto insolitamente retrò - ed è pronta a scattare non appena uno dei due suona.

«Il telefono è solo un ponte, la gran parte del lavoro si svolge dopo, in presenza» spiega l’operatrice. «È un percorso in cui accompagniamo le vittime in base al loro bisogno e volontà, e può protrarsi anche a lungo nel tempo. Ovviamente, tutto può finire anche alla prima telefonata».

Un bilancio positivo

Non tutte le donne che chiamano sono pronte a sporgere denuncia per le violenze subite, o ad andarsene di casa. Nella presa di contatto, spiegano le operatrici, è importante fornire informazioni sui diritti e sui servizi presenti sul territorio (le case di protezione, l’assistenza giuridica e psicologica) e creare un rapporto di fiducia. «Non bisogna correre con le domande, ma disporsi all’ascolto di quello che la persona si sente di dire, di volta in volta».

Ci vuole pazienza. Una parte dei casi del 2024 si è trascinata nel 2025, e di questi ultimi una parte si trascinerà nel 2026 e l’anno prossimo. «Quello che ho imparato con l’esperienza è che uscire da un rapporto violento richiede tempi imprevedibili. Devono essere le donne a deciderli, nessuno può dire loro come e quando» conclude Andreani. Delle persone che ha seguito «tante alla fine hanno deciso di rimanere con il partner, soprattutto in situazioni di particolare vulnerabilità, ma il nostro compito è continuare a esserci».E l’ottimismo prevale sui rimpianti: «Negli ultimi anni ho visto sempre più donne riuscire a svincolarsi da situazioni tossiche, e recuperare la propria vita. Una volta succedeva meno spesso».

Spegnere il telefono

Un passo fondamentale - ai centri LAV lo dicono sempre - è iniziare a spegnere il telefonino. Non badare ai messaggi che arrivano di continuo, siano suppliche o minacce, anche durante i colloqui con le operatrici. Rosanna finora c’è riuscita. Il telefono tace ancora sul tavolo della mensa e lei è risoluta nel suo proposito. «A un certo punto ho deciso che una sberla sarebbe stata l’ultima» dice. «Non tornerò indietro». Con buona pace di Modugno e della musica del passato che, a risentirla oggi, suona al limite dello stalking.

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