Ormai anche le mucche in Ticino sono «immigrate»

Alessio Benzoni ha passato le ultime settimane a fare avanti e indietro con il suo camion da rimorchio attraverso il Gottardo. Partenza a notte fonda dalla fattoria di Sant’Antonino, destinazione Argovia, Turgovia, Zurigo, Uri, ogni giorno un allevamento diverso. Carico la mattina presto, poi di nuovo verso sud con il rimorchio pieno di muggiti e forte odore di campagna.
In tutto Benzoni ha trasportato un centinaio di mucche da latte dalla Svizzera Interna al Ticino, dove trascorreranno l’estate a «lavorare» negli alpeggi. A settembre farà il percorso inverso: dal Ticino le riporterà ai loro proprietari, gli allevatori dell’altipiano.
Avanti e indietro
«È sempre un gran via vai in questo periodo» ammette Benzoni. Ogni estate il contatore del camion segna 5-6mila kilometri in più . «Del resto dobbiamo pur inventarci qualcosa per tirare avanti, e la richiesta è sempre maggiore».

Secondo la Federazione ticinese dei produttori di latte (FTPL), sono ormai circa 2mila le vacche «migranti» che d’estate vengono importate da oltre Gottardo per supplire al fabbisogno di bovini dell’economia alpestre in Ticino. Il numero è aumentato progressivamente nel corso degli ultimi anni.
Benzoni non è un camionista di professione: lavora da una vita nell’azienda agricola di famiglia, che gestisce assieme al cugino Andrea Bizzozzero. Hanno il più grande allevamento di bovini da latte del cantone (250 capi) e sette dipendenti, eppure devono arrabattarsi con lavori extra per far tornare i conti. Il trasporto di mucche per conto terzi è uno dei tanti.
«Da solo, il latte non basta più a darci da mangiare» racconta Bizzozero, che è vicepresidente della Ftpl. «È così per tutti, non solo per noi».
E il latte va oltre Gottardo
Da quando un anno e mezzo fa ha chiuso l’unico caseificio consortile del Ticino, la Lati di Cadenazzo, gli allevatori del piano di Magadino e delle valli hanno dovuto affrontare quella che i giornali hanno ribattezzato «la crisi del latte». Il prezzo di vendita è così basso che basta a malapena a coprire i costi, soprattutto quelli di trasporto, ora che i produttori sono costretti a esportare buona parte di ciò che mungono fuori Cantone per la trasformazione.
Ma a macinare kilometri non sono solo le autobotti che trasportano il latte lungo la A2 verso la latteria industriale più vicina, quella della Emmi a Dagmersellen (LU) che è la più grande della Svizzera: trasforma oggi circa 3 milioni di litri di latte ticinese all’anno. Ci sono anche quelle che fanno il viaggio inverso, portando a sud delle Alpi il latte in bottiglia destinato alla grande distribuzione (altri 3 milioni di litri l’anno circa) nel periodo estivo. E infine ci sono i camion che trasportano le mucche vive, dozzine alla volta, avanti e indietro attraverso i passi del Gottardo, San Bernardino e Lucomagno, come quello di Benzoni e Bizzozero.

Il prezzo di Hormuz
«È una vitaccia già di per sé, ma se si aggiungono le code al Gottardo a volte può diventare un vero incubo, anzitutto per gli animali» racconta Attila Ernst, 35 anni, allevatore della valle di Blenio: anche lui «arrotonda» con i trasporti ma si è dotato di un camion più grande. Può contenere fino a 24 mucche alla volta.
In un anno, calcola Ernst, gli capita di fare anche una trentina di viaggi avanti e indietro. In totale fanno oltre settecento mucche. È sempre in contatto con altri trasportatori svizzero-tedeschi e ticinesi, con cui si divide il lavoro quando la richiesta è troppa oppure non adeguata al suo mezzo di trasporto.
«Conviene sempre viaggiare con il camion pieno - dice -. Con quello che costa il carburante di questi tempi».
Il prezzo della benzina e del diesel, salito alle stelle con la crisi in Medio Oriente, è un problema per tutto il settore in un momento in cui, rimasti senza un centro di trasformazione industriale, i produttori associati nella Ftpl sono costretti a inviare buona parte del latte ticinese oltre Lucerna (un viaggio di due ore, 180 km a tratta). Il trasporto costa tra i 9 e gli 11 centesimi al litro. «Il nostro margine di guadagno in questo modo si è praticamente ridotto a zero» sottolinea Valerio Morosi, anche lui allevatore e presidente della federazione ticinese dei produttori. Senza i contributi cantonali per il trasporto, il latte viaggerebbe in perdita.
A corto di mucche indigene
Il traffico complica ulteriormente le cose. Alessio è appena tornato da un viaggio nell’Entlebuch (LU). Ha portato una dozzina di mucche a Bosco Gurin. Come sempre ha i nervi a fior di pelle.
«Al tunnel del Gottardo le code possono durare anche un’ora, di recente mi è capitato di stare mezzora in galleria con il camion pieno e posso assicurare che per le mucche non è una bella esperienza».
La polizia cantonale ticinese viene avvisata in anticipo dai trasportatori di animali e in genere concede sempre il passaggio preferenziale, una misura di attenzione al benessere degli animali che - costretti in spazi ristretti - affrontano un viaggio di diverse ore dalla stalla all’alpeggio. Nel viaggio verso sud però la polizia urana, concordano Benzoni ed Ernst, non è altrettanto comprensiva.
La domanda sorge spontanea: tanto via vai vale davvero la pena? All’origine di questa transumanza moderna, che per molti versi potrebbe risultare innaturale e «forzata», c’è un problema di fondo: la diminuzione delle mucche da latte (ma anche delle vacche nutrici) negli ultimi anni. Dal 2016 la Svizzera ha perso una media di 3.mila capi all’anno. «Questo perché fare l’allevatore è diventato più difficile e meno remunerativo» assicura Morosi. «Il ricambio generazionale tra gli agricoltori è sempre più difficile».
Colpa del lupo?
I dati della Sezione dell’Agricoltura confermano il paradosso: i bovini in estivazione sugli alpeggi ticinesi sono aumentati nel tempo (erano 6.969 nel maggio 2010, l’anno scorso erano 8.520) anche in risposta alla crescente minaccia del lupo, che parallelamente ha fatto diminuire il numero degli ovini allevati. In un’epoca che vede la chiusura di molti alpeggi (dal 2013 al 2023 sono diminuiti da 214 a 197) quelli in cui pascolano solo mucche sono invece aumentati in Ticino (più 17 in dieci anni) e le mandrie indigene allevate a valle non bastano a soddisfare la richiesta degli alpigiani.
Ma il lupo è solo una parte del problema. Ad alimentare la trasumanza c’è soprattutto il fatto che la produzione di latte a valle è sempre meno attrattiva. «Tutti vogliono fare formaggio d’estate, perché è un prodotto a maggiore valore aggiunto da cui l’agricoltore riesce a ricavare qualcosina in più» prosegue Morosi. Il risultato: durante l’estate il Ticino non importa solo mucche da latte, ma anche il latte già pronto e imbottigliato destinato ai supermercati «perché la produzione locale va in deficit essendo la maggior parte delle mucche in alpeggio».

Dopo l’ultimo carico consegnato Alessio Benzoni si concede una sigaretta dietro la stalla di Sant’Antonino. Suo cugino Andrea gli offre un caffè di consolazione.
«È una vita che mi occupo di latte - dice Bizzozero - e non c’è mai stata una volta, una sola volta in cui sia uscito da una riunione degli allevatori con una buona notizia».
Alla fine ci si fa l’abitudine. Come ai lunghi viaggi al volante attraverso il Gottardo. E come le mucche caricate nel rimorchio, forse anche noi dovremmo imparare a non farci troppe domande.
