Pagati meno di un panino al salame

I cantieri sono in ritardo, e ormai lo hanno scritto tutti, ma è in ritardo anche lo stipendio di Mahmud. Stuccatore egiziano reclutato in subappalto da una ditta romana, senza un contratto firmato. Lavora da due mesi all’arena olimpica e non ha ancora visto un soldo.
«Dicono che sono ancora in prova. Comunque qui è tutto in ritardo, quindi non mi stupisco. Dovreste fare un salto dentro per vedere».
Ore 12.00, martedì 20 gennaio, Santa Giulia: la periferia sud est di Milano non è come il Qatar, se non altro per il freddo, e perché qui i ritardi e le condizioni di lavoro non stupiscono nessuno. Frotte di operai escono dal cantiere e si riversano per le strade del quartiere popolare di Morsenchio, prendono d’assalto un food-truck sgangherato che si è piazzato sopra un’aiuola, circondato da auto in sosta vietata.
Sei euro all’ora
Il panino al salame costa come un’ora di lavoro di Mahmud, 6 euro (puliti) senza scontrino. Anche il sorvegliante nello sgabbiotto che impedisce al Corriere del Ticino di entrare è pagato così, 6 euro e 20, e il suo collega ancora meno (5 euro). Sono inflessibili («non si entra senza badge») in compenso non risparmiano lamentele e ironia.
«Tutto pronto, sì, per l’anno prossimo magari».

Se si trascurano le indicazioni dei cartelli e ci si perde (non è difficile) tra i viali e contro-viali che attraversano il cantiere si scopre, però, che il «cuore» di Milano-Cortina 2026 è immerso in un mare di fango e acquitrini, dove corrono i topi e volano stormi di gabbiani. La previsione dei sorvegliani sembra decisamente ottimistica.
L’area che circonda il cantiere - Santa Giulia - è da anni una spina nel fianco dell’amministrazione milanese, ora impelagata in ben altre paludi urbanistico-giudiziarie, e nessuno - dagli artigiani in sub-appalto fino ai vertici della Fondazione Milano-Cortina - osa dire quando potrà essere riqualificata: forse tra cinque anni, forse tra dieci.
Metà delle opere ancora da farsi
È una storia già vista: non solo in Italia e nella capitale morale-economica, dove circa 150 cantieri sono bloccati da mesi e una quindicina sotto sequestro per ordine della Procura, e il precedente di Expo 2015 insegna che i «grandi eventi» sono anzitutto grandi corse all’ultiimo minuto, prima, e poi grandissimi cantieri che si dilungano per anni (nell’area di Rho-Pero i lavori di conversione sono ancora in corso oggi).
Anche fuori dal Belpaese, la storia dei Giochi è costellata di opere mezze-finite e cifre stratosferiche spese (a volte sperperate) in infrastrutture che il marketing olimpico ha ribattezzato come «legacy», eredità, nel senso che vengono terminate e spesso anche iniziate a Giochi già finiti, chissà quando.
L’ultimo aggiornamento sull’avanzamento dei lavori, pubblicato dal sito Open Milano Cortina 2026, ne è la prova. A fine ottobre risultavano concluse solo 16 opere, 51 in esecuzione. Per tre la gara d’appalto era ancora in corso, e 28 dovevano essere ancora progettate.
Eredità costose
Su un centinaio di interventi distribuiti tra Milano, Bormio, Cortina la previsione è che oltre la metà (il 57 per cento) verranno completati dopo la fine delle Olimpiadi: l’ultimo cantiere è previsto nel 2033. Il tutto a fronte di un conto monstre di oltre 5,7 miliardi di euro, il quadruplo rispetto a quanto preventivato (1,9 miliardi) all’assegnazione dei Giochi nel 2019.
Poi c’è il discorso sostenibilità. A vent’anni esatti da Torino 2026 si sono fatti grossi progressi ma le criticità rimangono e in un contro-rapporto pubblicato il mese scorso Legambiente sottolinea come le emissioni di Co2 dei cantieri olimpici (un milione di tonnellate) sono enormi: come se l’intera popolazione di Milano facesse un volo Roma-New York andata e ritorno. L’associazione ambientalista ha evidenziato anche mancanza di trasparenza sulle spese impreviste (il preventivo è stato sforato di 157 milioni) e sui subappalti.
«Un caos, ma ce la faremo»
La lista dei subappaltatori è lunga come la coda dei furgoni (ogni furgone, un «padroncino») posteggiati lungo una via ancora senza nome, che attraversa il cantiere più grande delle Olimpiadi (un milione di metri quadri). Alla nuova arena (Pala Italia) lavorano ancora 1.300 maestranze, giorno e notte, su turni di 24 ore.
«È un po’ come quando si invitano gli amici per cena, e cinque minuti prima che arrivino si è ancora lì a spadellare».
Le parole usate dal dirigente del CIO Christophe Dubi rendono bene l’aria che si respira a Santa Giulia. Solo che, restando nella metafora, in questo caso non si è nemmeno apparecchiata la tavola, la sala è sottosopra e gli invitati sono già arrivati.
L’antipasto è stato servito, in realtà, con le finali di Coppa Italia e della IHL Serie A tra il 9 e l’11 gennaio, in una struttura in gran parte incompleta e bocciata dalla stampa, soprattutto americana, che non ha digerito la pista più corta di un metro rispetto agli standard NHL (ma approvata dal CIO). Subito dopo gli operai si sono rimessi al lavoro, in fretta e furia.
«Domenica (domani, ndr.) dovremmo aver finito e mi chiedo come faremo a concludere tutto» confessa Luis, montatore di mobili peruviano (paga: 7 euro all’ora) mentre sorseggia una birra sul camion della ditta, in pausa. «Là dentro è una confusione totale, e c’è sempre più agitazione man mano che ci avviciniamo alla scadenza».
La cattedrale è quasi pronta
Intorno al cantiere si apre una distesa di fango, a perdita d’occhio, su cui svettano le gru e risuonano canzoni natalizie trasmesse dagli altoparlanti. L’atmosfera è surreale.
«Qui sorgeranno palazzi, un enorme centro commerciale, arriverà anche il tram prima o poi» dice il vigilante in uno sgabbiotto da cui dovrebbero partire le navette sostitutive (il cantiere del tram è stato rimandato a dopo i Giochi) per la vicina stazione di Rogoredo. Oggi non circolano, ma arriveranno a tempo debito.
«Bisogna avere fiducia e un po’ di immaginazione» scherza il vigilante. Oltre gli alti guardrail violacei montati apposta per nascondere lo spettacolo, l’arena lontana sembra proprio una cattedrale in un deserto di pantano: ed è destinata a rimanere tale «almeno per altri cinque o sei anni» secondo il vigilante. Lui non crede tanto nel miracolo dell’ultimo minuto, ma in quello dei prossimi anni.
«Da un lato meglio per noi - ammette - significa più lavoro».
Pagato poco, ma meglio che niente.
