Pietro Masturzo: «Quella fotografia la rifarei altre mille volte»

Pietro Masturzo è un fotoreporter free lance, nato a Napoli nel 1980 e attivo nella professione, a tutte le latitudini del mondo, fin dal 2007. La sua fotografia «Sui tetti di Teheran», scattata in Iran il 24 giugno 2009, ha ricevuto World Press Photo of the Year. Un’altra sua fotografia, pubblicata in copertina sul settimanale italiano L’Espresso lo scorso 10 aprile, ha invece sollevato molte discussioni, nel quadro di un’elevata polarizzazione geopolitica. Abbiamo voluto dunque intervistarlo sul significato, le difficoltà e i valori della sua professione.
Per iniziare, puoi raccontarci i tuoi primi passi nel mondo del fotogiornalismo?
«Mi sono laureato in Relazioni internazionali all’Orientale di Napoli. La passione per la fotografia è nata negli anni dell’università. Non ho iniziato subito con i reportage all’estero, ho fatto uno stage alla Associated Press di Roma e ho formato un piccolo collettivo con alcuni amici fotografi, a Napoli.Coprivamo gli eventi di cronaca locale. Ma già da allora ero attratto dalle grandi storie internazionali e specialmente quelle riguardanti le popolazioni in cerca della propria libertà».
Il primo reportage all’estero?
«Georgia, 2008. Dopo il crollo dell’Unione Sovietica alcune regioni del Paese, come l’Ossezia del sud e l’Abkhazia, avevano dichiarato l’indipendenza con il sostegno della Russia. Queste aree erano di fatto fuori dal controllo georgiano già dagli anni Novanta. Nell’agosto 2008 le tensioni tra Tbilisi e le regioni separatiste sfociarono in guerra aperta. La Russia reagì rapidamente, ci fu un conflitto di pochi giorni, centinaia di morti, migliaia di sfollati. Andai laggiù a documentare la situazione».
E il successivo?
«Iran, 2009. A giugno erano in programma le presidenziali. Fu rieletto l’uscente Ahmadinejad. Scoppiarono massicce proteste di piazza, il famoso Movimento verde, alle radici di alcune manifestazioni che sono accadute di recente nel Paese. Fu un reportage difficile da realizzare. Una delle foto che scattai vinse il World Press Photo of the Year e lì iniziò davvero la mia carriera, nel senso che divenne più semplice pubblicare i miei lavori».
Ma all’epoca iniziò grossomodo anche la crisi generale del giornalismo tradizionale.
«Sì. Non ho iniziato certo nel periodo più favorevole. Era complicato. Lavoravo come free lance, collaboravo con alcune agenzie, una in Italia. Dal 2011 iniziai a coprire le cosiddette primavere arabe. Andai in Egitto, Libia, Palestina».
Già, la Palestina.
«Quando ci vai una volta, ci vuoi tornare ancora e ancora. Per un fotoreporter è un territorio di elezione e di sfida, densissimo di storie, di immagini, di fatti e di dolore. Impossibile raccontarla con un solo reportage. Nel 2013 mi trasferii a Ramallah per un anno. Sono poi tornato parecchie volte. Insieme all’Iran, la Palestina è stato il luogo che ha più catturato la mia attenzione umana e professionale».
Hai lavorato anche altrove?
«Certo. Sempre autofinanziato, in attesa di pagamenti che ogni mese arrivavano sempre più in ritardo, con i budget dei giornali che diminuivano costantemente. Riuscii a coprire comunque diversi eventi, come il precipitare della persecuzione dei Rohingya in Myanmar. Centinaia di migliaia di sfollati verso il Bangladesh, uccisioni, villaggi bruciati. Era dura, e frustrante. Finché sei giovane e non hai famiglia ti accontenti, ma nel 2016 nacque la mia prima figlia e lì iniziai a pensare di aver bisogno di un’organizzazione diversa. Ho viaggiato un po’ meno all’estero e per meno tempo».
E come va oggi?
«Negli ultimi tre anni io e i miei colleghi dell’agenzia Prospekt abbiamo pensato a come fare per contrastare la difficoltà di lavorare con i giornali, che hanno budget ormai scarnificati e seguono un giornalismo virtuale, quasi incorporeo, all’insegna dei click. Un anno fa abbiamo avviato una campagna di crowdfunding legata a Prospekt Palestine Project. Volevamo tornare in un Paese che avevamo coperto a lungo, per anni, tra sacrifici di ogni tipo. Ma l’intenzione era anche quella di sostenere i fotografi indipendenti locali, che comprendono oggi giovani fotoreporter palestinesi e pure israeliani schierati contro l’occupazione. Un progetto dal basso, di solidarietà attiva. Ha riscosso un certo successo fra i lettori comuni, non specializzati. Ora ci affidiamo molto più al finanziamento da piccoli privati che non ai budget delle grandi testate. Senza il primo, il nostro lavoro sarebbe insostenibile».
E va meglio?
«È difficilissimo. Ho difficoltà a ricordare l’anno in cui ho realizzato un reportage che si è pagato tutte le spese».
La copertina dell’Espresso non ti ha portato visibilità?
«Sarebbe stato megllio avesse portato più lavoro, ma il clima è arduo e l’argomento è esplosivo. Il reportage pubblicato dall’Espresso comprende fotografie che ho scattato dal 2025 ad oggi, un periodo dove la situazione a Gaza è diventata molto più che tragica. È noto che l’esercito israeliano non permette ai giornalisti indipendenti l’accesso alla Striscia. La stampa non vi entra dallo scoppio della guerra dopo l’eccidio del 7 ottobre. Trenta mesi dove è accaduto di tutto. Al massimo l’IDF organizza dei ridicoli tour in jeep di un’ora, dove non c’è vero contatto con la popolazione locale e dove, di fatto, non si può fare il proprio mestiere».
E in Cisgiodarnia, dove hai scattato la foto delle polemiche?
«L’accesso è libero ma dentro una situazione tesissima. Non so quante volte sono stato fermato dall’IDF o dai coloni. Basta che provi a fare una foto e subito ti interrompono per identificarti o semplicemente per rallentare il tuo lavoro. Può capitare cinque o sei volte in un solo giorno. Mi succedeva anche prima dell’eccidio del 7 ottobre. Oggi è peggio. Ma niente a che vedere con i rischi che corrono i fotografi locali. Ho parlato a lungo con loro. A volte sono arrivati a non indossare più il giubbotto antiproiettile per non essere identificati».
L’IDF dice che tra di essi vi sono terroristi.
«Credo piuttosto che l’esercito israeliano li ritenga bersagli leggittimi».
Devo fare l’avvocato del diavolo. Quanto sono affidabili questi fotografi? Non c’è il rischio siano politicizzati?
«Posso raccontarti dei fotografi che lavorano per la nostra agenzia e che io e i miei colleghi, viaggio dopo viaggio, valutiamo individualmente come persone e come professionisti, vagliando tutto ciò che pubblicano pure sui loro canali digitali. Sono affidabili. Ovvio che siano anche, ma è parola scorretta, «politicizzati». Non c’è uno di loro che non mi abbia detto che fotografare e documentare quanto accade in Cisgiordania non sia legato al desiderio di libertà. Parliamo di un territorio occupato. Se mi toccasse fotografare da residente una situazione anche solo lontanamente simile, sarei «politicizzato» pure io».
La questione è molto dibattuta. Le fake news dilagano.
«Nel caso della West Bank il lavoro giornalistico di alto livello non è affidato solo ai locali ma è una collaborazione tra fotografi locali e internazionali. Ci sono verifiche incrociate, anche se poi la propaganda tenta sempre di screditare e infangare tutto. Della mia fotografia del colono sprezzante verso una palestinese hanno provato a dire che era falsa e che era tutta una messa in scena. Ho dimostrato che era vera al 100% e che erano presenti altri fotografi che potevano testimoniare che la foto era autentica. Allora è intervenuto l’ambasciatore israeliano in Italia, Jonathan Peled, dicendo che l’immagine distorceva «la complessa realtà con cui Israele deve convivere» e promuoveva «stereotipi e odio». Eppure mi sembra di aver semplicemente colto la realtà dei fatti».
Ma si può dire lo stesso dei tuoi collaboratori?
«Non so quanto sia giusto ritenere che la conferma della veridicità dei fatti che fotografano e raccontano debba essere dimostrata da un giornalista straniero. Certo, i fotografi internazionali restano in Cisgiordania solo qualche settimana nei casi più fortunati, i fotografi locali ci restano tutti i giorni. Sono sottoposti a mille pressioni. È la loro quotidianità. Ma non cadrei nella narrativa che tutti i giornalisti palestinesi confezionino storie a loro piacimento o, peggio ancora, che siano tutti di Hamas. Nel conflitto a Gaza sono stati uccisi più di 260 giornalisti e molti di loro, prima di morire, hanno potuto riportare e documentare ciò che stavano vedendo con i loro stessi occhi, senza infingimenti. Noi, grazie a loro, abbiamo potuto vedere. Accusarli di essere terroristi, infangarli in questo modo, è meschino».
Allarghiamo il campo. Oggi un giornalista, un fotoreporter, è sospettato a prescindere.
«Con il digitale è aumentata a dismisura la possibilità di ingannare e si dà per scontato che anche i professionisti, che pure vivono della loro autorevolezza e credibilità, lo facciano. Per questo dobbiamo essere inattaccabili. Per determinati lavori servono risorse, tempo, fonti affidabili, controlli. Ma tante redazioni tendono a lavorare di fretta e ad evitare gli approfondimenti, che sono uno strumento tra i più importanti per combattere il giornalismo ‘da venti secondi’, quello che il lettore fruisce scrollando Instagram e che non lascia nella mente nulla di nulla. C’è poi, però, anche un fattore psicologico».
Quale?
«La distruzione e i massacri a Gaza, praticamente in diretta, hanno portato le persone a ritenere che il mondo sia un posto davvero brutto. Ogni giorno vedevamo immagini strazianti. Molti, nella comoda Europa, esausti, hanno iniziato a pensare che quel che vedevano era finto: «No, non può essere vero». È un modo per proteggersi. Ma è anche un cortocircuito che porta a radicalizzare lo sguardo e a politicizzare la sofferenza».
