L'intervista

Rampini l'anti-neutrale: «La fine della pace è a due ore da Lugano»

L'opinionista «più americano d'Italia» non nasconde la sua scelta di campo, nella nuova Guerra Fredda mondiale. Anche la Svizzera, dice, dovrebbe fare lo stesso
Davide Illarietti
06.09.2026 06:00

Americano per scelta, Federico Rampini è «schierato» da sempre. Sarà ospite di Endorfine a Lugano, all’indomani dell’anniversario dell’attacco alle Torri Gemelle. La tragedia che, dice, ha messo fine alla «pax americana» e ha aperto la strada al caos in cui ci troviamo oggi.

Nel suo ultimo libro «Pane e Cannoni» lei descrive il tramonto della globalizzazione pacifica basata sul dominio americano. È davvero finita?
«In realtà è la Pax Americana su scala globale che andrebbe considerata un mito o una leggenda. Qualcosa di vagamente simile ci fu solo nel “periodo unipolare” dell’egemonia Usa, dalla dissoluzione dell’Unione sovietica fino, appunto, all’11 settembre 2001. Oggi Mosca ha invaso l’Ucraina, Pechino sostiene la macchina bellica russa, Teheran e Pyongyang fanno blocco».

Anche durante il primo mandato di Trump i toni, specialmente in Europa, erano abbastanza apocalittici. Se fosse un incubo temporaneo?
«Non lo è. I fattori strutturali, la fine del «dividendo della pace», il ritorno della logica di potenza, le interdipendenze usate come armi, erano già in moto da anni, con Obama che virava verso l’Indo-Pacifico e Biden che manteneva i dazi trumpiani. Trump accelera un passaggio d’epoca, non lo inventa. Nel primo mandato i toni erano apocalittici per anticipazione; oggi lo sono perché la guerra la vediamo con i nostri occhi, a due ore di volo da Lugano».

Se la globalizzazione non è più pacifica, i problemi però restano globali. Per affrontarli ci sono ancora le Nazioni Unite: o no?
«L’ONU è in crisi e non da oggi. Fallisce da sempre, prigioniera del veto concesso nel 1945 ai cinque vincitori della guerra. Utile nella decolonizzazione, ebbe un momento di gloria nella prima guerra del Golfo, ma di fronte a Ucraina e Gaza è irrilevante. E lo era già prima di Trump, come mostrarono l’Afghanistan invaso dai sovietici o l’Iraq di Bush».

Ma l’«ognun per sé» non è un’alternativa tranquillizzante. Specie per i piccoli.
«Capisco l’angoscia di un Paese come la Svizzera. Ma la risposta realistica non è confidare in un’istituzione paralizzata: è costruire deterrenza e alleanze funzionali. I rapporti di forze contano, è una regola della storia da sempre. La sola invocazione della legalità internazionale diventa spesso un alibi per la passività».

L’Europa ne sa qualcosa.
«Direi che gli Stati europei membri della Nato sono stati gli unici veri beneficiari di una Pax Americana, in effetti: solo questo fazzoletto di terra piccolo e privilegiato che è l’Europa occidentale ha vissuto 80 anni senza conflitti, perché protetta dai soldati americani».

Il caso più clamoroso è la Germania di Angela Merkel: la Willkommenspolitik del 2015 ha aperto una crisi sociale di cui l’AfD è oggi il sintomo, non la causa

Anche l’UE sembra essere un’istituzione in crisi, quantomeno di identità.
«Le colpe dell’attuale insicurezza non sono solo della burocrazia di Bruxelles, sono ben distribuite nei governi nazionali. Il caso più clamoroso è la Germania di Angela Merkel: la Willkommenspolitik del 2015 ha aperto una crisi sociale di cui l’AfD è oggi il sintomo, non la causa. E legare l’energia tedesca al gas russo, da Nord Stream 1 a Nord Stream 2 nonostante gli avvertimenti americani, ha finanziato per anni il riarmo di Putin. La Francia di Macron ci ha messo del suo: conti pubblici fuori controllo, debito alle stelle, oscillazioni imbarazzanti verso Mosca prima e dopo l’invasione. Roma ha fatto meno danni semplicemente perché conta meno».

Come se ne esce?
«Tutti insieme, se possibile.Significa mettere in comune capitali, industrie della difesa, filiere critiche. Serve autonomia vera: non l’equidistanza fra Washington, Mosca e Pechino, fantasia pericolosa. Su due fronti: quello militare, dove l’Europa ha dodici modelli di carro armato contro l’unico americano, e quello tecnologico, dove tre società Usa controllano due terzi del cloud mondiale. Un rapporto dell’Aja del dicembre 2025 è chiaro: la sicurezza europea non è un sistema integrato, è una somma di capacità nazionali diseguali, e dipende dall’anello più debole. La Finlandia insegna sulla previsione dei rischi, la Svezia e la Svizzera sulla preparazione della popolazione. Non è un caso se nazioni neutrali o ex-neutrali hanno una cultura della sicurezza più avanzata di quelle che si facevano difendere a spese del contribuente americano».

Anche la Svizzera però sta vivendo un momento di grandi dilemmi, sia sul riarmo che sulla questione della neutralità. Secondo lei una neutralità svizzera «tradizionale» ha ancora oggi?
«La neutralità ha senso solo se è armata e credibile, mai se diventa una scusa per non scegliere. Se capisco bene l’iniziativa in votazione il 27 settembre vuole scolpire in Costituzione una neutralità «permanente e armata», vietando alleanze difensive anche in caso di aggressione a Stati terzi. Il rischio, segnalato dal governo federale, è irrigidire una prassi che ha funzionato finora proprio per la sua flessibilità: la Svizzera ha aderito alla gran parte delle sanzioni Ue contro la Russia, cosa che con la formula rigida diventerebbe più difficile. In un mondo dove la neutralità pura si è già rivelata un’illusione per gli Stati piccoli, blindarla per Costituzione è un lusso che la Svizzera stessa smentisce nei fatti ogni volta che sceglie di non restare fuori dai conflitti altrui».

Nella nuova «guerra fredda», lei non è certo neutrale. Il suo sogno americano non si è incrinato, come per molti europei, con l’avvento di Trump?
«Vivo negli States da 26 anni e sono diventato americano ai tempi di Obama, seguendo la scelta dei miei figli. Non sono neutrale, è vero. Ma non dipende da un afflato ideologico per Trump, che non ho mai votato e di cui critico eccessi e contraddizioni».

Allora, da cosa dipende?
«Guardo ai fondamentali: gli Stati Uniti restano l’unica potenza a possedere insieme leadership finanziaria, superiorità tecnologica, controllo di risorse strategiche e dinamismo demografico. Il quadrilatero magico che nessun rivale, Cina inclusa, riesce a replicare. Ogni generazione americana ha annunciato il proprio declino, dalla guerra in Vietnam alla crisi del 2008. E ogni volta il Paese è ripartito. Il mio sogno americano non dipende da un presidente: dipende dalla capacità di reinventarsi che ho visto all’opera per tre decenni, la stessa che oggi fa ripartire da lì la rivoluzione dell’AI».

Si avvicinano le elezioni mid-term, il grande test elettorale di metà mandato. Un pronostico?
«Il voto si giocherà soprattutto sull’economia: l’approvazione di Trump è scesa al 33 per cento per l’inflazione, i sondaggi danno ai democratici un vantaggio per il Congresso. Se, come appare possibile, i repubblicani perdessero la Camera, la fase legislativa di Trump si chiuderebbe e si aprirebbe una stagione di audizioni che lo metterebbe sulla difensiva».

E sul fronte estero?
«L’effetto sarebbe duplice: da un lato la tentazione di risultati rapidi - su Iran e Russia - per rassicurare l’elettorato prima di novembre. Dall’altro, un Congresso più ostile renderà più difficile sostenere Israele ma dovrebbe mantenere la linea dura verso Russia e Cina. È un vincolo antico della potenza americana: la proiezione di forza all’estero dipende sempre dal consenso in patria. Gli Usa non hanno mai perso guerre sul terreno strettamente militare, ma alcune le hanno perdute o “pareggiate” per un deficit di consenso interno».

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