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Storia inaudita dell'uomo della foresta

Chissà cosa accadrebbe nel mondo se invece di un Molai ce ne fossero dieci, cento, mille
Prisca Dindo
05.04.2026 06:00

Tutto inizia alla fine degli anni ’70, quando un giovane di quindici anni figlio di un allevatore di bufali dello Stato indiano dell’Assam scopre un’isola. È la più grande del mondo, Majuli, sul fiume Bramapoutra. Non trovandosi lungo il suo cammino quotidiano verso casa, Jadav «Molai» Payeng non l’aveva mai vista prima di allora.

Giunto lì, Molai si ritrova di fronte a una realtà desolante. L’isola, un tempo ricoperta di alberi rigogliosi, è ora spoglia, ridotta a un deserto di sabbia e fango, devastata dai monsoni e dalle temperature torride.

Le condizioni ambientali sono talmente compromesse che neppure i serpenti riescono a strisciare su questa landa abbandonata e muoiono.

Preoccupate dall’emergenza, le autorità indiane avviano un progetto di riforestazione, ma poi abbandonano il campo. Dopo tre anni di lavori, gli operai lasciano zappe e terra e tornano a casa. Salvo Molai.

Lui, che aveva partecipato al progetto, decide di continuare da solo.

Abbandona la scuola e fa della rinascita di Majuli il suo scopo di vita. Inizia dai semi, che pianta accanto agli alberelli su centinaia di ettari di sabbia.

«Cominciai con un pugno di sementi che innaffiavo di continuo. Avevo sempre le tasche piene di semi che mettevo nello sterco delle vacche.

Mentre il terreno si faceva più fertile, le piante iniziavano a crescere. Così perseverai, aggiungendo via via altre varietà di piante» racconta oggi Molai in un documentario dedicato a lui.

Con l’aiuto del concime e di un sistema di irrigazione costituito da pentole di terracotta accatastate una accanto l’altra, Molai migliora la qualità della terra. Introduce anche le formiche rosse, consapevole della loro capacità di arricchire il suolo «mi hanno morsicato mille volte ma sapevo che questi piccoli insetti sono fondamentali per migliorare la terra», spiega. Col passare del tempo, il deserto si trasforma. Sabbia e fango lasciano il posto a piante e fiori. «Una volta avviato il processo, la natura si sviluppa da sola. È un circolo virtuoso: le piante fioriscono, il vento e gli uccelli disperdono i semi, dando vita ad altre piante».

Oggi la «Foresta di Molai» si estende su una superfice enorme, grande quanto novecento campi di calcio. Un vero ecosistema in cui sono presenti più di cento varietà di alberi e tanti uccelli, come il pellicano, la gru siberiana.

Sono tornati i rettili, come pure i conigli, le manguste, i daini, i cervi, le scimmie. Sull’isola di Majuli vivono anche rinoceronti, elefanti. Persino tigri del Bengala. «Dopo quarant’anni di lavoro, nel 2012 sono pure apparsi gli avvoltoi» aggiunge Molai, il quale ammette di temere più gli uomini di qualsiasi bestia feroce, in particolare i bracconieri.

Dopo aver vissuto per decenni come un emarginato e folle, il mondo si accorse di lui nel 2008, quando un branco di un centinaio di elefanti giunse nell’area e causò danni ad alcune abitazioni.

Quando i funzionari del dipartimento forestali si recarono sull’isola per capire cosa stesse succedendo, si trovarono di fronte a qualcosa di inimmaginabile. Da allora, grazie all’appoggio del governo centrale, l’isola di Molai è diventata un esempio di gestione naturalistica. Non solo. Il modello di riforestazione inventato da Molai potrebbe essere applicato progressivamente su tutto il bacino del fiume Bramapoutra, risolvendo così il problema delle inondazioni e dell’erosione su scala più larga. Intanto Molai non si ferma. Ogni giorno pianta nuovi semi sulla sua isola e cerca soluzioni per combattere gli effetti del cambiamento climatico. Ha persino tentato di candidarla all’Unesco come bene dell’umanità, ma finora senza successo. Per tutti, lui oggi è Jadav «Molai» Payeng, l’uomo della foresta.

Chissà cosa accadrebbe nel mondo se invece di un Molai ce ne fossero dieci, cento, mille.

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