Una giornata nella vita di Loredana

Loredana Ricca ha cantato per anni nel coro Cantadonna di Cugnasco, ma questo inverno ha deciso di smettere. Non riusciva più a stare al passo. Ha dato l’annuncio prima dei concerti di Natale.
«Non volevo essere di peso. Ma mi è dispiaciuto tantissimo. Il coro è una delle cose più belle che la malattia mi ha tolto».
Fino ai 75 anni Ricca ha avuto una voce impeccabile, allenata per una vita (a casa, al lavoro, nelle lezioni e ai concerti). Ma negli ultimi tempi faticava persino a riconoscerla.
«Neanche mio marito e mio figlio mi capivano più, quando parlavo».
Nella malattia le facoltà cognitive non subiscono per forza un rallentamento, specie all’inizio. La chiamano «la luna di miele» del Parkinson, perché all’apparenza tutto va avanti come prima.
Nel caso di Loredana è durata un paio di anni. La diagnosi neurologica - datata marzo 2021 - è rimasta in un cassetto della scrivania del marito Urs, come fosse una carta uguale alle altre, finché non sono comparsi i primi inevitabili sintomi.
La lotta quotidiana
Qui va fatta una precisazione: questa non è una storia triste. Non è triste Loredana, che accoglie gli ospiti con sorriso ironico - «non sono abituata alle interviste» - e li accompagna in un salotto luminosissimo.
«Scusate il disordine»
In realtà la casa - una villetta anni ’30 nella tranquilla via Franzoni, a Locarno - non è disordinata ma solo piena. Di libri, arredi orientali, foto e quadri alle pareti. Sicuramente non è una casa triste.
«Tè? Caffè?»

Non è triste Urs, marito di Loredana, segretario comunale in pensione, che sparisce in cucina e torna con un vassoio carico di biscottini e tazzine colorate. Sorride, scherza.
«Abbiamo appena fatto un mese di vacanza»
Loredana è tornata ieri dalla clinica Hildebrand di Brissago, dove per quattro settimane ha seguito un percorso di riabilitazione: il recupero è difficile, ma i risultati si vedono. Certo, tante piccole cose sono diventate più complicate: convivere con una malattia neurodegenerativa significa perdere tutto e riconquistarselo pezzo a pezzo, ogni giorno. La mano trema , ma si versa il tè. La voce è debole, ma regge senza problemi un’intervista lunga una mattinata (e alla fine avrebbe ancora da dire). Loredana ha rinunciato al suo amato coro, è vero: ma non al canto in sé.
«È una forma di terapia».
Il Parkinson non passa cantando - non è mai passato a nessuno - ma è dimostrato che l’attività canora e ritmica, in particolare di gruppo, ha importanti benefici complementari per chi soffre della malattia: migliora la voce, la respirazione e persino l’andatura.
Un canto collettivo
Non a caso, l’associazione Parkinson Svizzera ha organizzato a partire da quest’anno un corso di canto destinato alle persone malate e ai loro familiari e congiunti. Una prima in Ticino. Il gruppo - tra 6 e 8 persone - si ritroverà ogni due settimane a Solduno, non lontano dalla casa di Loredana, e lei si è iscritta immediatamente.
«Non vedo l’ora di cominciare».
In Ticino sono circa 600 secondo l’EOC le persone malate di Parkinson, una stima legata all’età media della popolazione: un ticinese su quattro ha più di 65 anni, un record svizzero, e la regione con la maggior concentrazione di anziani è proprio il Locarnese.
In futuro il numero dei pazienti è destinato ad aumentare: «Negli ultimi anni si è osservata una crescita dei casi legata principlamente all’invecchiamento della popolazione» sottolinea Salvatore Galati, caposervizio presso il Neurocentro dell’EOC. «L’età è il fattore principale di rischio, assieme a fattori ambientali e individuali». Le terapie complementari, basate su manualità e creatività, negli ultimi anni hanno attirato un interesse crescente.
L’atelier domestico
Il luogo dove il concetto si esprime meglio, a casa di Loredana - forse in Ticino, addirittura - è una stanzetta di pochi metri stracolma di cavalletti e tele da pittura, dove lei si ritira per lunghe ore solitarie. Lo chiama «l’atelier».
In realtà, spiega Urs, è solo uno dei posti dove la moglie custodisce le opere che ha accumulato in una vita di attività artistica, che non si è fermata con l’insorgere della malattia.

«La casa è piena e abbiamo affittato anche un deposito - spiega - Non sappiamo più dove metterle». Ex maestra d’asilo, Loredana Ricca è da sempre anche una pittrice e artista tessile, con alle spalle decine di esposizioni in Svizzera e all’estero dai primi anni ’90 fino alla soglia della pandemia. Lavora con materiali di scarto: corde di chitarra, fili di ferro, bende mediche recuperate da ospedali e negozi.Tra i suoi temi preferiti ci sono la fragilità, la solitudine, ma anche le ingiustizie sociali e ambientali.
«È una persona piena di spunti, e non è certo una che si arrende».
La sua mano è incerta mentre scrive su un biglietto l’elenco della spesa, da fare nel pomeriggio.
«Pane, latte, caffè»
Ci sono volute ore e ore di esercizio in clinica, per tornare a questo livello di padronanza. Sembra poco, ma è tantissimo. Anche solo sorreggere il bicchiere della medicina - ore 11.00 precise, guai a dimenticarsene - è uno sforzo che le provoca tremore, il più appariscente segno della malattia.
L’arte come terapia
Appena la mano raccoglie il pennello e lo porta alla tela però, sul cavalletto apprestatole da Urs nell’«atelier», avviene la trasformazione. Il gesto è diverso, sul volto si disegna l’ispirazione - qualsiasi sia la sua forma - che subito si ritrasmette alla mano.
Esprimere la propria fragilità sarà forse l’ultima missione artistica di Loredana, in opere che speriamo numerose - sicuramente vere- negli anni a venire. Ma la creatività può davvero rappresentare una terapia a malattie degenerative irreversibili?
Nel caso del Parkinson, potrebbe esserne in buona misura anche una conseguenza. Sabina Catalano Chiuvé, specialista in neuropsicologia presso l’Ospedale Universitario di Ginevra, ha studiato le attitudini artistiche dei parkinsoniani e osservato che «talvolta la creatività si può esprimere con un cambiamento di stile o un aumento della produttività» dei malati già propensi all’arte. Ma non è infrequente, nelle persone che seguono terapie farmacologiche contro il morbo, che l’attività creativa compaia dal niente, come una sorta di «effetto collaterale».
Coltivare passioni antiche e scoprirne di nuove è fondamentale per la qualità di vita dei malati: è il motivo per cui l’associazione Parkinson Svizzera punta molto sulla promozione di corsi e attività complementari - dalla danza al bricolage - che «non sostituiscono la terapia medica ma possono portare benefici importantissimi in termini di benessere della persona, della motivazione ad andare avanti» spiega la coordinatrice Nazira Zappa. In Ticino l’associazione ha circa 500 iscritti (in continuo aumento) e ha aperto negli ultimi anni sei gruppi di auto-aiuto dalla Riviera a Mendrisio. A Locarno non c’è ancora («ci stiamo lavorando») e per questo il corso di canto è ancora più importante.
Vicini ma lontani
Poco lontano da casa di Loredana, in via Vallemaggia a Solduno, c’è un altro atelier che da anni condivide con gli artisti Elia Gobbi e Mari Mariana Minke (Casa Stanata). Combinazione, è proprio lì che dal mese prossimo si terrà il corso di canto promosso da Parkinson Svizzera. Sarà un’occasione per tornarci dopo diversi mesi di assenza forzata.
Il centro dista cinquecento metri, ma è diventato un lungo viaggio per Loredana. È felice di uscire: mentre si prepara, però, d’un tratto il volto si fa serio nello specchio.
«Non è giusto. Sono stata una brava mamma, una artista impegnata. Non mi merito tutto questo».

Scendendo due piani di scale - un altro ostacolo non da poco - Loredana stringe la mano di Urs e si fa forza. La parola «tristezza» non vuole nemmeno sentirla.
«Piuttosto parlerei di momenti di fragilità».
Ci sono, non lo nega, ma se li scrolla subito di dosso: non può permetterseli, e non servono a niente.
