Vecchie regole per antichi pasticci

Non ho nulla contro Filippo Lombardi, anzi. Al netto dell’incredibile scivolone di quella surreale conferenza stampa che aveva provocato il terremoto in casa Ambrì seguito dal suo stesso avvicendamento alla testa della società - di cui magari un giorno per semplice curiosità gli domanderò qualche dettaglio - l’ho sempre giudicato un eccellente dirigente sportivo. Da cittadino, invece, non ho potuto non notare in questi anni un certo difetto di luganesità, che lo ha fatto sembrare poco coinvolto - e forse anche qualcosa di più - nelle nostre faccende urbane.
Ma non è questo il punto, almeno non oggi. Se parlo di lui è perché credo sia giusto sollevare il problema della sua permanenza nel Consiglio di amministrazione di AIL al fianco del collega Marco Chiesa, formalmente eletto in rappresentanza del Municipio in seno alla partecipata (definizione che più brutta non potrebbe essere, ma tant’è). La domanda che ci si può porre è questa: vivremo in una sorta di peccato istituzionale? In un certo senso sarà proprio così, ma non per responsabilità diretta dello stesso Lombardi - il cui tentativo di forzare il sistema, dalla sua posizione acquisita, avrebbe anche potuto essere giudicato legittimo se non proprio corretto - bensì della solita, risaputa e sconfortante compiacenza del sistema, che fa che le cose, in politica, vadano così più o meno da sempre…
Le regole del gioco, che per pudore non chiamerò per ora con il loro vero nome, dovrebbero però avere la funzione di impedire qualsiasi forma di abuso o di semplice stortura. Nell’interesse superiore, che è poi l’interesse di tutti. A Lugano, invece, oltre ad attendere da anni l’aggiornamento delle normative in materia di governance nelle società controllate dal Comune - se non sbaglio ne avevo già scritto tempo fa, evidentemente in modo del tutto inutile - si trova addirittura il modo di giustificare l’imbarazzante anomalia, adducendo il criterio interpretativo di una disposizione tanto chiara quanto la data di nascita impressa sulla carta d’identità di ognuno di noi.
Settant’anni sono settant’anni, ovunque meno che dalle parti di piazza della Riforma, almeno così sembra. Dipende forse da quando si inizia a contarli: magari da quando si è eletti? Chissà…
Intanto si va avanti come se niente fosse, proprio come al Casinò, dove il mancato scarico (altro termine alquanto infelice per l’inevitabile accostamento alla più arte meno nobile dell’arte idraulica ) sui conti in realtà ha avuto l’effetto di un refolo di aria tiepida in queste giornate di canicola.
Quindi, tirando due somme: che bisogno c’è di nuove leggi - eccola la parola magica - quando per il Municipio è molto più facile ritirare un messaggio piuttosto che far rispettare quelle in vigore?


