L'intervista

«A volte in Ticino mi sembra di parlare arabo»

Luisa Orelli è l'unica arabista mai eletta in Consiglio Comunale – Ha tradotto i grandi autori della letteratura orientale – «Lugano avrebbe molto da imparare dal Cairo»
© CdT / Gabriele Putzu
Davide Illarietti
30.11.2025 17:45

Non è facile in Ticino visitare la casa di un arabista o, come si diceva una volta, di un orientalista. Anzitutto perché gli orientalisti sono estinti da tempo, non solo in Svizzera. La casa di Luisa Orelli a Pregassona è piena di libri in arabo, molti tradotti da lei, arazzi alle pareti, oggetti importati da un negozio del Cairo che non esiste più, appartenuto alla moglie dello scrittore Nabil Naoum. Sembra arrivato dall’Oriente persino il vecchio camino - per via delle maioliche multicolori - che in realtà è ticinese come tutta la casa: tipica casa di nucleo, travi a vista e ballatoio un tempo condiviso da più abitazioni, quando Lugano era più simile al Cairo di quanto si ricordi.

È ticinese, oramai, anche la padrona di casa. Dopo vent’anni passati a Lugano Luisa Orelli ha perso i tratti della sua vita precedente e si è «integrata» o «reintegrata» nella sua terra d’origine, quella del padre Giovanni, prendendo parte anche alla vita civile: è stata eletta in Consiglio comunale l’anno scorso, indipendente tra le fila dei Verdi. Ma sotto sotto rimane sempre un’arabista - l’arredo non mente - e se viene contattata in questa veste («la mia preferita») apre la porta e offre il caffè più volentieri.

Non ce ne sono molti, del resto, in Ticino: forse anzi lei è l’unica (di certo l'unica eletta dal popolo). Nella sua vita passata - «la mia seconda vita» dice: la prima era stata anch’essa in Ticino - quando Giovanni Orelli insegnava ancora al Liceo e lei viveva lontano, al Cairo, forse per sottrarsi alla gloria paterna, ha tradotto alcuni capolavori della letteratura araba che restano tutt’oggi delle pietre miliari, nel magro panorama delle letture importate dall’Oriente nella lingua italiana.

foto Cdt (Gabriele Putzu)
foto Cdt (Gabriele Putzu)

«Zaini Barakat», romanzo storico del grande Gamal Al Ghitani (1945 - 2015) che racconta gli intrighi e le guerre fratricide tra i Mamelucchi al tempo dell’ascesa Ottomana - in realtà una metafora delle guerre arabo-israeliane e del regime di Nasser, che costò all’autore il carcere - è appoggiato in due edizioni (1997 e 2006, Giunti) sullo scaffale di fianco a una foto in bianco e nero di Orelli padre, in un abbraccio affettuoso, con la moglie Ester Viscardi mancata due anni fa. Subito sotto c’è «Alla fine del mondo», raccolta di racconti del genio espressionista di Yusuf Idris (1927-1991)nella piccola preziosa versione di un editore oggi scomparso (Zanzibar, 1993: il catalogo è stato rilevato da Giunti) che tra i libri tradotti da Orelli è «probabilmente il mio preferito». In un tascabile verde-blu («I miei giorni», Zanzibar 1994) è racchiusa la parabola di Taha Hussein, da figlio non vedente dell’Egitto più povero - gran parte degli scrittori egiziani sono nati poverissimi, come gli egiziani in generale - a gloria nazionale, nume dell’illuminismo arabo che piace in Occidente e in Oriente un po’ meno.

Tra due mondi

Su una parete in salotto è appesa una prima versione della poesia «Nord Sud», battuta a macchina da Giovanni Orelli il 22 marzo 1984 («A Luisa, per i suoi vent’anni»).

Mia madre, la tua nonna contadina

sarebbe rimasta entusiasta

spaventatissima

a sapere che tu a Parigi (...)

impari l’arabo parli con gli arabi

Tra i due mondi lei ha provato nel suo piccolo a fare da ponte - «con fatica» - e li ha sentiti in realtà «fin dall’inizio come molto vicini, meno lontani comunque di quanto si pensi». Forse perché ha studiato alla Sorbona vicino a dove Giuseppe Ungaretti - italiano d’Egitto - abitò con il poeta libanese Mohammed Sceab, altro illustre sconosciuto il cui suicidio è diventato una poesia («In memoria», ne il Porto Sepolto) «amatissima» fin dai tempi del liceo. O forse perché fu a Lugano che incontrò per la prima volta Yusuf Idris, «un omone grande dagli occhi azzurrissimi, elegante e raffinato» venuto a conoscere il padre Giovanni su invito di Pro Helvetia negli anni Ottanta. Alla Biblioteca Cantonale, di fronte al liceo, sono custoditi i libri di un’altra conoscenza insospettabile di Orelli padre, lo scrittore libico Alessandro Spina (nome de plume di Basili Shafik Khouzam) che visse a lungo in esilio in Lombardia e volle donare al Ticino la sua biblioteca «come segno di affetto».

«Mio padre era un ticinese nato in montagna che amò moltissimo la città» ricorda. «La sua finestra sul mondo fu soprattutto Milano, era lì che scappava in cerca di orizzonti più ampi. In un certo senso ho seguito il suo esempio».

Solo che è andata più lontano. La città di Orelli figlia è stata il Cairo, dove si è trasferita nel 1987 - per sentirsi «un po’ meno figlia di» - e ha vissuto fino al volgere del secolo, conoscendo di persona tutti i nomi (tranne Taha Hussein) che ha tradotto: i grandi letterati di cui nessuno o quasi nel pubblico italofono ha mai sentito parlare. L’eccezione è Naguib Mahfuz, che non aveva bisogno di traduzioni: l’unico Nobel della letteratura araba, «persona gentilissima e semplicissima - ricorda - il ritratto della modestia egiziana, sebbene quando lo incontrai era già all’apice della fama». Fu la sua prima intervista per la Radiotelevisione svizzera italiana, di cui Orelli è stata corrispondente dall’Egitto e per cui lavora tuttora. All’incontro prese parte anche una ancora sconosciuta Ilaria Alpi - «collaboravamo spesso insieme, fu entusiasta di conoscere lo scrittore» - che ancora non era diventata un’inviata della Rai, e sarebbe morta pochi anni dopo in un attentato dai contorni mai chiariti.

Alla memoria dell’amica degli anni egiziani - «siamo state ragazze insieme, ci siamo trovate e piaciute» - è dedicata in epigrafe la traduzione del romanzo di Al Ghitani, uscito poco dopo l’attentato di Mogadiscio. È un momento di svolta - «l’aereo che riportava i suoi resti in Italia passava sopra la mia testa al Cairo, la mia vita continuava invece la sua si è fermata lì» - e Orelli tornaca a casa poco dopo aver tradotto un secondo libro di Ghitani («Il mistero dei testi delle piramidi», Giunti 1998).

Ritorno a casa

In Ticino Luisa Orelli è tornata a essere «figlia di» sia in senso stretto - «ho potuto passare gli ultimi anni con i miei genitori, essere madre vicino a loro, è stato giusto così» - sia in altri sensi. Sul piano politico, ad esempio, ma anche letterario.

«Gli scambi con mio padre sulla nostra passione comune, la letteratura, sono sempre stati frequenti, anche se ci occupavamo di due ‘‘mondi’’ diversi. Gli ho sempre sottoposto le bozze delle mie traduzioni, per un confronto: andavo da lui, parlavamo a lungo. Ma solo negli ultimi anni ho iniziato ad ascoltare i suoi suggerimenti».

Libertà retoriche, idee verbali - «l’eterno imperfetto alla Flaubert» - i guizzi dell’Orelli «traduttore» dall’arabo per interposta persona meriterebbero forse, un giorno, un’indagine filologica. Come quando osò proporre una conclusione enfatica al testo di una canzone (Al-Atlal, «Le rovine») di Umm Kulthum, leggenda nasseriana della musica i cui testi sono praticamente sacri per il pubblico pan-arabo (e per Luisa Orelli).

O quanto vorrei che non ci fossimo destati, mai!

Quel mai rafforzativo fu trovata paterna, come quella di rendere con il verso ottonario un’altra poesia, «Fuoco e ghiaccio» , in una raccolta dell’autrice irachena Nazik Al Malaika ("La Notte mi chiede chi sono", Edizioni San Marco dei Giustiniani, 2019) che è l’ultima fatica di Orelli traduttrice.

«Mi spingeva a osare, mi dava il coraggio di aggiungere qualcosa, metterci del mio, cosa che ho sempre esitato a fare».

Anche la politica è una passione ereditaria. Luisa Orelli è convinta di essere stata eletta in Consiglio Comunale, otto anni dopo la morte del padre, principalmente «per il cognome che porto». Sul suo lavoro nella Commissione delle Petizioni non nasconde un certo disincanto: «L’idea di identità svizzera che sottende ai processi di naturalizzazione, mi sembra, è spesso superficiale, legata all’immagine di una comunità chiusa» annota. «I valori dell’apertura, del dialogo e della pluralità sono fondativi per la Svizzera ma pochi se lo ricordano». Lugano avrebbe molto da imparare dal Cairo: Orelli lo ripete spesso. Ma a volte ha l’impressione di stare parlando arabo.

In questo articolo: