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Antisemita a chi? Le impressioni di tre palestinesi in Ticino

Un radiologo, un commerciante d'auto e una casalinga: tre palestinesi in Ticino fanno i conti con il passato (che non passa)
Deen Al Schweiki, commerciante d'auto a Quartino (CdT/Gabriele Putzu)
Davide Illarietti
19.11.2023 09:00

Un radiologo di Quartino, un commerciante d’auto usate, una casalinga con la passione per il nuoto. Non sono i profili tipici dei «lupi solitari» evocati dai media, non somigliano nemmeno ai profughi in fuga dall’orrore di Gaza. Eppure con quell’orrore tutti e tre sono strettamente imparentati: accomunati da una rabbia che esplode al solo nominare la Palestina. E da un dolore altrettanto evidente.

Ognuno lo sfoga a modo proprio. Deen Al Shweki, 57 anni, mostra delle pastiglie e bustine di tisana calmante che dal 7 ottobre tiene sulla scrivania. Il suo ufficio è a Cadenazzo, circondato da auto a prezzi d’occasione: ma è come se fosse a migliaia di km di distanza e nel mezzo della guerra. «Guardo continuamente le notizie e non riesco a trovare pace» racconta il padre di famiglia. «Avete sentito le ultime sull’ospedale Al Shifa? È una cosa... incredibile».

Al Shweiki davanti al suo negozio di auto usate a Cadenazzo (foto Putzu)
Al Shweiki davanti al suo negozio di auto usate a Cadenazzo (foto Putzu)

Anche Samia Hadi, 41 anni, ha seguito le notizie da casa sua a Lugano e poi è andata a nuotare alla piscina comunale alla Foce, come fa sempre per sbollire la rabbia. «È il mio modo per liberarmi dell’energia negativa» spiega. Da quando è arrivata dal Libano come rifugiata nel 2001 ha sempre fatto volontariato e si è ricostruita una vita e una famiglia in Ticino.Ma la crisi a Gaza ha risvegliato un trauma. Ha smesso perfino di fare volontariato.

«Non ci riesco più» spiega. «Sto a casa e guardo le notizie. Fatico anche solo a sorridere». Aveva sei anni quando l’esercito israeliano portò via suo padre e i fratelli - in prigione per tre anni - dal campo profughi di Sidone, durante la guerra del 1982-85. «Le paure dell’infanzia non passano mai» dice scoppiando in lacrime. «Sono sempre pronte a riemergere».

Samia alla Foce di Lugano, prima di andare in piscina (foto Zocchetti)
Samia alla Foce di Lugano, prima di andare in piscina (foto Zocchetti)

Ne sa qualcosa anche Ebrahim Dasoki. Abita vicino all’aeroporto di Magadino: da piccole le sue figlie correvano da lui «terrorizzate» quando un aereo atterrava. «Pensavano che la guerra le avesse inseguite» spiega il radiologo 75enne. Nella sua villetta di Quartino ha aperto uno studio di medicina alternativa, dopo una carriera negli ospedali del Sopraceneri: per lui è stata come una cura dal passato.

«Sono nato in Palestina l’anno in cui nacque Israele, il 1948» racconta. Sfollato prima a Gaza - «un viaggio a piedi di quaranta giorni, in braccio a mia madre» - poi in Giordania, ha studiato medicina finché la sua casa non fu distrutta nel «settembre nero» del 1970. «Mio padre mi disse che non poteva più pagarmi gli studi. Venni in Svizzera a lavorare ed eccomi ancora qui».

Desoki nel suo studio a Quartino (foto Putzu)
Desoki nel suo studio a Quartino (foto Putzu)

I palestinesi in Ticino non sono numerosi né censiti - hanno altri passaporti, spesso svizzeri - ed erano «una quindicina» alla manifestazione del 28 ottobre a Bellinzona. Samia, Ebrahim e Deen erano presenti. Avevano già partecipato ad altre manifestazioni in passato - Milano, Berna - e ognuno conserva dei «souvenir» della battaglia comune. Dasoki un quadro in salotto con la scritta «we will return», ritorneremo. Deen Al Shweiki una mappa in miniatura della Palestina, che tiene tra il cellulare e la custodia.

«Il nostro senso di appartenenza è forte come l’indignazione» rivendica il commerciante d’auto. È cresciuto in Kuwait, ha studiato informatica in Giordania e lavorato per Swissair - «è così che sono finito in Ticino» - ma nel cuore si sente palestinese. «Questo non fa di me un fondamentalista» assicura. Ma le polemiche sulla piazza e le accuse di antisemitismo non lasciano nessuno indifferente. «Manifestare per la Palestina non significa essere contro gli ebrei» ripetono tutti e tre prima di esprimere le proprie critiche a Israele. Ognuno ha in mente una soluzione diversa al conflitto - due Stati Desoki, uno solo Al Shweiki, tornare al pre-1948 Samia Hadi - ma tutti concordano sul fatto che «non è un problema di religione» e la convivenza è possibile. Prima, però, le bombe devono smettere di cadere.

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