Inchiesta

Cercasi massone, astenersi perditempo

In Ticino i Liberi Muratori sono sempre meno, ma entrare in una Loggia non è così semplice – Ci abbiamo provato
©CHIARA ZOCCHETTI
Davide Illarietti
11.02.2024 06:00

L’appuntamento ''in incognito'' è in un’agenzia immobiliare del Locarnese. Il Maestro Marcel Beyeler è un uomo sulla quarantina, aria allegra, abito casual: niente cappuccio né grembiule o cose del genere. Per incontrarlo basta una mail all’indirizzo indicato sul sito internet: il candidato deve soddisfare alcuni requisiti - si accettano solo «bussanti» uomini e residenti della regione - e con una telefonata il primo colloquio è fissato.

Fin qui tutto semplice. Ma diventare membro di una Loggia massonica in Ticino, in realtà, è più complicato di quanto si possa pensare, considerando la carenza di nuovi adepti che la Massoneria lamenta da anni. La Domenica si è fermata al primo «step», dopo aver scoperto che alla Loggia «Veritas» di Locarno la selezione è in realtà molto impegnativa.

Cercansi massoni

«La massoneria è aperta a tutti gli uomini liberi» si legge sul sito della Loggia. «Se ti interessa approfondire l’argomento puoi contattarci». Nell’ufficio del Maestro l’atmosfera è rilassata: non fosse per una cazzuola da muratore su una libreria - comunque in tono con l’ambiente - è un’agenzia immobiliare come tante, ma più accogliente. Anche il proprietario è molto gentile. «Siamo sempre contenti di accogliere nuove persone - spiega -, l’età media dei nostri fratelli non è bassissima, come si può immaginare».

Non è un segreto né una novità. In un articolo dal titolo «Massoneria in Ticino, la questione delle nuove leve» apparso nel 2014 sul portale online della Grande Loggia Alpina - l’associazione mantello delle confraternite svizzere - il problema del ricambio generazionale era ben spiegato. «Dopo avere interpellato i venerabili maestri» l’anonimo autore segnalava l’assenza di «strategie specifiche volte a ripopolare» le logge ticinesi. «Molti fratelli lasciano l’Ordine senza essere rimpiazzati. Molti affiliati partecipano raramente alle cerimonie» si legge. Il risultato «desolante e deprimente» era che nelle cerimonie rituali, che la Massoneria celebra in appositi templi, «i banchi risultato spesso semivuoti».

Selezione durissima

In dieci anni le cose sono peggiorate ulteriormente? Il Maestro, forse per non spaventare il candidato, al primo colloquio traccia un quadro meno desolante. Riunioni conviviali - «discutiamo argomenti di attualità, ognuno può portare un tema» - una cerimonia al mese - qui, sì, si indossa l’abito rituale - e una retta annuale di poche centinaia di franchi. Servono per le spese della sede: il Tempio è in un appartamento in via Rovedo e l’affitto è condiviso con altre due logge, di cui una femminile.

Quella dove abbiamo provato a «infiltrarci» è una loggia esclusivamente maschile, come la maggior parte delle confraternite tradizionali. In Ticino sono cinque quelle riconosciute ufficialmente, a Bellinzona, Lugano, Chiasso e Locarno, per totale di circa 350 affiliati sulla carta: ma la cifra potrebbe non essere più attuale. A Locarno ci sono «una trentina» di iscritti, spiega il Maestro Beyeler, ma ammette che «c’è chi frequenta più regolarmente, chi meno». Non ci sono limiti di età né di professione: «Abbiamo l’avvocato come il tassista, l’imprenditore e il colonnello dell’esercito possono ritrovarsi a servire il pranzo a un muratore, durante le nostre riunioni conviviali. La fratellanza segue una gerarchia tutta sua».

È il fascino della Massoneria, si sa, assieme a quello - innegabile - generato dall’aura di mistero. La regola enunciata con solennità dal fiduciario immobiliare - «solo il massone può dire di essere massone, non può dire se un altro lo è» - non fa una piega. Ma proprio qui iniziano i problemi. Il secondo «step» per gli aspiranti iniziati prevede l’invio di un curriculum e 4-6 mesi di affiancamento da parte di un altro massone. «Se la valutazione sarà positiva dopo potrai partecipare alle riunioni» spiega Beyeler. «Ma senza diritto di parola per i primi due anni».

Ecco l’inghippo. La discrezione che per secoli ha garantito la sopravvivenza delle Confraternite - perseguitate da Chiesa e Stati - oggi forse rischia di ostacolarle. A Locarno i nuovi candidati sono accolti a braccia aperte. Ma alle richieste esplicite di intervista, invece, le altre Logge ticinesi hanno risposto in modo ben diverso.

Top secret

La prima mail alla Loggia il «Dovere» di Lugano - la più grande e conosciuta in Ticino - è di settembre. «Siamo d’accordo a concedere l’intervista» risponde un membro dell’Associazione ticinese di cremazione, l’ente che gestisce i crematori di Chiasso e Lugano che al «Dovere» fa capo. Chiede però «una lista delle domande» e dopo averla ricevuta, rimanda l’incontro «a data da stabilire». A una nuova mail, inviata tre mesi dopo, non risponde più.

Eppure la Massoneria a Lugano non ha mai fatto molto per nascondersi. Anzi. In via Pretorio 20, in pieno centro, sorge il palazzo di sette piani in cui squadre e compassi - simboli storici delle confraternite - sono scolpiti in grande stile sulle facciate. Nell’atrio d’ingresso la scritta in rilievo «palazzo massonico» ribadisce il concetto. Il Tempio è una sala con volta azzurra e pavimento a scacchi ornato di grandi candele - così almeno lo mostrarono le telecamere della RSI in un servizio del 1972 - che si trova all’ultimo piano. Il resto dell’edificio è di proprietà della Loggia, ma è stato affittato a varie società e studi legali fino a poco tempo fa.

Lavori in corso

Oggi il palazzo sembra quasi vuoto. Un cantiere edile lo percorre da cima a fondo: sulla facciata esterna, un enorme cartellone pubblicizza la realizzazione di appartamenti - «monolocali e bilocali» - entro il prossimo autunno. La società che esegue i lavori è intitolata a un altro simbolo massonico - l’acacia - e anch’essa non risponde alle mail. Ma il rapporto tra Massoneria ed edilizia non è un mistero - i massoni si definiscono «liberi muratori» e fanno risalire le loro origini alle Congregazioni medievali - così come il fatto che il palazzo di via Pretorio, costruito nel 1971, è in parte dovuto a un architetto-massone: Giorgio Giudici.

«Ho voluto io rilievi simbolici, e insistetti perché i nostri simboli fossero riprodotti anche sul pavimento all’ingresso. Proprio perché la gente li vedesse», spiega al telefono l’ex sindaco di Lugano. A 79 anni conferma di far ancora parte della Massoneria - «si è massoni fino alla fine» - e non rinnega quella che, dice, è sempre stata la sua filosofia. «Per me la massoneria deve essere una associazione aperta, non nascondersi nell’ombra come vogliono taluni, e come si è fatto a lungo in Italia, dove si sono commessi molti sbagli».

Aprirsi oppure no?

L’ indecisione tra apertura e chiusura sembra una caratteristica comune alle confraternite, anche nel resto del Ticino. A Bellinzona la più piccola «Helvetia» non ha un sito internet - come nemmeno il «Dovere» o la «Brenno Bertoni» di Lugano - ma il suo indirizzo è pubblico e sulle vetrine di quello che, a prima vista, potrebbe sembrare un negozio non lontano dalla Stazione ecco comparire di nuovo il compasso e la squadra. «Massoneria? Ne ho sentito parlare, ma non me ne intendo», spiega il titolare di un ristorante cinese che ha da poco aperto proprio a fianco. «So che si ritrovano qui la sera, ma non li ho mai visti venire al ristorante da me».

A Chiasso la questione non cambia. Un giovedì sera i membri della Loggia locale - «Signa Hominis» - sono riuniti attorno a un grosso tavolo di legno, in un palazzo popolare che dà su viale Volta. Si stanno preparando per la cerimonia - «dobbiamo sbrigare delle faccende urgenti» - e non hanno tempo per le domande. «Forse la gente pensa che siamo qui a mangiare i bambini» scherza un «fratello» un po’ indispettito. «Perché dovrei far vedere a chiunque quello che faccio in casa mia?», argomenta un altro. Il fastidio forse nasconde dell’imbarazzo. Manca mezz’ora alla cerimonia e nella stanza decorata con immagini di soldati medievali gli iniziati sono solo cinque, tutti attorno alla sessantina. «Che male c’è? Meglio pochi ma buoni».

Anche ad osservarlo da fuori, il problema della carenza di iscritti non è meno evidente. Sulla strada che porta all’ingresso del palazzo, nei minuti successivi arrivano tre persone in tutto. Due sono inquilini dell’edificio, tra cui un cittadino eritreo che racconta di avere visto una volta degli uomini incappucciati sul pianerottolo (e di essersi «molto spaventato», chissà se è vero). Un terzo avventore ammette di essere venuto per «la riunione». È un uomo sulla quarantina, il più giovane visto finora («lo prendo come un complimento») e sorridendo si fa consegnare un biglietto da visita.

Neanche lui richiamerà. Ma forse con un po’ di trasparenza non tutte le speranze sono perdute.

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