Il reportage

Chi spaccia dentro l'ospedale psichiatrico di Mendrisio

All'OSC comprare stupefacenti è facile come imbattersi in un'operazione di polizia - Il racconto di un sopralluogo tra pusher finti e veri tossicodipendenti
©Chiara Zocchetti
Davide Illarietti
21.09.2025 06:00

Ai pazienti della clinica di Mendrisio tocca vederne, di cose: reali e non. A volte il dubbio è legittimo. Probabilmente pensano - a ragione - che siamo tutti matti.

«Metti la coca nelle calze».

Come?

«La coca nelle calze!».

Dietro a un albero nel parco c’è un tizio losco che impartisce ordini al telefono. Spia di nascosto altri tizi loschi, che vanno a zonzo tra i prati della clinica.

Cosa succede? È un andirivieni di tossicodipendenti veri o presunti, spacciatori che giocano a nascondino e poliziotti in borghese, giornalisti che si fingono «cannaioli» in cerca di erba. Potrebbe essere un poliziesco assurdo alla Dürrenmatt (Il Sospetto, I Fisici) invece è un pomeriggio di ordinaria follia all’Ospedale psichiatrico cantonale (OSC per gli amici).

Si dovrebbe metterlo in conto, del resto, che al «manicomio» - come si chiamava una volta - può succedere di tutto. Il reportage sullo spaccio di droga organizzato di nascosto dalla Domenica mercoledì pomeriggio (ossia senza avvertire la direzione né i pazienti, né ovviamente gli spacciatori) si è trasformato così in qualcosa di diverso. Un'esplorazione del mondo complesso che gira attorno al problema dello spaccio nella struttura dove si cura - in teoria e in pratica - il disagio mentale in Ticino. E dove in realtà niente è quello che appare.

Un vecchio vizio

Le cose non quadrano già a partire dal primo giro di perlustrazione. Il grande prato su cui affacciano gli atelier e le strutture del «campus» psichiatrico è insolitamente vuoto. Sullle panchine sparse qua e là fanno la siesta uomini tatuati in ciabatte: hanno un’aria poco raccomandabile, ma non l’aria dei «matti». Un giovane trasandato appena sente la parola «droga» scappa scuotendo la testa.

«No no no, lascia stare».

Per quanto possa sembrare controintituitivo e inaccettabile (lo è, certamente) il fenomeno dello spaccio di sostanze all'interno dell’OSC non è una sorpresa né una novità, anzi. Per gli addetti ai lavori è un fatto noto e, in una certa misura, comprensibile. Per come è strutturata la clinica, a cui convergono i pazienti psichiatrici ma anche tossicomani e persone con problemi di dipendenza da tutto il Cantone, forse sarebbe strano il contrario.

Le segnalazioni in passato non sono mancate e anche gli interventi di polizia, eppure continua a esserci chi si indigna: una lettera inviataci dallo psichiatra di Mendrisio Rene Rosenfeld - vedi a fianco - ci ricorda come il tema resta dibattuto anche tra gli esperti e non è, non può essere accettato con rassegnazione.

La fermezza di Paolo

«Qui se ne vedono di tutti i colori e sinceramente non è bello» conferma Paolo, un altro che nonostante tutto non è rassegnato. Non può permetterselo: da 20 anni convive con la schizofrenia e si è lasciato alle spalle, con fatica, il vizio delle droghe non solo leggere. La sua lucidità fa impressione («fin da ragazzino vedevo la televisione parlarmi, le dipendenze sono venute dopo perché non avevo altro, scuola, amici, ragazze: niente») e la sua analisi del problema è ineccepibile. «Le droghe portano qui soggetti pericolosi che vicino a persone fragili non dovrebbero stare - spiega - Non dico altro perché non voglio problemi».

Sarebbe bello se tutti i pazienti di Mendrisio avessero la stessa fermezza, ma non è così. A un tavolino discosto, nei pressi di un laghetto ai margini del grande prato, si siedono una ragazza giovane e un uomo con la barba, che parla francese. Dopo un po' si avvicina uno dei tizi tatuati, in ciabatte, schiamazzando. Estrae qualcosa dalla borsa a tracolla e la sistema sul tavolo.

«Sono scene che vediamo tutti i giorni e non dico che facciano piacere» ammette Gabriele, un educatore che lavora in un atelier artistico poco distante. Qui l’atmosfera è festosa e positiva, si gioca a ping pong, si cucina. Tra i pazienti come tra gli educatori quello degli stupefacenti non è un tema tabù. «Molti hanno avuto questo vissuto, è chiaro che sapere di avere un'offerta di sostanze così a portata di mano non è facilitante. Ma del resto siamo in una struttura aperta».

Il traffico di stupefacenti avviene tra pazienti in luoghi di ritrovo all’interno del parco - ma anche all’interno delle strutture di cura - con alcuni che fanno la staffetta con l’esterno e poi ridistribuiscono all’interno, tenendosi la cresta. «Spacciano per mantenersi nel consumo, più che altro» racconta Gabriele. Ma ci sono anche spacciatori per così dire professionisti, che s’intrufolano nella clinica senza difficoltà - la struttura è aperta, come noto - per approfittare della situazione.

A passeggio nel disagio

Rene Rosenfeld passeggia con il suo bastone in direzione di un padiglione di colore rosso. Anche lui è un «esterno», nel senso che oggi, da pensionato, visita il parco soprattutto per portare a spasso il cane. Negli anni ‘80 ci ha lavorato come psicoterapeuta, quando ancora si facevano gli elettroshock - «una cosa impressionante» - e l’OSC si chiamava vorlgarmente «Neuro». Il problema delle dipendenze «c’è sempre stato» racconta «ma negli anni è aumentato sensibilmente».

Rosenfeld come molti abitanti di Mendrisio è abituato a vivere la clinica come un parco pubblico, un polmone verde nel cuore della città: è il bello di una struttura che abbatte stereotipi e pregiudizi. Nel suo caso l’attaccamento è anche dettato dalla nostalgia professionale. «Conosco diversi pazienti, mi piace parlare con loro. Sono un grande sostenitore della struttura aperta, ma con certi limiti» spiega mentre indica con il bastone un bersò ai confini del parco. «Qui la polizia arriva raramente. E proprio qui sono diventati tossicodipendenti alcuni pazienti, che prima non lo erano».

Il giro di vite

È difficile dire se il traffico di sostanze sia in aumento o diminuzione all’interno dell’OSC. Ma quel che è sicuro è che, in realtà, negli ultimi anni il contrasto al fenomeno è aumentato. La riprova è che la «scena aperta» durante il sopralluogo della Domenica è molto poco visibile. Se dei movimenti ci sono, non vanno fraintesi: il controllo è più presente di quel che sembra.

I dati lo confermano: nell’ultimo anno (da agosto 2024 a fine luglio 2025) sono stati 409 gli interventi di polizia comunale e cantonale all’interno del parco, oltre uno al giorno. Una buona parte (40 per cento) rientravano nella lotta allo spaccio. Le misure di prevenzione sono state potenziate - vedi a fianco - come anche la collaborazione tra operatori e forze di polizia. Che non si limita alle classiche ronde deterrenti.

Pusher e poliziotti

Imbattersi in un controllo di polizia nella clinica è altrettanto facile che acquistare droga, probabilmente. A volte i pusher non si distinguono dai poliziotti.

«Tira fuori la roba».

Il tizio losco continua a dare ordini al telefono. All’improvviso scatta da dietro l’albero. Indossa al braccio una fascetta verde con scritto «polizia».

«Pronti, via!».

D’un tratto anche gli altri, seduti alle panchine, si alzano: circondano un uomo in canottiera con un grosso tatuaggio sulla spalla.

Un arresto in diretta?

Il gruppo si raduna e si dirige verso il piazzale, dove è posteggiato un camioncino della Polizia cantonale. L’inganno è svelato:quella che sembrava un’operazione anti-droga si è rivelata, in realtà, un’esercitazione anti-droga. Tutti - il pusher, i clienti, l’uomo al telefono - erano agenti travestiti per la messinscena.

Ecco spiegate ta nte facce losche, mischiate a quelle esterrefatte dei tossicodipendenti veri, e forse dei veri spacciatori che - naturalmente - si sono tenuti a debita distanza.

È una coincidenza, fino a un certo punto.

«Veniamo qui una volta all’anno, da quattro anni» spiega il responsabile dell’Istituto Svizzero di Polizia che dirige il corso anti-droga (17 agenti, tra ticinesi e romandi). La scelta della location non è casuale, spiega: è un’occasione per fare deterrenza, in un contesto realistico.

Paolo ha osservato la scena da lontano con un sorriso. Roba da matti, avrà pensato.

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