Come si dice «flop» in dialetto?

Sono rimasti in sette. Di cui uno solo sotto i cinquant’anni. La raccolta di adesioni condotta da oltre un anno da Yor Milano a sostegno del dialetto nella Svizzera italiana ha avuto risultati scoraggianti ed è un segno dei tempi. Il comico 85.enne ha distribuito «migliaia» di moduli nei mesi scorsi presso le cancellerie dei 106 Comuni ticinesi chiedendo alla popolazione «ti ta tegnat al dialett?». Con risultati che definisce deludenti.
Il congresso a rischio flop
«A parole sono tutti d’accordo, il dialetto va salvato, ma poi nei fatti nessuno muove un dito» provoca l’ex conduttore televisivo dicendosi «amareggiato» per l’esito della campagna. Poco più di un centinaio di persone hanno firmato e fornito il proprio contatto, solo una trentina hanno risposto al telefono la prima volta, quando Milano li ha chiamati di persona. Alla seconda telefonata - un mese fa - solo sette. «Gli altri probabilmente hanno bloccato il mio numero» scherza l’artista.
Fatto sta che le premesse per il «Primo congresso in difesa della lingua lombardo-ticinese», organizzato oggi alle 14.30 al Mercato Coperto di Mendrisio con il sostegno del Comune, non sono buonissime. «Rischia di essere un fenomenale flop, allo spettacolo parteciperanno una quarantina di artisti dialettali e nel pubblico potrebbero trovarsi solo sette persone sicure» spiega Milano. Ha chiesto ai sette di portare degli amici, ma non è sicuro che riusciranno.
Un ticinese su quattro
I dati sulla diffusione del dialetto in Ticino non sono più incoraggianti. Secondo uno studio pubblicato quest’anno dall’Ufficio cantonale di statistica, solo il 23 per cento della popolazione residente lo parla (72 mila persone in totale), percentuale che scende ulteriormente se si prendono in considerazione anche i minori di 15 anni. Che i giovani abbiano una conoscenza limitata, spesso solo passiva, è un fatto assodato per i ricercatori: se tra gli over 65 i dialettofoni sono ancora il 40 per cento dei parlanti (30.900 persone) nella fascia tra i 15 e i 24 anni la percentuale scende al 13 per cento (4.633 parlanti). Numeri ben diversi rispetto allo Schwyzerdütsch, che a casa propria viaggia su percentuali superiori al 50 per cento (70 per cento nella cosmopolita Zurigo) mentre in Ticino è il terzo idioma più parlato (21.500 persone) dopo italiano e ticinese.
«Colpa dello stigma sociale»
Il trend al ribasso della «lingua dei nonni» dura da tempo. Nel 2010 sempre secondo le rilevazioni dell’Ustat nel nostro cantone le persone che parlavano sia italiano che dialetto erano il 30 per cento del totale, circa 97 mila. Nel 2018 erano già scese al 24 per cento (84mila). Il crollo più significativo risale a qualche decennio prima: ancora nel 1976 otto ticinesi su dieci dichiaravano di parlare abitualmente dialetto a casa propria, nel 1990 erano scesi a cinque. «La stigmatizzazione sociale ha senz’altro avuto un ruolo, dopo il boom economico il dialetto è stato a lungo associato a un mondo superato, contadino e addirittura volgare» sottolinea Paolo Ostinelli, direttore del Centro di dialettologia di Bellinzona. «Questa contrapposizione è venuta meno negli anni ma sono intervenuti mutamenti sociali, per cui il dialetto in alcuni ambiti ha uno spazio ridotto».
I giovani che ci provano
Significa che il dialetto farà la stessa fine del «congresso» di Yor Milano? In realtà, non è detta l’ultima parola. Jacopo Scacchi, 24 anni, ha deciso che andrà all’evento prendendo un treno da Zurigo: studia italianistica sulla Limmat e ha saputo dell’iniziativa del comico da un volantino. «A gu dai ul me nümar al Yor» racconta in dialetto con tipica inflessione momò. Lo parla in casa da quando era piccolo - «ma solo per le conversazioni basilari» - e con le sue due nonne da qualche anno si sforza di comunicare senza ricorrere all’italiano. «Nel mio gruppo di amici cerchiamo di parlare il più possibile in dialetto, e se avrò dei figli mi piacerebbe usarlo: ul dialètt l'è 'n patrimòni impurtant par tütt» dice. L’attaccamento strappa un sorriso anche al vecchio comico imbronciato. «I giovani sono la mia la mia delizia» si consola. «Se ci tengono loro, allora un po’ di speranza c’è». Magari anche di riempire la sala, o almeno un quarto.
