I virologi sono tornati, e anche il COVID

Ogni volta che Giorgio Merlani parla il Ticino trema. Forse per questo negli ultimi due anni il medico cantonale è intervenuto nel dibattito pubblico il meno possibile. «È un’eredità della pandemia» ammette all’inizio dell’intervista, nel suo ufficio a Bellinzona con vista sul Palazzo del Governo: così vicino che - viene il dubbio - il Governo sente tutto.
Ma dietro al relativo silenzio del medico più «mediatizzato» del Ticino non ci sono censure o dietrologie, tranquillizza lui stesso. «Ho dovuto e voluto dosare i miei interventi in pubblico perché da una parte parlare di contagi e prevenzione suscita ancora una reazione psicologica diffusa, di timore o di fastidio, comprensibilmente. Dall’altra l’interesse dei media, che hanno il polso dell’opinione pubblica, è calato e anche questo è comprensibile».
La «cellula» si è risvegliata
Adesso le cose sono lievemente cambiante e non è una buona notizia. Due settimane fa l’ufficio di Merlani (UMC) ha emanato un comunicato per raccomandare la vaccinazione alla popolazione fragile. Settimana scorsa, nel corso di una riunione della «cellula» di operatori sanitari che continuano a occuparsi di Covid - la «cellula» non è mai stata smantellata, nonostante le apparenze - si è deciso di inviare una comunicazione di richiamo alle regole di prevenzione: nei prossimi giorni verrà inviata a tutte le case anziani e alle strutture sanitarie.
I dati presentati alla riunione da Merlani parlano di un centinaio di ricoveri, di cui due in terapia intensiva. «I numeri dei contagi invece non vengono più raccolti come durante l’emergenza, l’intera macchina è stata smantellata, sarebbe sproporzionata alla situazione attuale» precisa il medico cantonale. Si tiene traccia però dei decessi e questi, anche se non si sono mai interrotti, nelle ultime settimane «avvengono con una maggiore frequenza».
La spiegazione è scientifica - legata «ai contatti più ravvicinati durante la stagione fredda al chiuso, mentre il virus è sempre presente» - ma anche «sociologica». Le adesioni alle campagne vaccinali sono calate in modo progressivo dopo la pandemia: anche qui l’ufficio del medico cantonale non dispone più di numeri certi, ma «da alcuni indicatori tra cui il tasso di vaccinazione tra il personale sanitario ci accorgiamo che la popolazione sta forse prendendo sottogamba i rischi e si appresta ad affrontare l’inverno senza una copertura» avverte il dottore con ritrovata gravità e lo sguardo che - è inevitabile - ricorda quello delle passate conferenze stampa. «Il momento è adesso o mai più».
Il ritiro? Ancora no
Di qui il «ritorno» in campo di Merlani che in realtà - come il Covid - non se ne è mai andato davvero. «Semplicemente nella vita e anche nel lavoro non esiste solo il coronavirus per fortuna» dice. Eppure c’è stato un momento in cui le dimissioni del dottore sembravano imminenti: al termine dell’emergenza Covid - disse nel 2022 - voleva dedicarsi ad altro.
Non è successo (per ora) ma il desiderio c’è ancora, confessa il medico cantonale. «Faccio questo lavoro da vent’anni e credo tuttora che la pandemia abbia rappresentato per me un punto di arrivo» spiega. «Quando hai avuto un’esperienza simile senti il bisogno di voltare pagina. Non a caso della vecchia guardia dei medici cantonali svizzeri sono l’unico che è ancora rimasto al suo posto: praticamente tutti se ne sono andati, alcuni anche con dei burn-out».
Il percorso di Merlani è stato diverso («la famiglia, le buone abitudini, un cane da portare a spasso la sera possono salvarti in certi frangenti») ma nel frattempo tanti operatori del settore sanitario in Ticino come altrove hanno scelto altre strade. «Lo stress si è fatto sentire. È stato ed è un problema per il nostro sistema sanitario, anche se per fortuna abbiamo avuto anche un buon ricambio». Un’altra eredità della pandemia, a quanto pare, è il maggiore appeal delle professioni sanitarie nei confronti dei giovani. «Ci sono dei buoni segnali- dice Merlani speranzoso - anche se il fabbisogno resta enorme e aumenterà negli anni».
Obama e Pasteur
Nell’ufficio che dà su Palazzo delle Orsoline oggi le uniche mascherine presenti sono una «chirurgica» ricamata a mano con dei cuoricini (selezionata con un concorso per artigiani post-pandemia) e una maschera veneziana da «medico della peste». Una sorta di FFP3 ante-litteram. Negli ultimi due anni il medico cantonale è tornato a occuparsi delle attività ordinarie e non sembra esserne dispiaciuto. «L’esposizione mediatica ha i suoi effetti negativi, mi è capitato di ricevere attenzioni spiacevoli sia da parte di ammiratori che non, e sono contento di essere tornato alla vita di prima».
In realtà non è proprio tutto come prima. Capita che la gente lo fermi per strada («mi ringraziano ancora adesso, è una cosa che mi tocca nel profondo») ma Merlani nota anche una certa insofferenza al pensiero delle restrizioni passate e - forse - future. «Di sicuro ci saranno nuove pandemie e non so se ci coglieranno meglio preparati. Temo che al contrario possa esserci un rifiuto maggiore».
Ad occuparsene nel caso dovrà essere il suo successore. Di fianco alla scrivania, tra le foto di Koch e Pasteur ce n’è una - autografata - di Brarack Obama. Ma Merlani dice che non intende entrare in politica. «Non fa per me - ribadisce per l’ennesima volta - non è il genere di sfida per cui vorrei lasciare il mio lavoro». Quale sarà, dice, non ci ha ancora pensato.

