Cadro

Le guardie della Stampa a lezione di gender

I detenuti transessuali pongono nuove sfide – Abbiamo seguito un corso con il personale del carcere
Un momento del corso con la docente Chiara Spata © CdT/ Chiara Zocchetti
Davide Illarietti
07.05.2023 13:00

«Buongiorno. Mi chiamo Chiara e oggi parleremo di identità di genere». I banchi sono disposti a «u» nell’aula della Farera. Gli agenti in divisa siedono attenti, foglio e penna in mano, come a scuola. Al centro Chiara Spata, capelli corti e felpa grigia, fa un giro di presentazioni in attesa che arrivi il tecnico informatico. «Vedo tanti agenti di custodia. Mi fa molto piacere» dice la formatrice dopo il giro. «Sto imparando tante cose sul vostro lavoro e penso che sia bellissimo e importante. Spero di poter fornire qualche strumento che possa tornarvi utile».

È l’ultima lezione del corso «educare alle differenze» organizzato all’interno del penitenziario della Stampa a Cadro. Iniziato a novembre, per cinque mesi ha coinvolto decine di collaboratori dell’organizzazione carceraria, assistenti sociali, dirigenti, personale amministrativo. Ma soprattutto agenti. Sono loro, assieme al personale medico - ricorda la docente - ad avere a che fare con i detenuti direttamente e fisicamente. Il tema dell’identità di genere, oggetto della formazione, è diventato un fatto tangibile negli ultimi anni all’interno delle prigioni ticinesi. L’emergere di istanze LGBTQI+ tra i detenuti ha posto chi lavora alla Stampa davanti a problemi molto concreti, ma anche a riflessioni generali.

Detenuti transgender

«Se vi dico identità di genere, che cosa vi viene in mente?» chiede la formatrice con un’espressione seria. L’agente di custodia Andrea alza la mano. «È il genere che una persona sente di avere» articola. Spata lo indica con approvazione. «Esatto, giusto». Arriva l’informatico, accende la lavagna elettronica su cui si proietta una slide con uno sfondo arcobaleno. La docente indica alla classe il computer alle sue spalle. «Prendiamo questo. Tutti sapete che è fatto da un hardware e da un software, parte fisica e sistema operativo. Ecco, il sesso è il nostro hardware e il genere è il nostro sistema operativo».

Gli agenti annuiscono, niente battute o risatine. Sanno a cosa si riferisce la docente, e perché il corso non è da prendere sottogamba: negli ultimi cinque anni non sono mancati detenuti transgender all’interno del penitenziario. Un 60.enne in transizione ha alloggiato nella sezione maschile fino al 2019. Attualmente, la sezione femminile ospita un detenuto (nato donna) , che si è sottoposto in passato a trattamenti ormonali. La transizione non è completata, e a seguito di una valutazione medico-psicologica si è preferito non collocarlo alla Stampa, nella sezione maschile. Lui stesso ha espresso questa preferenza.

Che si tratti di situazioni delicate, lo conferma il direttore delle strutture carcerarie Stefano Laffranchini. Anche lui ha seguito il corso. «Oltre alla scelta della sezione adeguata, per le persone in transizione si pone il problema dei controlli delle urine, delle perquisizioni fisiche all’arrivo in carcere» spiega. «Sono aspetti su cui non solo i detenuti, ma anche gli agenti sono piuttosto sensibili».

Segregare i detenuti in base alle diversità o al tipo di reato commesso è sicuramente una sconfitta dal punto di vista della risocializzazione, che è lo scopo principale del carcere come istituzione
Stefano Laffranchini, direttore delle strutture carcerarie

Carcere in transizione

Per quanto riguarda l’ascolto e la gestione delle differenze - non solo di genere - alla Stampa si sono fatti molti passi avanti negli ultimi anni. Risale al 2020 l’abolizione della sezione speciale che ospitava i detenuti condannati per reati sessuali, considerati, anch’essi una categoria a rischio di ritorsioni da parte di altri detenuti e per questo storicamente isolata. «Eravamo l’ultimo carcere in Svizzera ad applicare questa divisione» sottolinea Laffranchini, che rivendica la decisione presa. «Segregare i detenuti in base alle diversità o al tipo di reato commesso è sicuramente una sconfitta dal punto di vista della risocializzazione, che è lo scopo principale del carcere come istituzione».

Un conto però sono le barriere fisiche, un conto quelle mentali. «A seguito di questi cambiamenti abbiamo iniziato tre anni fa un percorso di formazione degli agenti di custodia e del personale carcerario, basato sul concetto della sospensione del giudizio» prosegue Laffranchini. «Il senso è che il regolamento carcerario deve essere applicato a prescindere dalle opinioni personali, con la massima efficienza e nel rispetto di tutte le diversità». Il corso sull’ identità di genere, in un certo senso, è un proseguimento dello sforzo messo in atto dal Cantone.  Il tema «gender fluid» è solo l’ultimo tassello di un puzzle carcerario fatto di 85 etnie, svariate provenienze e religioni, conclude il direttore. Un tassello che è importate collocare nel posto giusto.

Dalle aziende al carcere

«Uso me stessa come esempio. Se mi guardate vedete dei tratti biologici femminili, ma non bisogna mai dare per scontato che l’identità di genere di chi abbiamo davanti corrisponda all’aspetto biologico». Chiara Spata è nata in Puglia 44anni fa e, racconta davanti a un caffè a lezione terminata, anche lei ha conosciuto fin da piccola la discriminazione. «A scuola le maestre mi chiamavano maschiaccio». Ora, dopo un percorso di ricerca e attivismo che l’ha portata da Lecce al Ticino, passando per Bologna e Barcellona, ha scelto di dedicarsi alla sensibilizzazione. Dal 2018 gira la Svizzera italiana tenendo corsi di formazione su questioni di genere in aziende, scuole, enti di pubblica utilità.La richiesta «è aumentata molto negli ultimi anni, le istituzioni e anche il settore privato hanno capito che è tempo di un cambio di paradigma». E non è questione di asterischi e sigle, «non si tratta di fare perbenismo ma di capire la sofferenza delle persone e tutelare i loro diritti». Nel carcere la formatrice ha trovato - inaspettatamente - grande sensibilità e apertura all’ascolto. Gli agenti hanno avuto la possibilità di togliersi dubbi che avevano da tempo: «Hanno fatto molte domande su come approcciare i detenuti in transizione, dal punto di vista fisico ma anche psicologico» spiega Spata. «Il punto di partenza è che non sono qui per cambiare le cose, il mio compito è stato accompagnare chi lavora sul campo a una riflessione su un mondo che cambia».

«Accoglienza e rispetto»

L’agente Valentino Luccini, responsabile della formazione nel carcere, è rimasto colpito dal corso. «Mi è capitato di chiedermi come reagirei, se il tema dell’identità di genere si presentasse nel mio ambito famigliare. Quello che impariamo sul lavoro, possiamo riportarlo su noi stessi. Ed è giusto che certi pregiudizi vengano scardinati oggigiorno». Teresa Chiera, impiegata amministrativa, da tempo sta valutando di diventare una guardia. Durante il corso si è chiesta se sarebbe in grado di sospendere il giudizio. «La cosa più difficile per chi lavora in questo ambito è proprio non giudicare. Vale per l’identità di genere, ma anche per i crimini commessi dai detenuti». L’ha colpita molto un video, mostrato in aula dalla formatrice, in cui una ragazza che prima era un uomo portava la propria testimonianza di vita e sofferenza. Chi finisce alla Farera e alla Stampa ha commesso degli errori, è chiaro: ma questi errori rientrano sempre in un vissuto complesso. Gli agenti lo hanno capito bene. «Credo che il corso sia stato un successo, sono molto soddisfatta» conclude Spata. «Ho trovato un clima di accoglienza e rispetto, e proprio questa, in fondo, è la cosa più importante».

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