Cantone

«Scuola di gender? Sono rimasto allibito, e come me altri genitori»

In Ticino il programma di prevenzione degli abusi condotto dall'ASPI nelle scuole elementari si è concluso – Le polemiche invece no
© CdT / Gabriele Putzu
Davide Illarietti
30.11.2025 06:00

Una quarantina di bambini non si sono presentati, in tutto il Ticino. Assenti - con giustificazione dei genitori - per motivi di circostanza o anche di principio. Fatto sta che sono stati «una piccola minoranza» e gli organizzatori del ciclo «Sono unico e prezioso» contro gli abusi sull’infanzia nelle scuole elementari della Svizzera italiana possono dirsi soddisfatti.

Il tempo dei bilanci è arrivato, dopo due anni, per la Fondazione Aiuto Sostegno e Protezione dell’Infanzia (ASPI) che ha curato l’iniziativa su mandato cantonale, ma il tempo delle polemiche non è ancora finito. Già a marzo alcuni incontri nel Locarnese avevano suscitato un’interrogazione interpartitica (PLR e Centro) che chiedeva lumi sui contenuti del programma legati, in particolare, all’identità di genere.

Assenti giustificati

Cosa c’entra la «fluidità» con la prevenzione degli abusi? Alle domande dei deputati il Consiglio di Stato ha risposto a giugno, ribadendo la linea già espressa in una lettera inviata due mesi prima agli istituti comunali del Locarnese. Da un lato difendeva l’iniziativa, dall’altro suggeriva alle scuole di «venire incontro al volere delle famiglie».

Obbligatorie o no - a difesa dell’obbligo per gli allievi di presenza erano intervenuti, en-passant, i Verdi - le attività si svolgono nel frattempo «in modo armonioso e tranquillo» e in queste settimane stanno completando il «giro» degli otto distretti del Ticino, fanno sapere dall’ASPI. Sono state coinvolte 440 classi delle elementari (per lo più seconde e terze , ma anche quarte, quinte e pluriclassi) per un totale di oltre 7mila bambini. Una quarantina le assenze di cui, ammette la Fondazione, alcune potrebbero essere dovute a una «contrarietà di fondo».

«I bambini accolgono con attenzione e interesse i messaggio della prevenzione, che proponiamo in maniera giocosa e interattiva, e consiste sostanzialmente nell’idea che ognuno vada rispettato per come è» spiega la co-responsabile del programma Stefania Brändli.

«Giusto discutere»

Più problematici sono stati, invece, gli incontri con i genitori. Le serate informative organizzate nei distretti per spiegare le attività sono state teatro di «qualche discussione» ammette il direttore dell’ASPI Gian Michele Zeolla, in particolare gli ultimi appuntamenti tenutisi nel Luganese nel mese di ottobre. «Non sono mancati i momenti di confronto anche accesi: è giusto e normale, le sensibilità di tutti sono legittime».

Ci mancherebbe: dopotutto è proprio questo il succo della sensibilizzazione rivolta ai bambini. Il tema «gender» è ancora l’oggetto del contendere, come dimostrano la lettera inviata alla Domenica da un genitore del Luganese - vedi sotto - ma anche le sollecitazioni raccolte da Giuseppe Cotti (Centro), primo firmatario dell’interrogazione «locarnese» assieme ad Alessandro Speziali (PLR). Secondo il deputato le risposte ricevute finora denotano «un atteggiamento evasivo e di chiusura» da parte del DECS. A suo giudizio «il progetto ha perso di vista i suoi obiettivi originali, per diventare una campagna di indottrinamento che introduce a forza, nel delicato contesto della scuola elementare, temi complessi e tuttora oggetto di controversie scientifiche» in modo «poco trasparente nei confronti delle famiglie».

All’interno di quella che è strutturata come una mostra itinerante l’utilizzo di personaggi-simbolo (una bambina disabile con due papà, una bambina migrante con dubbi sulla sua sessualità) è «poco pertinente» secondo Cotti. «Sono rappresentazioni forzate e per nulla attinenti al tema originario, che è la prevenzione degli abusi».

«Rispettare la diversità»

Il programma «Sono unico e prezioso» in realtà nasce da lontano, nel 2006, ma a essere contestato è l’aggiornamento delle tematiche introdotto nel 2023 - di fatto, una nuova edizione - su impulso di Protezione dell’Infanzia Svizzera che ne detiene la licenza. « I contenuti proposti hanno un consenso scientifico nazionale ed internazionale» precisa Stefania Brändli. «La novità principale riguarda gli obiettivi del programma, che resta finalizzato sempre a prevenire gli abusi» spiega la co-responsabile. «Il programma si prefigge, oltre ai messaggi della prevenzione, di allenare la tolleranza, l’empatia, la convivenze delle differenze. L’identità di genere viene trattata unicamente in termini di prevenzione. Le statistiche e le evidenze scientifiche dimostrano che i bambini e i giovani che vivono una situazione di disforia di genere sono più a rischio di essere vittime di violenza».

Dall’anno prossimo in ogni caso il programma dell’ASPI si sposterà nelle scuole della Mesolcina. Le controversie dovrebbero finite, in Ticino per lo meno.

La lettera: "Da padre mi chiedo se la scuola non stia esagerando"

Premetto che mi ritengo sufficientemente aperto di vedute e cosciente che i valori che mi hanno trasmesso i miei genitori non possano essere tramandati tali e quali a mio figlio senza venire «attualizzati» alla società odierna, sempre più complessa e variegata.

Con questo spirito positivo mi sono recato alla serata informativa sul programma «Sono unico/a e prezioso /a!» organizzata a livello sovracomunale. Il programma prevede che i bambini, a partire dalla seconda elementare, vengano sensibilizzati e introdotti al tema grazie anche a cinque personaggi loro coetanei (dei cartonati illustrati anche sui vari opuscoli informativi): una bambina disabile, una che ha subito una situazione spiacevole legata alla sua intimità, un bambino con un marcato inestetismo al volto e due provenienti da due continenti extraeuropei.

Ora, di per sé questa rappresentazione può essere voluta per enfatizzare e promuovere le diversità il che è qualcosa a cui ormai siamo abituati. Il fatto però che la bambina disabile abbia due papà (e nessuna mamma?) e che addirittura la bambina migrante abbia dei dubbi sulla sua sessualità (si sente certi giorni un maschietto altri una femmina) va decisamente oltre e ha lasciato parecchi genitori presenti senza parole. Di fronte alle perplessità espresse da alcuni genitori, in particolare sull’inadeguatezza di affrontare il tema della disforia di genere (con bambini di 7 anni), gli «esperti» hanno motivato la scelta citando un non meglio precisato studio tedesco che rileva una relazione fra disforia di genere e abusi o maltrattamenti.

Sia della disforia di genere che della genitorialità omosessuale non si trova però traccia né sui siti internet di ASPI e del DECS né sul materiale informativo; si preferisce l’opacità alla trasparenza ed al confronto (forse temuto). Dubito che l’elettore e contribuente, che recentemente ha rifiutato il progetto di una scuola ancora più progressista ed «aperta», sia a conoscenza di quanto sopra e sono sicuro che l’approccio proposto sia condiviso più che altro dagli addetti ai lavori. Senza dimenticare che questo modus operandi sembra voler riproporre in modo mascherato il tema dell’agenda scolastica sulla questione «gender», che tanto aveva fatto discutere un paio di anni fa per i ragazzi della scuola media, e che ora viene inculcato a bambini dalla seconda alla quarta elementare che già dovrebbero riuscire elaborare un tema complesso e sicuramente più importante come lo è quello dell’abuso e del maltrattamento.

Non sono uno degli esperti di cui sopra, cerco solo di essere il migliore ed il più partecipe dei padri possibile ed è per questo che esterno la mia legittima contrarietà a voler introdurre temi così delicati e politicizzati a soggetti non in grado di comprenderli; avranno più avanti il tempo e gli strumenti per capire aspetti della natura umana che, nella loro complessità, anche parecchi adulti non sono in grado di comprendere. Promuoverne l’accettazione senza che vengano metabolizzati a fondo genera solo dannosa confusione e turbamento.

Resto infine dell’avviso che alcuni temi debbano rimanere di competenza della famiglia che deve ancora assumersi delle responsabilità nell’educare i propri figli e non demandare tutto alla scuola.

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