Sui migranti non serve urlare

In ogni sondaggio emerge con prepotenza come una delle paure più percepite dalla popolazione. L’arrivo dei migranti dall’Africa, ma non solo, con tutto ciò che implica un fenomeno di questa portata, non cessa. Negli ultimi giorni tre fatti hanno segnato il tortuoso e faticoso cammino verso una soluzione che appare quanto mai lontana.
Il primo è il discorso che la premier italiana Giorgia Meloni ha fatto all’Onu, chiedendo innanzitutto una più decisa lotta contro la tratta di esseri umani. Il secondo è l’incontro a tre a Malta, in occasione di Med9, fra Meloni, il presidente francese Emmanuel Macron e la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen. Il terzo è la conferenza di Palermo (dove erano presenti i rappresentanti di 32 governi) dove si è parlato di immigrazione irregolare.
Le novità nell’attuale scenario invece sono due. La prima è che l’emergenza migranti si sta intrecciando con la campagna elettorale per le europee; la seconda è che l’attivismo italiano, che ha origine soprattutto nelle promesse elettorali di Meloni, si sta scontrando con Paesi come la Germania che si sono messi di traverso, per una questione di equilibri politici all’interno dell’Europa.
Giorgia Meloni nella sua frenetica ricerca di alleanze fa anche un po’ di tenerezza. Inizialmente ha battuto i pugni sul tavolo, ha chiesto aiuto, ha usato parole forti. Tutto inutile, così ha scelto la linea diplomatica. Si è spinta sino a trovare un fragile accordo con la Tunisia (che vale 800 milioni di contributi) per rallentare le partenze e svolgere i controlli. Ma tutti sanno che i governi dei Paesi da dove partono i migranti sono spesso inaffidabili, con loro dialogare è complicato. Gli interlocutori cambiano rapidamente, tra destituzioni, colpi di stato e voltafaccia in corso d’opera. Il risultato è che in Italia - che con Spagna e Grecia sono i Paesi di primo arrivo – il 21 settembre di quest’anno erano sbarcati 132.832 nuovi migranti, contro i 68.594 di tutto il 2022. A metà settembre a Lampedusa, il primo porto di sbarco, c’erano 7.000 migranti a fronte di 6.000 abitanti e di 680 posti letto nella struttura dell’isola. Bastano questi dati per capire che serve una risposta europea unica e che è finito il tempo dei litigi, dei ricatti e dei giochetti fra Stati per strizzare l’occhiolino agli elettori.
Il dialogo tra Meloni, Macron e von der Leyen - visto che una ricetta per governare i flussi non si trova nelle tasche di alcun governo - è importante. Come la decisione dei governi a Palermo per combattere i trafficanti di esseri umani. In Italia nel 2021 sono stati aperti 166 procedimenti contro gli scafisti e indagate 468 persone. Ma non basta. Perché l’immigrazione vuol dire arrivi, rimpatri complicati per chi non è in regola, ma soprattutto dignitosa accoglienza e inserimento nella società. Non è facile. Lo sappiamo dalle nostre parti. Ai confini svizzeri, come ha raccontato il consigliere di Stato Norman Gobbi a TeleTicino, a luglio sono state fermate 1.784 persone.
Ecco perché questa emergenza è di tutti, nessuno escluso. Il problema, tuttavia, è che al tavolo delle trattative c’è un convitato di pietra, incombente quanto invisibile: la Cina, che in questi anni ha piegato a suo uso e consumo il famoso slogan populista «aiutiamoli a casa loro». Zitta zitta sta lentamente conquistando l’Africa con massicci investimenti, costruendo infrastrutture, strade, porti, aeroporti, che alla lunga la porteranno a comandare su intere aree strategiche, quelle più ricche di materie prime. Senza fare i conti con il problema dei migranti e con valori universali come l’accoglienza e la solidarietà, invocati ogni giorno da Papa Francesco.


