Torna Sandokan e tremano tutti

Domani torna sugli schermi RAI uno dei personaggi più amati dal pubblico televisivo, non soltanto italiano. Sandokan è sicuramente tra gli eventi più attesi della nuova stagione Tv. E non a caso, è stato programmato a 50 anni esatti dalla messa in onda della prima, storica serie diretta da Sergio Sollima e interpretata da Kabir Bedi, Philippe Leroy, Adolfo Celi e Carole André. Il Sandokan di Sergio Sollima fu «il primo vero evento transmediale della cultura pop italiana. Fu, infatti, nell’ordine: uno sceneggiato Tv; un film per le sale, ridotto a due ore (senza troppo successo, in verità); un album di figurine; una colonna sonora, scritta e musicata da Guido e Maurizio De Angelis, diventata ritornello indimenticabile per almeno tre generazioni; una sfilza di sequel, impossibili da citare tutti; e, ovviamente, iniziative editoriali di ogni genere.
A metà degli anni ’70, gli oltre ottanta romanzi di Emilio Salgari conobbero una rinnovata popolarità. In particolare, furono ristampati e ripubblicati gli undici titoli del cosiddetto «ciclo indo-malese», di cui Sandokan è il protagonista assoluto insieme con l’amico Yanez de Gomera.
La storia letteraria
È noto soprattutto agli studiosi di letteratura di genere il fatto che Sandokan nacque dalla penna del suo autore due volte. «La prima, a puntate, sulla Nuova Arena di Verona, tra la fine del 1883 e l’inizio del 1884, con il titolo La Tigre della Malesia; una seconda volta, nel 1900, asciugato nella scrittura, con Le Tigri di Mompracem. Quest’ultimo romanzo, pur successivo all’uscita dei Misteri della jungla nera (anch’esso pubblicato a puntate nel 1895 con il titolo L’amore di un selvaggio e, poi, nel 1887, come Gli strangolatori del Gange), rappresenta per convenzione l’inizio del ciclo indo-malese. In tutto, come detto, 11 titoli. Tre dei quali - gli ultimi, appartenenti alla seconda serie di Sandokan e racchiusi in una sorta di «Romanzo di Yanez», in cui la cinquantenne Tigre lascia spazio all’amico e avventuriero portoghese - «furono pubblicati postumi tra il 1911 e il 1913. Sebbene fossero stati consegnati dal suo autore come un unico volume, gli editori del tempo non si fecero scrupolo nello sfruttare Salgari anche dopo morto».
Nonostante una scrittura che, oggi, può apparire talvolta frondosa e ridondante, Emilio Salgari resta uno degli scrittori italiani più affascinanti e singolari del panorama letterario di fine Ottocento. Rivalutato dalla critica moderna - sono lontani i tempi delle stroncature di Benedetto Croce, il quale si lamentava del suo «scriver sciatto» - Salgari è conosciuto in tutte le parti del mondo. Ed è amato, quasi venerato, in America Latina.
«È difficile pensare a un altro autore che abbia avuto, fino a mezzo secolo fa, una diffusione paragonabile a quella di Salgari», scrisse anni fa il messicano José Emilio Pacheco, uno tra i più grandi e raffinati poeti e narratori latinoamericani. Una testimonianza che lo accosta a una lunghissima lista di autori sudamericani, tutti «lettori confessi» dell’opera salgariana: Julio Cortázar, Osvaldo Soriano, Luis Sepúlveda, Pablo Neruda, Gabriel García Márquez, Antonio Dal Masetto, Carlos Fuentes, Mario Vargas Llosa - che nel suo discorso di accettazione del premio Nobel citò Salgari tra gli autori più amati della sua infanzia».
L’amore viscerale dell’America latina
Ernesto Ferrero, direttore del Salone del Libro di Torino per 18 anni e autore di un romanzo dedicato allo scrittore veneto, Disegnare il vento. L’ultimo viaggio del capitano Salgari, ricordava come «Ernesto «Che» Guevara avesse compiuto la sua educazione, anche politica, proprio sui romanzi di Salgari, che possedeva a decine, metabolizzando il ruggente anticolonialismo dei cicli malesi o caraibici». E come Jorge Luis Borges rammentasse «con commozione un dono indimenticabile dei genitori: due romanzi nell’edizione Donath, Il corsaro nero e I pirati della Malesia, accompagnati da una dedica del padre, il quale citava una frase di Robert Louis Stevenson di sapore kantiano: «Non chiedo altro: il cielo sopra di me e la strada sotto di me».
La nostalgia per le emozioni indelebili delle letture adolescenziali, ha raccontato ancora Ernesto Ferrero, «ha lasciato testimonianze affettuose anche in molti autori italiani: Gabriele d’Annunzio, Cesare Pavese («Ho passato l’inverno rileggendo Salgari», annotava lo scrittore piemontese nel 1929), Norberto Bobbio, Fosco Maraini, Goffredo Parise, Giuseppe Pontiggia, Giovanni Arpino, Pietro Citati, Umberto Eco, Claudio Magris».
Pochi scrittori sono stati amati d’una passione così assoluta, esclusiva, totalizzante. Anche chi non lo ha letto lo conosce, lo sente parte integrante delle proprie mitologie più care.
«Eppure - diceva sempre Ferrero - Salgari rimane escluso dalle storie letterarie, che lo ignorano o lo liquidano con fastidio perché «scrive male». Ma si sa: a questo cottimista della penna, poco abile amministratore di sé stesso, non veniva concesso il tempo di rifinire la pagina: il bello stile e la prosa d’arte erano d’altronde l’ultima delle preoccupazioni: sue e dei lettori. La novità eversiva della sua produzione torrenziale (e politicamente scorretta, grazie a Dio) era quella di andare ben oltre la ristretta élite dei colti per appagare direttamente la fame d’evasione del vasto pubblico popolare creato dall’Unità d’Italia. […] Lo strabiliante mondo salgariano porta il segno della dismisura, dell’eccezionale, dello stupefacente. Tutto è fuori scala, uomini, piante, animali, elementi naturali, accuratamente calcolati in funzione di un’azione tambureggiante sempre all’ultimo respiro. Inutile cercare nei personaggi psicologie attendibili. Di loro ci viene detto il poco che serve a spiegare le azioni in cui presto si lanceranno, per lo più gravi torti subiti, che esigono di essere vendicati. Le pulsioni che li agitano sono primarie, odio e amore portati al calor bianco».
È sicuramente vero che la grandezza di Salgari non gli venne mai riconosciuta: da vivo era considerato uno scrittore «nazionalpopolare», un autore cioè bravo soprattutto ad assecondare i gusti di un pubblico poco esigente. Un manovale del feuilleton.
Innovatore del linguaggio
Come ha scritto Claudio Magris, «l’epica salgariana è la rappresentazione di un mondo integro e significativo in ogni particolare, è la continuità della vita e del racconto che la tramanda, è la storia che non finisce mai. Nessuna tragedia incrina l’armonia totale, nessuna morte rende assurda la vita. A un secolo di distanza, Salgari è vivo, e corre ancora con vigore. Il minimo che si possa dire di lui è che è stato un precursore e un maestro, un piccolo gigante degno della nostra ammirazione e della nostra gratitudine».
Alla fine dell’Ottocento, «La lettura «sanamente antieducativa» di Salgari era invisa ai pavidi e moralisti maestri elementari dell’Italietta savoiarda, perché i suoi libri «[…] scaldavano i nervi dei ragazzi», e le sue storie, intrise di sanguinarie ma sacrosante vendette, erano oggetto di fervorini pedagogici del genere: «[…] Questi romanzi sembrano coltivare la psicologia dell’avventura nella peggiore accezione del termine». Va da sé che il pubblico se ne infischiava di simili anatemi e continuava a inviare al suo scrittore preferito migliaia di lettere entusiaste.
Salgari fu anche un innovatore del lessico italiano. Spiega Vera Gheno, linguista e docente di Lingua, cultura e mass media all’Università di Firenze, che proprio grazie allo scrittore veneto si affermarono, «in italiano, svariati termini esotici: è con i suoi scritti che facciamo la conoscenza del sagù, un albero dal quale si può trarre una sorta di farina commestibile; ma anche del babirùssa, una sorta di piccolo maiale con le zanne che Sandokan sgranocchia arrosto nel romanzo La Tigre della Malesia con grande appetito; e del kriss, un corto pugnale a lama serpeggiante, dell’area indo-malese. Con Salgari diventa popolare pure il praho - altro termine registrato nel dizionario Zingarelli - una «nave a vela e a remi di vario tipo e lunghezza, maneggevole, veloce, di origine malese».
Sfruttato da editori spilorci, osteggiato da una critica miope e bacchettona, logorato dal lavoro frenetico, insidiato dall’invadenza di imitatori e plagiari, terrorizzato dall’incombente cecità, assillato da problemi di denaro, piegato dalla grave malattia della moglie, il 25 aprile 1911 Emilio Salgari si tolse la vita con un agghiacciante harakiri.
I suoi libri, fortunatamente, rimangono. Assieme a tutti i personaggi che li animano. E uno, in particolare. La Tigre della Malesia. Sandokan. «Eroe malinconico, innamorato, temerario, proto-ambientalista, tendenzialmente femminista, votato alla sconfitta e alla lotta eterna contro gli oppressori. Un nostro contemporaneo».

