Un mestiere, mille idee

Un viticoltore con carta, penna e... scarpette

Matteo Giottonini, oltre a essere un appassionato coltivatore, ha saputo distinguersi nel corso degli anni anche in qualità di scrittore, giornalista e sportivo
@photolocatelli.ch
Elia Stampanoni
22.03.2023 16:07

Il ritrovo è a Sasso Fenduto, frazione di Lavertezzo Piano, a circa 400 metri di altitudine. È qui che Matteo Giottonini è cresciuto e ha fatto i primi passi nel vigneto di famiglia, prima per giocare e poi per lavorare. Oggi, assieme al padre Sandro e al cugino Massimo, gestisce una “piccola” azienda con circa 5’000 piante di vite distribuite su circa un ettaro, con forti pendenze e con solo un piccolo terreno in pianura (e a forte rischio, in quanto inserito in zona edificabile). Scarpate di difficile gestione che richiedono tanto lavoro manuale, ossia decespugliatore e atomizzatore su e già da pendii e scalini. Niente trattori o altri macchinari.

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Ma la fatica non spaventa Matteo, che nei vigneti trova serenità ed equilibrio grazie alla sua altra grande passione, quella per la scrittura e la letteratura, riscoperta solo oltre i trent’anni e dopo aver lavorato come dipendente in alcune aziende viticole del cantone. «A un certo punto mi sono accorto che non era quello che volevo e ho quindi ripreso gli studi. Ho frequentato l’Università a Lugano e poi a Losanna, ottenendo il Master in italiano. Il tutto, chiaramente, senza mai dimenticare la vigna...».

Il titolo si è aggiunto agli attestati di viticoltore e tecnico vitivinicolo conseguiti in precedenza a Mezzana e a Changins, e gli ha aperto nuovi orizzonti professionali. Così, sempre occupandosi dei suoi vigneti e anzi acquisendone anche altri nelle vicinanze di Sasso Fenduto, Matteo ha iniziato a collaborare con alcune testate: Alpinista ticinese, laRivista del Locarnese e Valli e LaRegione, qui seguendo le partite dell’AC Bellinzona. Dallo scorso maggio ha inoltre assunto il compito di segretario redattore di commissione per i servizi del Gran Consiglio ticinese, un lavoro al 50%. «È vero, gli impieghi sono molto diversi ed è quello che mi piace. A parte il lavoro in Cantone, il resto posso gestirmelo quasi autonomamente, avendo quindi molta libertà e flessibilità. Anche la vigna resta sempre importante in quanto è quella più fisica, dove bisogna usare di più le gambe e le braccia e ti permette di stare all’aperto.»

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La passione per la letteratura, ereditata dai genitori, gli ha dato anche diverse soddisfazioni. Ne sono un esempio il Premio della Fondazione Verzasca per il suo lavoro di Master Un magnifico gioco - un’analisi filologico-tematica di due raccolte (quasi) inedite di Elio Scamara - oppure i vari riconoscimenti nell’ambito del Premio letterario internazionale Andrea Testore-Plinio Martini, sia nella sezione narrativa, sia nel giornalismo.

Da qualche anno Matteo è inoltre il responsabile della comunicazione per la Federazione alpinistica ticinese, un’attività che ci traghetta verso il suo ulteriore interesse, quello per la montagna e per la corsa. Nel suo curriculum troviamo infatti anche un periodo caratterizzato dalla pratica sportiva agonistica, con buoni risultati a livello cantonale. «Ho iniziato quasi per caso, con lo scopo principale di perdere qualche chilo e di sfogarmi dopo il lavoro in vigna che, in quel periodo (quando lavorava come dipendente, ndA), non mi dava tutte le soddisfazioni che cercavo. Ho così iniziato a correre, poi ad allenarmi abbastanza seriamente e quindi anche a gareggiare». Ed ecco le prime gare sui 10 km, poi mezze maratone, per poi approdare alla corsa in montagna. Tra i suoi ricordi più belli ci sono delle gare in salita verso le cime, come la Claro-Pizzo (conclusa in 2h7’31’’ nel 2014).

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Oggi l’agonismo è però passato in secondo piano. «Preferisco esplorare la montagna con più calma. Privilegio dove posso usare le mani, quindi alpinismo e scialpinismo d’inverno combinati con la fotografia, altra mia passione. Per questo cerco le zone meno battute e vado spesso in solitaria, dato che mal sopporto la ressa…»

Con gli amici, invece, Matteo non disdegna chiaramente un bicchiere di vino, magari del suo Ripica, un Merlot ottenuto con le uve da lui coltivate con fatica sugli ostici pendii di Sasso Fenduto e vinificato da un trasformatore esperto. Un’etichetta nata nel 2020, in piena pandemia, quando le cantine non ritiravano più tutte le uve: da qui il nome (“per ripicca”) e l’idea di un vino che un giorno Matteo spera di poter vinificare lui stesso.

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