Cosa fare

«Tutto è vanità»

Gioele Dix arriva al LAC il 13 e 14 dicembre con una nuova pièce «La corsa dietro il vento»
Gioele Dix nella pièce «La corsa dietro il vento», da lui scritto e diretto. © Laila Pozzo
Dimitri Loringett
Dimitri Loringett
09.12.2022 06:00

La corsa dietro il vento è il nuovo spettacolo di Gioele Dix ispirato ai racconti di Dino Buzzati che andrà in scena al LAC di Lugano il prossimo 13 e 14 dicembre. Uno spettacolo tra ironia e risate, ombre e attese, luci e misteri. Ambientato in una sorta di laboratorio letterario, a metà fra una tipografia e un magazzino della memoria, la pièce attinge dal ricchissimo forziere di racconti del grande scrittore bellunese (Sessanta racconti, Il Colombre, In quel preciso momento) e compone un mosaico di personaggi e vicende umane nel quale spettatrici e spettatori possono ritrovare tracce di sé. Con Gioele Dix abbiamo fatto due chiacchiere per parlare dello show, di Buzzati e anche dello stesso Dix.

I testi della sua drammaturgia sono ispirati ai racconti di Buzzati. Quanto, secondo lei, lo scrittore (e giornalista) è stato precursore di temi o tendenze sociali di oggi? È forse questo aspetto che l’ha ispirata maggiormente?
«Direi che in generale tutti i grandi scrittori e intellettuali hanno la capacità di leggere l’attualità con un occhio speciale. Dino Buzzati è stato capace di raccontare molto bene il suo presente. Non dimentichiamo che era un giornalista molto legato al mestiere. Ha fatto il cronista di nera e l’inviato di guerra. Poi è diventato scrittore di successo, mantenendo tuttavia il suo impegno di scrivere tutti i giorni sul “Corriere della Sera”. Aveva le sue rubriche e scriveva anche sui periodici. Ci teneva a stare al passo con la realtà. E così, con i suoi racconti, ci ha consegnato un punto di vista sulla vita interessante, variegato e pieno di perplessità – non era certo uno che si faceva illusioni sulla vita, non era un grande ottimista – ma restava comunque molto legato alla vita, all’evoluzione e al progresso. Era uno che sapeva osservare i pregi e i difetti delle persone. Secondo me ci lascia questa testimonianza importante, come la lasciano solo i veri grandi scrittori che sanno attingere dalla realtà in cui sono immersi. A mio parere, Buzzati ha forse qualcosa in più perché su racconti e vicende spesso appassionanti aggiunge sempre un elemento di fantastico, di surreale, di sospeso; accenna ai misteri della vita e alla difficoltà di coglierla nella sua essenza, ma anche alle illusioni, alla vanità di tante preoccupazioni. Direi quindi che la sua forza è grande, magari poco riconosciuta dai suoi contemporanei ma assolutamente da considerare oggi».

Il suo spettacolo prende spunto da un racconto di Buzzati. Quale? E perché proprio quel racconto?
«Lo spettacolo prende spunto da più racconti di Buzzati, il titolo invece è quello del racconto omonimo (pubblicato per la prima volta sul “Corriere della Sera” il 13 marzo 1955, successivamente inserito nel 1958, nell'antologia Sessanta racconti – ndr). Tra l’altro, è un racconto particolare perché composto, a sua volta, da tanti altri racconti al suo interno, come una specie di scatola cinese. Assieme alla mia compagna di scena, Valentina Cardinali, interpretiamo quindi i molti personaggi di queste vicende, intrecciandoli con le nostre sensibilità, divertendoci e talvolta anche ironizzando e “commentando” queste storie. Però diciamo che il tessuto connettivo è dato proprio dalla narrativa di Buzzati».

«L’operazione che ho fatto con questa è pièce è stato di prendere alcuni dei racconti di Buzzati che mi sembravano più forti, emblematici, appassionanti e li ho intrecciati con alcune riflessioni. Ma anche il semplice fatto di metterli assieme in fila una dopo l’altro, di metterli in contrapposizione fra loro consente al pubblico di fare i propri ragionamenti e valutazioni, di capire quanto siamo vicini o lontani da quei temi e di quanto ci riguardano. Devo dire che la buona letteratura è sempre magnifica da portare a teatro perché è come se “amplificasse” la sua potenza. Il teatro ha un linguaggio estremamente evocativo, molto essenziale: gli basta poco per evocare luoghi, tempi e spingere lo spettatore a salti temporali o geografici. Inoltre, se sostenuto da una bella letteratura, questo “volo” diventa molto interessante: non un “domestic flight” ma un volo transoceanico».

Nella sua pièce Lei fa riferimento al Qoelet della Bibbia. Ci spieghi...
«Il racconto La corsa dietro il vento di Buzzati allinea tante vicende di persone qualunque che si affannano dietro alle proprie cose, come capita a tutti noi con le nostre preoccupazioni. Preoccupazioni che per noi possono sembrare grandi, ma che in realtà sono molto piccole se paragonate a tutto il resto delle cose della vita. Ma siamo umani, è normale ed è giusto che sia così. In definitiva, i destini delle persone sono legati tutte allo stesso unico destino, che è la vita, ma anche la morte. Il riferimento è al Qoelet perché vi è scritto “vanità delle vanità, tutto è vanità... un pascersi di vento” e credo che questo riferimento non sia avulso da Buzzati. Pur non avendo mai espresso in maniera chiara una sua fede religiosa, egli era sicuramente convinto del fatto che vi sia un destino più grande, che la nostra vita non sia completamente sotto il nostro controllo. Anzi, gran parte delle cose che facciamo si scontrano con un disegno più alto e imperscrutabile. I suoi personaggi combattono sempre un po’ contro questo destino, si domandano perché fanno certe cose, perché cercano e non trovano. E questo mi sembrava molto in linea con il messaggio biblico».

Qual è il suo rapporto fra tragedia e commedia?
«Sono sempre stato convinto, nella pratica degli anni di palcoscenico, che la comicità e la tragedia siano “vicini di casa”, dirimpettai. Si alimentano più o meno delle stesse cose, degli inciampi della vita, delle cose storte. Quando la si butta in comico si cerca di sublimare, di far finta di niente e di superare il dolore con la battuta. A volte il comico è capace di far ridere anche di cose di cui non si dovrebbe. Credo che la comicità si possa permettere ciò. Anzi, in tempi del politicamente corretto si discute molto e direi che la comicità abbia una certa “licenza di uccidere”, di colpire. La vicinanza tra tragedia e commedia fa sì che un attore le frequenti entrambe. A me piace di più far ridere, ma so che è anche più difficile. Ed è la strada che ho scelto, ma la vocazione a far ridere è una cosa che viene un po’ dal DNA. Ho sicuramente preso da mio nonno, diceva le cose con la faccia seria, ma faceva ridere e spesso ti spiazzava completamente».

Lei è anche scrittore. La vedremo sempre più spesso in questa veste, magari nel solco di Buzzati?
«Magari! Ho scritto diverse cose, come ad esempio il memoir che racconta la storia della mia vita e che riguarda anche la Svizzera. Il libro (Quanto tutto questo sarà finito, Mondadori 2014 – ndr) racconta di mio nonno che scappò in Svizzera nel 1943, salvandosi dai treni che lo avrebbero portato ad Auschwitz. Ho raccontato questa storia perché ha segnato la mia vita, il mio percorso di crescita. Sentivo il bisogno di metterla nero su bianco perché la memoria tende invece a “dimenticare” col tempo le cose. E poi c’è tutta la riconoscenza verso la Svizzera. Tra l’altro, il libro è stato accolto molto bene in Ticino, venivo spesso nelle scuole medie del vostro Cantone per parlarne con gli allievi ai quali gli insegnanti avevano fatto leggere il testo. Quella è stata una bella soddisfazione. Quindi, dico che posso anche esercitarmi nel mestiere di scrittore ma il talento di Buzzati come scrittore e narratore non è alla mia portata, lui è troppo bravo. Ma sono felice di continuare come drammaturgo».