L'intervista

«Icaro è lo spettacolo fondante del mio percorso artistico»

Nostra intervista all'attore, regista e drammaturgo luganese Daniele Finzi Pasca che nel finesettimana riporta al LAC il suo più famoso spettacolo a 35 anni dal suo debutto
Daniele Finzi Pasca. © Viviana Cangialosi/Compagnia Finzi Pasca
Mauro Rossi
21.10.2026 06:00

Il 2026 è un anno importante per l’attore e regista luganese Daniele Finzi Pasca che, oltre ad essere impegnato con la sua compagnia su vari fronti (attualmente sei sue produzioni sono in tournée), celebra i trentacinque anni della sua principale creazione, Icaro, lo spettacolo grazie al quale non solo è decollata la sua carriera, ma attorno al quale è stato modellato quel concetto di «teatro della carezza» divenuto la cifra stilistica dei suoi progetti. Icaro non poteva non festeggiare questo suo compleanno anche «a casa», a Lugano, dove andrà in scena sabato 24 (ore 20.00) e domenica 25 ottobre (17.00)al LAC.

Si aspettava per Icaro un simile percorso quando lo mise in scena la prima volta, nel 1991, ad un festival a Milano?
«No, soprattutto perché era nato come progetto di ricerca. Ma al di là della sua longevità, la cosa che mi colpisce maggiormente è che una determinata terminologia entrata nel linguaggio teatrale – spettacolo immersivo, oppure il teatro come forma di cura – abbia preso il via da questo spettacolo e da altre nostre produzioni dell’epoca come Viaggio al Confine . Ecco, Icaro è diventato una sorta di manifesto di quest’idea: un teatro empatico, fatto di una stretta relazione con il pubblico, di storie che possono curare e nelle quali lo spettatore può entrare. Oggi questi sono concetti noti a tutti, ma le loro basi le abbiamo gettate noi, che siamo stati i pionieri di questo modo di affrontare la scena. E di questo teatro “empatico” Icaro è l’emblema nonché il nostro cavallo di battaglia».

In 35 anni Icaro è stato rappresentato in 25 diversi Paesi, collezionando oltre 800 repliche in varie lingue. Quanto in questo lungo percorso la pièce è mutata e quanto è cambiato lei, adattandola a diverse realtà linguistiche e culturali?
«Ad ogni traduzione lo spettacolo ha ovviamente subito dei mutamenti: ogni lingua ha infatti una sua ritmica che determina una modifica della respirazione e della tempistica scenica. Ed è un aspetto con cui mi sono confrontato immediatamente: 35 anni fa, una settimana dopo il debutto a Milano, accettai infatti di partecipare a Yverdon ad un Festival del Teatro Svizzero e dunque dovetti fare una immediata – e un po’ azzardata – traduzione in francese. Subito dopo c’è stata la versione in tedesco, poi qualcuno mi ha chiesto se parlavo portoghese e io, pur non padroneggiando la lingua, mi ci sono buttato ritrovandomi in Brasile. Da lì è partito il legame dello spettacolo con il Sudamerica, anche se il vero “botto” avvenne a Montevideo, in Uruguay, dove fui invitato ad un festival promosso dalla locale Associazione dei Critici Teatrali. In quell’anno la rassegna coincise con il Congresso Internazionale della Critica e lì successe una cosa inaspettata: Icaro vinse il premio della critica internazionale. Da quel momento lo spettacolo decollò e mi ritrovai a Montreal, poi in Francia e in molti altri Paesi che in seguito ci hanno portato a tradurre, e piano piano dunque anche a modificare, lo spettacolo, cercando ogni volta di scoprire come coinvolgere un pubblico ogni volta diverso».

Foto di Viviana Cangialosi.
Foto di Viviana Cangialosi.

Alla luce di tutte le modifiche di cui è stato oggetto, cosa c’è oggi di nuovo in Icaro?
«Lo spettacolo è sempre lo stesso, i gesti sono i medesimi di allora. È l’interprete ad essere cambiato: trentacinque anni fa avevo un altro corpo, altre idee, un modo di essere probabilmente più spigoloso. Adesso sono più “arrotondato sulle curve” come si dice nella tradizione alla quale appartengo, quella generalmente definita come clowneria. Un termine che racchiude un universo scenico molto vasto: se ad esempio provassimo a declinarlo all’italiana, scopriremmo che buona parte del teatro italico ha le sue radici in una lingua che non è l’italiano – bensì le parlate locali, il veneto, il napoletano, eccetera – e appunto, nella clowneria. Che in Italia ha prodotto personalità alla Dario Fo, che è un po’ il prototipo della clowneria italiana ma anche Troisi, Benigni e molti altri. Ebbene per tutti noi che abbiamo radici clownesche, un elemento essenziale è la ripetitività quasi ossessiva del gesto, che è ciò che distingue i clown da tutti gli altri teatranti che ogni stagione devono sempre fare qualcosa di nuovo. Noi invece possiamo tornare e ritornare ossessivamente sullo stesso elemento centinaia di volte, un po’ come un musicista che torna sempre sulla stessa toccata, sulla stessa sonata, scoprendo ogni volta sfumature nuove. In sintesi: cosa cambia di uno spettacolo nel corso degli anni? L’interprete: lo spettacolo invece è sempre lo stesso».

Icaro, in scena nel weekend al LAC, fa parte di un tour celebrativo che tocca vari Paesi...
«Certamente: sono stato in America Latina, in Egitto, in Francia e dopo Lugano continuerò questo viaggio che mi porterà in tanti altri luoghi – come d’altronde è sempre accaduto – facendo da contrappunto alla mia carriera, ai progetti che sto facendo. Da sempre infatti è così: ogni tanto scappo, faccio Icaro e ritorno. Anche quando sono impegnato in altre produzioni. E lo metto nei vari contratti che firmo come regista: accetto gli incarichi ma chiarendo subito che durante il lavoro partirò un paio di volte perché devo ritrovare la scena, starci sopra e ritrovare quelle sensazioni che si provano ogni volta che si è sul palco. Come la paura che negli attimi che precedono l’inizio dello spettacolo mi prende ancora oggi e che mi aiuta quando poi da regista mi ritrovo davanti a dei cantanti lirici, agli attori della compagnia o a degli acrobati tesissimi. Perché so che cosa vuol dire avere paura e dunque li devi trattare sempre con una certa delicatezza».

Foto di Viviana Cangialosi.
Foto di Viviana Cangialosi.

Se Icaro negli anni non è cambiato, è sicuramente mutato il suo pubblico...
«Ogni volta che propongo Icaro scelgo uno spettatore che sta sul palco con me, che mi fa da alter ego. E questo compagno di viaggio deve essere qualcuno che non conosce la storia. A Montevideo, qualche mese fa al Teatro Solis, è accaduta una cosa strana: durante il prologo nel quale scelgo chi mi accompagnerà sulla scena ho chiesto “Chi ha già visto lo spettacolo?” Tutti hanno alzato la mano. Ho riformulato la domanda anche in altre repliche ottenendo lo stesso risultato: insomma è stato difficile trovare uno spettatore nuovo. In Messico, dove sono quasi di casa, capita invece che ad ogni rappresentazione non possa fare la minima modifica alla trama, anche solo asciugare qualche elemento in modo da renderla più fluida: se lo faccio al termine mi rimproverano dicendo, ad esempio: “non hai fatto la scena dei fiori!” oppure “quella battuta in quel momento preciso, non era così...” Insomma, ci sono luoghi in cui esistono dei veri e propri fanatici dello spettacolo. Altrove invece scopro sempre un pubblico diverso. Quindi sì, il pubblico è cambiato e, a volte, lo ritrovo un po’ più vecchio di come lo ricordavo».

Il clima che circonda lo spettacolo, mi pare di capire, sia però sempre lo stesso…
«È vero: anche perché il teatro che facciamo assomiglia agli gnocchi che mangi in un determinato grotto dove vai, ricordando che ci andavi con il tuo babbo 40 anni fa, aspettando di ritrovare gli stessi sapori di allora. E che raccomandi ai tuoi amici proprio per quel motivo. I nostri spettacoli son così: mantengono gli stessi sapori, emanano tutti gli stessi profumi, che si tratti di progetti giganteschi o di produzioni semplici come Icaro. Un aneddoto: quando Guy Laliberté – il fondatore del Cirque du Soleil – dopo aver visto lo spettacolo a Montreal, mi chiamò per lavorare con lui, mi disse espressamente: “vorrei che ricreassi quell’atmosfera, quelle sensazioni che mi ha regalato lo spettacolo”. Ed è stata una bella sfida, per me e per quelli che da sempre sono i miei compagni di viaggio come Maria Bonzanigo e mio fratello Marco: sono loro le persone assieme alle quali è nato Icaro e tutto quello che ne è poi conseguito. Si diceva all’inizio: pensavate che Icaro potesse durare e viaggiare così a lungo? No, pensavamo che dopo averlo presentato al festival della clowneria di Milano, potessimo proporlo in qualche ospedale, in alcune case private, magari in qualche teatrino svizzero. Invece abbiamo girato il mondo: ed è bello che sia accaduto, bello perché inatteso, perché da Icaro è partita tutta la nostra storia, il teatro come lo concepiamo, che serve per curare l’individuo, la società e del quale questo spettacolo continua a restare la guida, giorno dopo giorno».

280 mila spettatori, 800 repliche in oltre 20 Paesi

Una delle primissime prove dello spettacolo, nel 1991  con Daniele Finzi Pasca assieme al fratello Marco. Foto di Fausto Gerevini.
Una delle primissime prove dello spettacolo, nel 1991  con Daniele Finzi Pasca assieme al fratello Marco. Foto di Fausto Gerevini.

Scritto nel 1989 e portato in scena per la prima volta a Milano nel 1991 ad un festival della clowneria, Icaro è uno degli spettacoli più noti di Daniele Finzi Pasca. Pensato per un solo spettatore – il regista e interprete ne sceglie uno a caso tra il pubblico, che resta coinvolto in scena per circa novanta minuti, mentre gli altri assistono come osservatori – si sviluppa secondo una trama semplice: due persone si incontrano in una stanza senza porte né finestre e decidono di volare via. Dietro questa storia leggera si nasconde un tema profondo: la speranza, raccontata attraverso due antieroi che somigliano a ciascuno di noi.

Icaro è lo spettacolo che riassume tutti i tratti della Compagnia Finzi Pasca: virtuosismo, ironia e capacità di commuovere con leggerezza, manifesto del suo «teatro della carezza» ha avuto e continua ad avere, anche a 35 anni di distanza dal suo debutto, un successo enorme, con oltre 800 repliche in più di venti Paesi, circa 280.000 spettatori e molti riconoscimenti ottenuti internazionalmente. Nell’ambito della tournée internazionale per i suoi 35 anni di vita Icaro ritorna, sabato 24 ottobre (ore 20.00) e domenica 25 (ore 17.00) sul palcoscenico del LAC. Biglietti su www.luganolac.ch.