L'intervista

Bice Curiger ricorda Bruno Bischofberger

La curatrice e storica dell’arte zurighese, con il Ticino nel cuore, racconta della galleria nella città sulla Limmat che da adolescente l’aveva stregata con le opere della Pop Art d’oltreoceano
Bice Curiger e Andy Warhol. © Horvat
24.05.2026 06:00

Bruno Bischofberger, leggendario gallerista, storico dell’arte e collezionista, scomparso il 9 maggio a Zurigo all’età di 86 anni, era anche un simbolo della Svizzera nel mondo. Fu il mercante di Andy Warhol, di Jean-Michel Basquiat, che portò anche a St. Moritz, e della Transavanguardia. Era amico ed estimatore di Ettore Sottsass che progettò la sua casa affacciata sul lago di Zurigo. Il design italiano, in particolare del gruppo Memphis e di Carlo Mollino, era tra le sue passioni che ha portato in quella Wunderkammer che è il suo museo privato a Männedorf.  Bice Curiger ricorda Bruno Bischofberger tracciando un ritratto nitido di questo protagonista della scena dell’arte fra gli anni Settanta e Ottanta.

La curatrice e storica dell’arte zurighese, con il Ticino nel cuore, racconta della galleria nella città sulla Limmat che da adolescente l’aveva stregata con le opere della Pop Art d’oltreoceano. Bice Curiger ha fondato, con Jacqueline Burckhardt, nel 1984 la rivista Parkett, che aveva sede a Zurigo e a New York, è stata la prima donna a dirigere nel 2011 la Biennale d’Arte di Venezia e ha lasciato da poco la guida della Fondation Van Gogh ad Arles. Sia lei che Bruno Bischofberger hanno scritto pagine indelebili della storia dell’arte. 

Bice Curiger, come ha incontrato Bruno Bischofberger?
«Prima di incontrare Bruno Bischofberger ho conosciuto la sua galleria a Zurigo. Avevo 16 anni e andavo a scuola vicino a Steinwiesplatz dove prima aveva sede e ora c’è la casa d’aste Christie’s. Allora ero troppo timida per entrare in quella galleria, ma ho sempre guardato con curiosità le vetrine dove si vedeva già quell’arte molto stravagante che Bruno Bischofberger a quel tempo ha presentato a Zurigo. C’erano i primi quadri della Pop Art americana e io, da adolescente, ne rimasi elettrizzata. Poi ho anche conosciuto Bruno Bischofberger perché ero amica di Thomas Amman,  suo giovane assistente, che mi fece incontrare nel 1974 Andy Warhol per fargli un’intervista. Quando ero ancora studentessa avevo iniziato a scrivere di critica d’arte per il quotidiano zurighese Tages Anzeiger».

Lei compare in una foto con Andy Warhol all’inaugurazione della sua mostra personale nel 1974 alla galleria Bischofberger.  Tra i presenti c’era anche Paulette Goddard  che aveva lasciato il jet set americano per vivere in Ticino. Come ricorda quel momento?
«Eravamo alla preview della mostra di Warhol alla quale fui ammessa eccezionalmente per poter scrivere un articolo. È stato un momento indimenticabile e davvero interessate. Il lavoro di Andy Warhol era già conosciuto, ma io per l’occasione avevo letto tutto su di lui e mi preparai a quell’incontro come se dovessi affrontare un esame universitario. In seguito l’ho intervistato nel 1980 una seconda volta, grazie alla mediazione di Bruno, in una suite del Grand Hotel Dolder a Zurigo».

Che rapporto aveva con Bruno Bischofberger?
«È stato un rapporto amichevole di reciproca stima. Nel corso degli anni Bruno mi ha a volte prestato importanti opere d’arte della sua collezione per le diverse esposizioni che ho curato. Lo stesso vale per un primo gruppo di opere di Ben Vautier, di cui possedeva una quantità davvero impressionante. Due anni fa mi ha invitato nel suo museo privato alle porte di Zurigo che ho potuto visitare con la sua guida eccezionale. Porterò sempre con me il ricordo di quel giorno».

Quanto c’è in questo museo della passione del collezionista eclettico?
«Quello che mi è sempre piaciuto di Bruno è la sua passione per l’arte popolare svizzera, la Bauern Malerei, che ha collezionato nel tempo. I suoi genitori erano originari dell’Appenzello; il padre era medico e la madre era dentista, che per una donna era una professione inusuale in Svizzera. La cosa buffa è che lui abitava a cento metri da casa mia a Zurigo, ma non l’avevo mai conosciuto prima di occuparmi d’arte. Bruno aveva una grande passione per l’archeologia e per gli oggetti che raccontano storie importanti dell’umanità. Amava collezionare il design italiano, in particolare di Giò Ponti e Ettore Sottsass al quale ha chiesto di riprodurre la sua dimora privata. È una casa dalle tonalità del nero che spicca su un prato e che dall’alto offre una veduta spettacolare sul lago di Zurigo».

Che cosa ha di particolare questa casa?
«È come se contenesse in sé un altro museo per fare ancora posto agli  oggetti magici amati da Bruno».

È stata un’idea di Bruno quella di fare collaborare Warhol e Basquait. Questa intuizione brillante ha dato vita a opere che testimoniano un momento importante della scena dell’arte anche “Underground” a New York

Che tipo di oggetti amava collezionare Bruno Bischofberger oltre a quelli classici di design?
«Vasi di vetro o armadi dipinti, folkloristici, ma sempre di qualità e quantità notevoli, dei quali lui conosceva la storia dai materiali alle tecniche di realizzazione. Bruno fu anche uno dei primi a collezionare opere storiche di fotografia delle quali una parte è stata acquisita dal Getty Museum di Los Angeles. Quando si parlava con lui di fotografia dimostrava una conoscenza storica e tecnica inimmaginabile e un lessico professionale perché Bruno aveva un interesse anche fisico, sensuale e non solo intellettuale nei confronti dell’arte. Questo mi è  sempre piaciuto e mi ha anche influenzato».

Bruno Bischofberger che rapporto aveva con Andy Warhol?
«Bruno fu molto importante per Andy, non solo a livello di mercato dell’arte, ma anche per lo stile di vita europeo che portava con se e per questo amore per la cultura in senso lato. Warhol in un altro modo, molto americano, portò al centro della sua arte la cultura del quotidiano non attingendo alla tradizione, ma guardando ai prodotti industriali più comuni  e considerando anche la minestra che mangiamo e le bibite che beviamo. È un po’ su questo piano che loro due si sono trovati».

Invece tra Bischofberger e Basquiat che rapporto c’era?
«È stata un’idea di Bruno quella di fare collaborare Warhol e Basquait. Questa intuizione brillante ha dato vita a opere che testimoniano un momento importante della scena dell’arte anche “Underground” a New York. Bruno andando nella Grande Mela aveva colto lo Zeitgeist e aveva capito le potenzialità di questo giovane artista afroamericano che fece lavorare con Andy Warhol e con Francesco Clemente».

Perché Bischofberger è stato un gallerista sui generis?
«Bruno aveva idee molto chiare e non ha lavorato con troppi artisti come altri galleristi. Lui è rimasto fedele al suo gruppo. Nel suo museo personale ci sono opere importanti degli artisti che rappresentava. Bruno aveva una conoscenza profonda della storia dell’arte ed è stato anche un simbolo della Svizzera del dopoguerra. Insieme a lui ci sono stati altri grandi personaggi come Jean Christophe Ammann, Harald Szeemann, ma prima ancora Franz Meyer e Arnold Rüdlinger che fu il primo in Europa a mostrare l’Espressionismo Astratto americano. Abbiamo tutti approfittato un po’ di quel momento di energia, di grande libertà e possibilità che la scena dell’arte ha offerto nella seconda metà del Novecento. Ecco io negli anni Settanta scrivevo già da studentessa nel quotidiano di Zurigo e mi davano pagine intere. Adesso non vedo più questa apertura mentale».

Come vede la scena dell’arte odierna in quanto a fermento culturale e nuove energie?
«Oggi sono diventati tutti grandi professionisti tecnocratici, ma meno ispirati rispetto al passato. C’è meno passione».

Bischofberger, che era tra i finanziatori di Interview, la rivista di Andy Warhol, fu anche un estimatore di Parkett?
«Sì, senza essere finanziatore… ma quando abbiamo fatto un numero con Andy Warhol, il contatto di Bruno ci ha aiutato. Andy ha firmato nel febbraio del 1987 un’edizione speciale di fotografia per Parkett pochi giorni prima di entrare in ospedale a New York dove morì. Fu il suo ultimo lavoro e quella collaborazione segnò la storia della nostra rivista».  

Che legami ha con il Ticino?
«Mia mamma era ticinese della Leventina e abbiamo anche dei parenti nel Locarnese».

E Bischofberger?
«Bruno era più orientato verso l’Appenzello, la sua terra d’origine nella Svizzera nordorientale dove il tempo sembra non essere trascorso, e spesso si vestiva con abiti tradizionali. Lui era anche legato a Milano, a Ettore Sottsass e al gruppo Memphis. Negli anni Sessanta e Settanta gli svizzeri tedeschi frequentavano molto la città lombarda, aperta ed elegante».