Bice Curiger ricorda Bruno Bischofberger

Bruno Bischofberger, leggendario gallerista, storico dell’arte e collezionista, scomparso il 9 maggio a Zurigo all’età di 86 anni, era anche un simbolo della Svizzera nel mondo. Fu il mercante di Andy Warhol, di Jean-Michel Basquiat, che portò anche a St. Moritz, e della Transavanguardia. Era amico ed estimatore di Ettore Sottsass che progettò la sua casa affacciata sul lago di Zurigo. Il design italiano, in particolare del gruppo Memphis e di Carlo Mollino, era tra le sue passioni che ha portato in quella Wunderkammer che è il suo museo privato a Männedorf. Bice Curiger ricorda Bruno Bischofberger tracciando un ritratto nitido di questo protagonista della scena dell’arte fra gli anni Settanta e Ottanta.
La curatrice e storica dell’arte zurighese, con il Ticino nel cuore, racconta della galleria nella città sulla Limmat che da adolescente l’aveva stregata con le opere della Pop Art d’oltreoceano. Bice Curiger ha fondato, con Jacqueline Burckhardt, nel 1984 la rivista Parkett, che aveva sede a Zurigo e a New York, è stata la prima donna a dirigere nel 2011 la Biennale d’Arte di Venezia e ha lasciato da poco la guida della Fondation Van Gogh ad Arles. Sia lei che Bruno Bischofberger hanno scritto pagine indelebili della storia dell’arte.
Bice Curiger, come
ha incontrato Bruno Bischofberger?
«Prima di
incontrare Bruno Bischofberger ho conosciuto la sua galleria a Zurigo. Avevo 16
anni e andavo a scuola vicino a Steinwiesplatz dove prima aveva sede e ora c’è
la casa d’aste Christie’s. Allora ero troppo timida per entrare in quella galleria,
ma ho sempre guardato con curiosità le vetrine dove si vedeva già quell’arte
molto stravagante che Bruno Bischofberger a quel tempo ha presentato a Zurigo.
C’erano i primi quadri della Pop Art americana e io, da adolescente, ne rimasi
elettrizzata. Poi ho anche conosciuto Bruno Bischofberger perché ero amica di
Thomas Amman, suo giovane assistente, che
mi fece incontrare nel 1974 Andy Warhol per fargli un’intervista. Quando ero
ancora studentessa avevo iniziato a scrivere di critica d’arte per il quotidiano
zurighese Tages Anzeiger».
Lei compare in una
foto con Andy Warhol all’inaugurazione della sua mostra personale nel 1974 alla
galleria Bischofberger. Tra i presenti
c’era anche Paulette Goddard che aveva
lasciato il jet set americano per vivere in Ticino. Come ricorda quel momento?
«Eravamo alla
preview della mostra di Warhol alla quale fui ammessa eccezionalmente per poter
scrivere un articolo. È stato un momento indimenticabile e davvero interessate.
Il lavoro di Andy Warhol era già conosciuto, ma io per l’occasione avevo letto tutto
su di lui e mi preparai a quell’incontro come se dovessi affrontare un esame
universitario. In seguito l’ho intervistato nel 1980 una seconda volta, grazie
alla mediazione di Bruno, in una suite del Grand Hotel Dolder a Zurigo».
Che rapporto aveva
con Bruno Bischofberger?
«È stato un
rapporto amichevole di reciproca stima. Nel corso degli anni Bruno mi ha a
volte prestato importanti opere d’arte della sua collezione per le diverse
esposizioni che ho curato. Lo stesso vale per
un primo gruppo di opere di Ben Vautier, di cui possedeva una quantità davvero
impressionante. Due anni fa mi ha invitato nel suo museo privato alle porte di
Zurigo che ho potuto visitare con la sua guida eccezionale. Porterò sempre con me
il ricordo di quel giorno».
Quanto c’è in
questo museo della passione del collezionista eclettico?
«Quello che mi è sempre
piaciuto di Bruno è la sua passione per l’arte popolare svizzera, la Bauern Malerei,
che ha collezionato nel tempo. I suoi genitori erano originari dell’Appenzello;
il padre era medico e la madre era dentista, che per una donna era una
professione inusuale in Svizzera. La cosa buffa è che lui abitava a cento metri
da casa mia a Zurigo, ma non l’avevo mai conosciuto prima di occuparmi d’arte. Bruno
aveva una grande passione per l’archeologia e per gli oggetti che raccontano storie
importanti dell’umanità. Amava collezionare il design italiano, in particolare di
Giò Ponti e Ettore Sottsass al quale ha chiesto di riprodurre la sua dimora
privata. È una casa dalle tonalità del nero che spicca su un prato e che dall’alto
offre una veduta spettacolare sul lago di Zurigo».
Che cosa ha di
particolare questa casa?
«È come se
contenesse in sé un altro museo per fare ancora posto agli oggetti magici amati da Bruno».
Che tipo di
oggetti amava collezionare Bruno Bischofberger oltre a quelli classici di design?
«Vasi di vetro o armadi
dipinti, folkloristici, ma sempre di qualità e quantità notevoli, dei quali lui
conosceva la storia dai materiali alle tecniche di realizzazione. Bruno fu
anche uno dei primi a collezionare opere storiche di fotografia delle quali una
parte è stata acquisita dal Getty Museum di Los Angeles. Quando si parlava con
lui di fotografia dimostrava una conoscenza storica e tecnica inimmaginabile e
un lessico professionale perché Bruno aveva un interesse anche fisico, sensuale
e non solo intellettuale nei confronti dell’arte. Questo mi è sempre piaciuto e mi ha anche influenzato».
Bruno
Bischofberger che rapporto aveva con Andy Warhol?
«Bruno fu molto
importante per Andy, non solo a livello di mercato dell’arte, ma anche per lo
stile di vita europeo che portava con se e per questo amore per la cultura in
senso lato. Warhol in un altro modo, molto americano, portò al centro della sua
arte la cultura del quotidiano non attingendo alla tradizione, ma guardando ai
prodotti industriali più comuni e considerando
anche la minestra che mangiamo e le bibite che beviamo. È un po’ su questo
piano che loro due si sono trovati».
Invece tra
Bischofberger e Basquiat che rapporto c’era?
«È stata un’idea di
Bruno quella di fare collaborare Warhol e Basquait. Questa intuizione brillante
ha dato vita a opere che testimoniano un momento importante della scena
dell’arte anche “Underground” a New York. Bruno andando nella Grande Mela aveva
colto lo Zeitgeist e aveva capito le potenzialità di questo giovane artista afroamericano
che fece lavorare con Andy Warhol e con Francesco Clemente».
Perché Bischofberger
è stato un gallerista sui generis?
«Bruno aveva idee
molto chiare e non ha lavorato con troppi artisti come altri galleristi. Lui è
rimasto fedele al suo gruppo. Nel suo museo personale ci sono opere importanti
degli artisti che rappresentava. Bruno aveva una conoscenza profonda della
storia dell’arte ed è stato anche un simbolo della Svizzera del dopoguerra. Insieme
a lui ci sono stati altri grandi personaggi come Jean Christophe Ammann, Harald
Szeemann, ma prima ancora Franz Meyer e Arnold Rüdlinger che fu il primo in Europa
a mostrare l’Espressionismo Astratto americano. Abbiamo tutti approfittato un
po’ di quel momento di energia, di grande libertà e possibilità che la scena
dell’arte ha offerto nella seconda metà del Novecento. Ecco io negli anni
Settanta scrivevo già da studentessa nel quotidiano di Zurigo e mi davano
pagine intere. Adesso non vedo più questa apertura mentale».
Come vede la scena
dell’arte odierna in quanto a fermento culturale e nuove energie?
«Oggi sono diventati
tutti grandi professionisti tecnocratici, ma meno ispirati rispetto al passato.
C’è meno passione».
Bischofberger, che
era tra i finanziatori di Interview, la rivista di Andy Warhol, fu anche un
estimatore di Parkett?
«Sì, senza essere
finanziatore… ma quando abbiamo fatto un numero con Andy Warhol, il contatto di
Bruno ci ha aiutato. Andy ha
firmato nel febbraio del 1987 un’edizione speciale di fotografia per Parkett pochi
giorni prima di entrare in ospedale a New York dove morì. Fu il suo ultimo
lavoro e quella collaborazione segnò la storia della nostra rivista».
Che legami ha con
il Ticino?
«Mia mamma era
ticinese della Leventina e abbiamo anche dei parenti nel Locarnese».
E Bischofberger?
«Bruno era più
orientato verso l’Appenzello, la sua terra d’origine nella Svizzera
nordorientale dove il tempo sembra non essere trascorso, e spesso si vestiva
con abiti tradizionali. Lui era anche legato a Milano, a Ettore Sottsass e al
gruppo Memphis. Negli anni Sessanta e Settanta gli svizzeri tedeschi frequentavano
molto la città lombarda, aperta ed elegante».