Castel Grande diventa un'Isola di Pasqua contemporanea con le opere di Ivo Soldini
Chi arriva a Castel Grande per ammirare uno dei simboli più riconoscibili del patrimonio UNESCO ticinese si trova oggi davanti a un paesaggio inatteso. Nella corte della Fortezza si stagliano figure monumentali che sembrano osservare i visitatori da un tempo indefinito. Corpi verticali e presenze silenziose che evocano una sorta di Isola di Pasqua contemporanea affacciata su Bellinzona. È qui che prende forma «Progetto Castel Grande», la grande mostra personale dedicata a Ivo Soldini, uno dei più importanti scultori svizzeri contemporanei, che dal 12 giugno all'8 novembre trasforma la Fortezza in un dialogo continuo tra arte, architettura e paesaggio.

L'esposizione occupa sia gli spazi aperti del castello sia la Sala Arsenale, dove trovano posto oltre sessanta dipinti inediti. «L'idea è nata più di un anno fa ed è arrivata a concretizzarsi quasi sul fotofinish», racconta Soldini, visibilmente emozionato. «Quando si lavora in un luogo come Castel Grande non si può pensare a una semplice esposizione, serve La mostra. Davanti a uno scenario del genere ho avuto la visione di collocare qui una parte importante delle mie sculture. Credo che questo sia probabilmente il luogo più bello del Ticino per esporre opere monumentali».
L'allestimento, curato dall'architetto Mattia Tami di AERA Studio, nasce come un intervento site-specific. Le opere non sono state semplicemente collocate negli spazi del castello, ma studiate per instaurare un rapporto diretto con l'architettura e con la storia della Fortezza. Una sfida che per uno scultore rappresenta anche una sorta di esame finale. «Quando si porta una scultura all'esterno c'è sempre un certo timore», spiega l'artista di Ligornetto. «L'ambiente può valorizzarla ma anche annullarla. Castel Grande possiede una presenza talmente forte che potrebbe persino schiacciare la forma scultorea. È qui che si capisce se quello che hai creato possiede abbastanza intensità per resistere. Per me questa mostra rappresenta una verifica importante, la possibilità di vedere se il lavoro di una vita riesce a stare in piedi davanti a una realtà così potente».

E non si parla di lavoro di una vita a caso: la mostra ripercorre infatti quasi sessant'anni di attività. «Non sono così vecchio anagraficamente», osserva Soldini con un sorriso, «ma sono vecchio di lavoro perché ho iniziato molto presto. Ho avuto la fortuna di continuare e di non smettere mai. In questi anni ho scolpito, ho dipinto e ho conservato molte opere quasi con gelosia. Oggi invece mi piace che il pubblico possa vedere anche questa parte più privata del mio percorso».
È proprio la presenza dei dipinti a rappresentare una delle sorprese della mostra. Oltre sessanta tele recenti e in gran parte inedite rivelano un lato meno conosciuto del suo lavoro. Volti, figure e tensioni che abitano le sue sculture riaffiorano sulla superficie pittorica attraverso una gestualità libera e colori intensi, spesso accesi, che aggiungono nuove chiavi di lettura alla sua ricerca.
«Mi piacerebbe che i visitatori capissero il legame che esiste tra disegno, pittura e scultura», afferma. «Per me tutto parte sempre dal disegno. Poi arriva la pittura e infine la scultura. Non ho mai considerato queste discipline separate. Mi sono riposato dipingendo e ho lavorato riposando facendo scultura. Sono attività che si alimentano continuamente a vicenda».

A sorprendere è anche l'uso del colore. Se nelle tele domina una tavolozza energica e vibrante, chi segue da tempo il percorso dell'artista sa che il colore non è mai stato estraneo nemmeno alla sua produzione scultorea. Alcune opere presentano infatti campiture monocromatiche che diventano parte integrante del linguaggio espressivo, in contrasto con l'idea moderna di una scultura necessariamente legata al colore naturale del materiale.
«Siamo abituati a pensare alla scultura come qualcosa di monocromo, ma per migliaia di anni non è stato così. Il Partenone stesso era dipinto. Io continuo a sentire il bisogno del colore e della manualità. Viviamo in un mondo sempre più tecnologico e automatizzato. Credo invece che l'essere umano debba conservare il rapporto diretto con il fare, con la materia e con il gesto».

Se le opere dialogano con la Fortezza, è però nel rapporto con il pubblico che completano il proprio percorso. I visitatori si avvicinano, osservano, fotografano e spesso cercano un contatto diretto con le sculture. Spesso fanno finta di reggerle in piedi, quasi come fanno i turisti davanti alla Torre di Pisa. Una reazione che Soldini osserva con particolare soddisfazione.
«Ho sempre amato questa possibilità. Nei musei spesso ci si limita a guardare. Qui invece vedo persone che si avvicinano, sorridono e partecipano. Alla fine io sono sempre stato solo quando realizzavo queste opere. Adesso mi sembra che anche loro contribuiscano a completarle aggiungendo energia, e l'energia è sempre stata al centro della mia ricerca».
Ed è proprio questa energia che Soldini spera possa accompagnare i visitatori oltre le mura di Castel Grande. «Vorrei che portassero con sé delle fotografie mentali. Che tornando a casa, magari in Giappone, a Taiwan o in Svezia, ricordassero quello che hanno visto qui. L'idea che qualcuno, dall'altra parte del mondo, possa conservare dentro di sé un frammento di queste opere e di Bellinzona è una delle soddisfazioni più grandi che un artista possa ricevere».


