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Arte

Dove la polvere diventa luce: Piangiamore e l’invisibile che prende forma

Alla Repetto Gallery di Lugano la prima personale dell’artista: tra terra dell’Etna, arcobaleni che sfuggono e opere che trasformano la materia in esperienza, un invito a vedere ciò che normalmente non si vede
Mattia Sacchi
21.03.2026 10:03

La polvere, in fondo, si vede solo quando la luce la attraversa. È da questa immagine tanto semplice quanto vertiginosa che prende forma La polvere ci mostra che la luce esiste, la mostra con cui Alessandro Piangiamore torna negli spazi della Repetto Gallery di Lugano con la sua prima personale. Aperta dal 21 marzo al 26 giugno, l’esposizione raccoglie video, installazioni, sculture e opere su carta, ricomponendo una ricerca che da anni si muove su un confine sottile: quello tra presenza e sparizione, tra materia e visione, tra ciò che si può toccare e ciò che invece resta irrimediabilmente inafferrabile. Un percorso che invita anche il visitatore a rallentare, a sostare davanti alle opere, a lasciarsi guidare più dalla percezione che dalla necessità di decifrare tutto immediatamente.

photo credits Daniele De Lonti, Vincenzo Miranda
photo credits Daniele De Lonti, Vincenzo Miranda

Il titolo, racconta l’artista, nasce da un “saccheggio” dichiarato. «È tratto da un capitolo della Conoscenza accidentale di Georges Didi-Huberman», spiega. «Mi ha colpito questo fenomeno che tutti conosciamo: la luce attraversata dalla polvere in sospensione, questa miriade di particelle infinitesimali che aleggia nell’aria. È una di quelle situazioni in cui ti trovi davanti a qualcosa e dici: proprio così lo volevo dire». Ma dietro il riferimento teorico c’è anche un’immagine più intima, quasi fondativa. «Mi ha riportato a una condizione profondamente infantile. Sono convinto che la maggior parte delle cose che poi gli artisti continuano a sviluppare nel tempo siano legate a quel momento molto fertile che è l’infanzia».

A riattivare quel nucleo è stato anche un episodio familiare: «Avevo ripreso mio figlio in una stanza, una mattina luminosa, mentre provava a catturare la polvere che attraversava i raggi di luce». Da quella scena è nato Il cacciatore di polvere, lavoro che in mostra prende la forma di una grande superficie composta, per questa occasione, con terra dell’Etna. Una scelta tutt’altro che casuale. Piangiamore è nato a Enna e con il vulcano ha un rapporto quasi originario: «Da Enna l’Etna rientra nell’orizzonte visivo, quindi sono cresciuto con questo vulcano dentro la mia immaginazione». Un’immagine che per lui porta con sé una doppia forza: «La lava è distruttrice e rigeneratrice insieme. Distrugge per poi far rinascere. Certo, in un tempo lunghissimo, un tempo che noi facciamo fatica a percepire».

photo credits Daniele De Lonti, Vincenzo Miranda
photo credits Daniele De Lonti, Vincenzo Miranda

Il nero della cenere vulcanica, allora, non è soltanto materia, ma condensazione di senso. E qui Piangiamore mette in chiaro un punto decisivo della sua poetica: «La materia non è il centro del mio interesse. Mi interessa per le sue qualità semantiche. I materiali si portano dietro dei significati e io utilizzo quei significati». È per questo che nella sua pratica compaiono terra, cera, cemento, profumo, vetro, perfino il vento: non per un trasporto “viscerale” verso la materia, ma perché ciascun elemento apre una costellazione di rimandi, simboli, possibilità. In questa prospettiva anche la fragilità o l’instabilità dei materiali non è mai un semplice effetto estetico, ma parte integrante di un ragionamento più ampio sul tempo, sulla trasformazione e sulla memoria.

Nella mostra luganese, uno dei nuclei centrali è proprio il dialogo tra terra e arcobaleno. Il video da cui si è messo in moto l’intero percorso presenta «l’immagine statica di due dita che sembrano voler afferrare un riflesso di luce con i colori dell’iride». Ma quel tentativo è destinato a fallire: il riflesso si deforma, sfugge, si trasforma in continuazione. «L’arcobaleno mi accompagna da sempre», racconta l’artista. «È un fenomeno visuale ma non tangibile. Esiste e non esiste. Sono sempre stato attratto dalle cose che sfuggono, perché credo che abbiano un alto potere erotico». E ancora: «L’arcobaleno lo associo a un’idea di utopia. Non è una cosa che possiamo possedere, e proprio per questo continua ad affascinarci».

photo credits Daniele De Lonti, Vincenzo Miranda
photo credits Daniele De Lonti, Vincenzo Miranda

Attorno a questa tensione si organizza tutta la mostra. Ci sono i cieli e le piume di Qualche uccello si perde nel cielo, opere su carta che mettono insieme elementi apparentemente inconciliabili, come il volo degli uccelli e una dimensione stellata. Ci sono le sculture luminose in cristallo satinato, controllabili a distanza dall’artista, quasi a ribadire che anche la luce può essere presenza fragile, instabile, mobile. E ci sono forme che sembrano trattenere ciò che per natura dovrebbe deperire, come la frutta candita riprodotta in cristallo, nata da un desiderio di conservazione che diventa immagine.

Piangiamore sa bene che il suo lavoro si muove dentro una complessità che non sempre si lascia esaurire dalle parole. «Un artista fornisce livelli di lettura», osserva. «Ci sono livelli che hanno un aggancio primario e altri che si agganciano dopo, magari solo se lo spettatore decide di andare a fondo». Per questo guarda con una certa diffidenza anche alle spiegazioni troppo rigide: «Fare esperienza di una mostra significa creare le proprie connessioni. A volte ho paura che dare troppe indicazioni, più che arricchire, impoverisca».

Eppure una funzione all’arte la riconosce, anche se non ama definirla “riparatoria”. «L’unica cosa che riesco a dire rispetto alla funzionalità dell’arte è che deve istigare il dubbio», dice. «Laddove si genera dubbio si genera una fertilità, perché mettiamo in discussione il nostro punto di vista e ci rendiamo conto che esiste un altro modo di guardare le cose». È forse questo, allora, il cuore più autentico della mostra luganese: non offrire risposte, ma rendere percepibile, per un attimo, ciò che di solito resta invisibile. Proprio come la polvere quando la luce, finalmente, la attraversa.

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