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Arte

Gli artisti ticinesi illuminano Villa Arconati: nella mostra «Luce» spicca la presenza svizzera

La collettiva curata da Diana Segantini mette in dialogo oltre venti artisti internazionali con gli spazi barocchi della villa: tra installazioni, specchi e materia, emerge con forza il contributo di gallerie e autori ticinesi, da Alex Dorici a Flavio Paolucci, in un percorso che intreccia ricerca contemporanea e relazioni tra Svizzera e Italia
Mattia Sacchi
02.05.2026 22:00

La luce entra a Villa Arconati senza bussare, non chiede neanche permesso. Che impertinente. Arriva dal parco, attraversa le finestre, scivola sugli specchi, si appoggia sulle superfici, cambia il rapporto tra le opere e l’architettura barocca. Ed è proprio da questa presenza mobile, naturale e insieme simbolica, che nasce Luce, la mostra collettiva curata da Diana Segantini e promossa dalla Fondazione Augusto Rancilio, aperta al pubblico fino al 5 luglio negli spazi della villa di Castellazzo di Bollate, alle porte di Milano.

Per Arco, piattaforma di promozione e ricerca sul contemporaneo, si tratta della seconda edizione a Villa Arconati. Dopo il successo dello scorso anno, il progetto torna con un’impostazione più concentrata, quasi più raccolta, distribuendo le opere tra le sale dell’ala espositiva al piano terra e alcune aree del giardino storico.

«In questa seconda edizione della piattaforma Arco ho dato il titolo Luce, che dice già tutto», spiega Segantini. «La luce è quella naturale del sole, del parco, della natura, ma anche l’illuminazione, l’architettura e il design della villa. Tutto entra in dialogo con più di venti artisti contemporanei di tutto il mondo, che hanno portato opere molto variegate: neon, tele a olio, fotografie, specchi, lavori di riflessione e di riflesso».

Il risultato è un percorso in cui il contemporaneo non viene semplicemente collocato dentro una cornice storica, ma la sollecita. Villa Arconati, con i suoi diecimila metri quadrati di palazzo e dodici ettari di parco monumentale, non fa da sfondo neutro: impone ritmo, proporzioni, memoria. La mostra lavora proprio su questo attrito fertile tra epoche, materiali e visioni, cercando un rapporto più intimo e deciso tra le opere e gli ambienti.

Tra gli artisti coinvolti figurano, tra gli altri, Gabriella Benedini, Pietro Coletta, Salvatore Cuschera, Marco D’Anna, Riccardo De Marchi, Mario Deluigi, Alex Dorici, Flavio Favelli, Emanuele Gregolin, Diango Hernández, Brigitte Kowanz, Julia Krahn, Luca Marignoni, Sasi Menale, Conor McCreedy, Madalena Negrone, Izumi Ōki, Flavio Paolucci, Ivan Seal, Melanie Sterba, Antoni Taulé, Varozza, Nives Widauer e Max Zuber. Una geografia ampia, nella quale emerge però con forza una presenza svizzera, e in particolare ticinese.

«Sì, c’è una presenza svizzera e ticinese molto forte», conferma Segantini. «Ci sono Flavio Paolucci e Alex Dorici, rappresentati da Kromya Art Gallery di Lugano, ma anche Marco D’Anna, che è quasi di casa qui a Villa Arconati, e altri artisti svizzeri come Melanie Sterba, Max Zuber e Nives Widauer, che lavora tra Vienna, la Svizzera e Milano».

A dare corpo a questa presenza è in particolare Kromya Art Gallery, fondata a Lugano nel 2018 da Tecla Riva, Giorgio Ferrarin e Adriano Sala e oggi attiva anche con uno spazio a Verona. Una galleria che in questa edizione porta tre artisti diversi per generazione e linguaggio: Flavio Paolucci, Alex Dorici e Luca Marignoni. «Come Kromya abbiamo portato tre nostri artisti: due svizzeri e un italiano con cui lavoriamo da qualche anno», racconta Riva. «La nostra missione, essendo una galleria svizzera basata a Lugano, quindi al centro dell’asse Nord-Sud, è avere uno sguardo sul nostro territorio, marcando l’appartenenza con due artisti svizzeri, ma anche mantenere uno sguardo importante sul bacino italiano».

Il filo comune, spiega Riva, è la materia. Paolucci, nato a Torre nel 1934 e da decenni figura centrale dell’arte ticinese, porta una ricerca fondata su natura, essenzialità e silenzio poetico. «Le sue sono opere e sculture in bronzo, pezzi unici. Qui presentiamo Il ramo nobile, un ramo diventato oro, quindi una presenza che rappresenta la luce, in dialogo con un lavoro su carta fatto di sovrapposizioni. La luce qui non è effetto spettacolare: è trasformazione, nobilitazione della materia, memoria naturale che assume una nuova densità».

Diverso il registro di Alex Dorici, luganese classe 1979, reduce dalla personale Fuori misura appena conclusa negli spazi di Kromya a Lugano. A Villa Arconati presenta per la prima volta una serie di nuovi lavori. «Ho portato opere su specchi recuperati dalla strada», racconta Dorici. «Sono specchi che si utilizzano per vedere nel transito e che vengono sostituiti perché ormai usurati. La pellicola che crea l’effetto specchiato si consuma, e quella parte consumata mi ha interessato molto».

Su quelle superfici segnate dal tempo e dall’uso, l’artista interviene con un gesto grafico e pittorico: sagoma lo specchio con lo scotch e poi spruzza oro sulla superficie. «Sono opere a metà tra grafica, pittura e quasi installazione, proprio per l’aspetto dello specchio», spiega. Nel suo lavoro, la luce non è solo riflesso: diventa materia instabile, immagine interrotta, residuo urbano trasformato in dispositivo percettivo. Non sorprende, per un artista che da anni lavora su materiali industriali, recuperati o quotidiani, portandoli in relazione diretta con lo spazio architettonico e con il corpo dello spettatore.

La forza della mostra sta anche in questa capacità di non ridurre il tema a una sola interpretazione. La luce può essere oro, specchio, neon, trasparenza, colore, ma anche assenza, ombra, attrito. Può abitare il vetro di Izumi Ōki, le superfici di Riccardo De Marchi, gli assemblaggi di Flavio Favelli, i grattage di Mario Deluigi, le pitture di Ivan Seal o Diango Hernández.

Il programma Art Talks On Light affiancherà il percorso espositivo con conversazioni, visite guidate al tramonto ed eventi serali nel parco storico, ampliando il discorso verso altri linguaggi, come la danza, la poesia e la musica.

Arco, in questa prospettiva, non usa Villa Arconati come semplice contenitore. La villa diventa parte del racconto: un luogo dove la storia non blocca il contemporaneo, ma lo costringe a misurarsi con spazi, memorie e proporzioni precise. E la presenza svizzera, soprattutto ticinese, aggiunge al progetto una dimensione ulteriore: quella di un dialogo culturale che attraversa il confine senza trasformarlo in barriera. «Villa Arconati è un luogo privilegiato, non solo la sede di una mostra collettiva ma anche una piattaforma aperta – spiega Segantini-. L’obiettivo è mettere in relazione attori diversi del mondo dell’arte, creare ponti tra Italia e Svizzera e nutrirsi a vicenda attraverso la cultura».

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