L'intervista

La Via Crucis dello svizzero Manuel Dürr ha incantato San Pietro

A Pietro Zander, responsabile dell’Ufficio Necropoli Vaticane e della conservazione e restauro dei beni artistici della Fabbrica di San Pietro, abbiamo chiesto di svelarci la complessità dell’opera dell’artista svizzero e del fil rouge che lo unisce alla basilica
© Fabbrica di San Pietro in Vaticano
04.04.2026 21:00

La nuova Via Crucis esposta nella basilica di San Pietro durante la quaresima è dello svizzero Manuel Dürr. L’opera è stata selezionata al termine di un concorso internazionale che ha visto la partecipazione di mille artisti provenienti da ottanta Paesi da ogni continente. Il bando, indetto nel 2023 dalla Fabbrica di San Pietro, s’inseriva nell’ambito delle iniziative per il quarto centenario della Dedicazione della Basilica Vaticana (1626-2026). Le quattordici stazioni dell’artista trentaseienne, cristiano riformato, che vive a Bienne, si declinano tra equilibrio compositivo e forza espressiva. Questi dipinti sono il risultato di uno studio attento e dialogano con i colori e le linee della basilica senza dimenticare i suoi capolavori, uno su tutti la Pietà di Michelangelo. Sono quasi incastonati nelle rarefatte cornici realizzate dalle maestranze della Fabbrica di San Pietro. L’opera di Manuel Dürr racconta con figure nitide e paesaggi dettagliati la passione di Cristo e comunica la forza di un messaggio universale. Nelle trame colte della pittura si cela il dialogo profondo dell’artista con il cardinale Mauro Gambetti, presidente della Fabbrica di San Pietro e arciprete della basilica, e una ristretta commissione tecnica. La Via Crucis è rimasta in San Pietro fino a lunedì scorso per ritornarvi nella quaresima del prossimo anno. A Pietro Zander, responsabile dell’Ufficio Necropoli Vaticane e della conservazione e restauro dei beni artistici della Fabbrica di San Pietro, abbiamo chiesto di svelarci la complessità dell’opera dell’artista svizzero e del fil rouge che lo unisce alla basilica.

Pietro Zander. © Fabbrica di San Pietro in Vaticano
Pietro Zander. © Fabbrica di San Pietro in Vaticano

Professor Pietro Zander, quale significato assume la Via Crucis di Manuel Dürr nella basilica di San Pietro?
«L’opera ha un significato importante in questo luogo e nasce da un’esigenza devozionale e spirituale. È bello che sia stata presentata nel quarto centenario della dedicazione della basilica vaticana in cui ricorrono anche 520 anni dalla posa della prima pietra. La Via Crucis di Manuel Dürr, come ogni opera in San Pietro, serve a rendere viva la fede e la devozione in un tempio così sacro e importante. È il quarto anno che in San Pietro si celebra la processione della Via Crucis nei venerdì di quaresima. Negli anni precedenti abbiamo utilizzato una bella Via Crucis di Gaetano Previati, prestata dai musei vaticani. Da quest’anno invece abbiamo una nuova Via Crucis che viene esposta in basilica soltanto per il tempo di quaresima escluso il Venerdì Santo in cui c’è la processione del Papa al Colosseo. È un’esposizione temporanea a carattere devozionale di una nuova opera che entra in San Pietro nel solco della tradizione, ma con un afflato innovativo».

C’è un’altra Via Crucis in San Pietro?
«C’è una sola Via Crucis che pochi notano all’esterno della basilica dove ci sono delle rappresentazioni in piccole formelle sui bracci rettilinei che costeggiano il sagrato e poi si aprono nel grande colonnato di piazza San Pietro. Per un periodo negli anni Ottanta c’è stata una Via Crucis in bronzo di Tommaso Gismondi nelle grotte vaticane che poi è stata portata nella chiesina di sant’Anna. La Via Crucis di Manuel Dürr in San Pietro rimane soltanto nel tempo della quaresima dove ogni venerdì nel pomeriggio si svolge una processione molto partecipata. Poi l’opera viene tolta e riposta con tutte le attenzioni nelle bellissime casse realizzate dalle maestranze della Fabbrica di San Pietro».

Come può essere definito lo stile della pittura di Manuel Dürr?
«Nella pittura di Manuel Dürr c’è grande attenzione alla tradizione con una fedeltà ai temi di ogni singola stazione della Via Crucis. Al contempo, c’è anche il desiderio di reinterpretarli. L’artista svizzero trentaseienne ha dialogato con la basilica, cosa non semplice perché questo luogo fa tremare le vene e i polsi di chiunque. Pensate a un giovane che si cimenta nel fare un’opera da esporre in San Pietro accanto ai capolavori di Michelangelo, Bernini, Pietro da Cortona e altri. I quadri dovevano essere di 130 cm di altezza per 130 centimetri di larghezza perché altrimenti si perdono nell’immensità della basilica e le composizioni dovevano essere apprezzate anche a una certa distanza. Poi le luci e i colori dei dipinti dovevano poter dialogare con quelle della basilica. Tutti i quadri della Via Crucis sono attraversati da fasci di luce che sono gli stessi che vediamo entrare dalle finestre di san Pietro. Le quattordici stazioni sono raggruppate per colori: i primi hanno tonalità del giallo e del rosso poi si passa al celeste e al verde, in seguito si ritorna al giallo sulla salita al Calvario, poi si ritorna al rosso e infine c’è la notte con la Crocefissione e il blu nelle ultime stazioni. Poi le linee e le geometrie dei quadri hanno dei richiami e delle dissonanze volute con l’architettura della basilica. La via Crucis di Manuel Dürr è un’opera capace di parlare a tutti: anche il non credente nel vedere questo percorso di passione non rimane indifferente. A volte mi soffermo in basilica a guardare le persone che sostano davanti a questi dipinti e nelle loro espressioni colgo delle emozioni. Forse questa è la cosa più bella».

Come si è ispirato Manuel Dürr alle opere dei maestri presenti nella basilica di San Pietro?
«Ci sono due opere che mi hanno colpito molto dove il primo richiamo lo ritrovo in San Pietro. Una è la Deposizione dalla Croce in cui si vede la Madonna ai piedi della croce e il Cristo, con il braccio sinistro che cade verso il basso e le gambe piegate, che è chiaramente una citazione della Pietà di Michelangelo. L’altra è la stazione della Veronica che sulla via del Calvario asciuga il sudore dal viso di Nostro Signore. Lì si vede che l’artista aveva negli occhi la statua di Francesco Mochi dove c’è un’ostensione del Volto Santo, del velo della Veronica, non frontalmente, ma lateralmente. Nella Via Crucis di Manuel Dürr c’è una citazione della pittura toscana, data la sua formazione a Firenze, delle esperienze di primo Novecento e della Via Crucis di Gaetano Previati esposta in precedenza in san Pietro dove c’è un leitmotiv di luce e colore. Le stazioni, per rispondere a un’esigenza manifestata dalla Fabbrica di San Pietro, dovevano poter essere ammirate anche a distanza perché durante la processione della Via Crucis vi sono molti partecipanti e non tutti possono vederle da vicino».

Perché la committenza è stata così esigente?
«È la basilica di san Pietro a essere esigente. La Via Crucis di Manuel Dürr è stata selezionata a seguito di un concorso con bando indetto nel 2023. Non ci aspettavamo una risposta così importante: sono arrivate più di mille candidature da tutto il mondo, da artisti di ogni continente che avevano dai 18 anni fino a 92 anni. Le donne hanno rappresentato il 48% dei partecipanti. Gli artisti fornivano un book con alcune opere da loro realizzate accompagnate da un curriculum. La scelta è stata complessa perché c’erano opere molto belle, ma troppo connotate geograficamente. La commissione ha selezionato un gruppo di quattordici artisti ai quali è stato richiesto un bozzetto pittorico di 50 cm per 50 cm della stazione della Crocifissione, più un altro a loro scelta. La commissione composta da vari esperti, tra cui religiosi, laici e storici dell’arte, si è indirizzata verso Manuel Dürr che nella stazione della Crocifissione ha presentato la veduta del Cristo in primo piano con le luci sullo sfondo e un cielo blu notte. Tutti i membri sono rimasti colpiti dalla forza di questo dipinto, al di là del soggetto rappresentato, e dalla potenza comunicativa che altri bozzetti non avevano».

C’è una quindicesima stazione o meno?
«Noi siamo nella tradizione e ci siamo attenuti alle quattordici stazioni. L’ultima forse è la più suggestiva. A guardarla bene sembra che noi siamo nel sepolcro e vediamo all’esterno Cristo che viene deposto all’interno. È molto bello il gioco della luce che si crea. Sembra quasi che ci siano dei set in ogni quadro studiati ad hoc per dare questi effetti con l’alternanza di chiari e di scuri molto importanti. I colori entrano in dialogo con la basilica. Nell’ascesa al Calvario, prima nell’architettura delle mura di Gerusalemme poi nelle pietre che sono lungo il cammino, la predominanza del giallo e dell’oro è qualcosa che troviamo sulle volte di San Pietro».

Come ha collaborato Manuel Dürr con gli artigiani della fabbrica di San Pietro?
«L’artista ha realizzato questi dipinti a olio su tela. Però le opere che entrano in San Pietro devono durare nel tempo e noi le conserveremo per almeno quattrocento anni. Allora abbiamo dato a Manuel Dürr la dima di un telaio in modo da realizzarlo con la stessa essenza del legno di migliore tenuta e con le chiavi per fare sì che sia estensibile in modo da ritensionare la tela nel tempo. Poi ci siamo confrontati con l’artista sulla cornice da noi realizzata e lui ci ha dato diversi suggerimenti proponendo quindici soluzioni diverse. Allora, nuovamente, la commissione si è riunita e sono state individuate tre cornici. Poi sono stati fatti i rispettivi modelli in scala 1:1 che sono stati presentati in basilica. Alla fine abbiamo scelto una cornice dalle linee molto essenziali, con 15 centimetri di fascia che circoscrive il perimetro al quadro, dipinta con un doratura opaca. Poi è stato lasciato un vuoto, di un centimetro d’aria intorno alla tela, che rende un listello nero. Tutto questo lavoro è stato svolto dai nostri falegnami della fabbrica di san Pietro con grande passione. La decoratrice che ha dipinto le cornici è stata un’allieva della Scuola delle Arti e dei Mestieri della Fabbrica di San Pietro».

Quale è la cosa più sorprendente della basilica di San Pietro?
«Anche nei musei ci sono opere d’arte straordinarie però sono chiuse in vetrina, mentre qui in basilica c’è qualcosa di più. L’opera in San Pietro è nello stesso luogo dove è stata creata e pensata, e ha un valore artistico, ma anche spirituale ed è lì per raccontare i contenuti della fede cristiana cattolica. La basilica è un luogo vivo nella devozione e durante il giubileo in alcuni giorni abbiamo sfiorato i 100.000 visitatori che venivano alla tomba di San Pietro. Poi ci sono i lavori necessari perché la basilica va custodita, noi l’abbiamo ereditata dal passato e dobbiamo consegnarla alle generazioni future possibilmente un pochino meglio di come l’abbiamo trovata».

Quali compiti svolge nel suo incarico a San Pietro?
«Sono il responsabile dei restauri e della manutenzione della necropoli vaticana, che ho seguito per trent’anni, ma anche dei beni artistici di tutta la Fabbrica di San Pietro. Qui i lavori non finiscono mai. Siamo in un luogo di culto e la prima cosa da tutelare è la sua sacralità. Qualsiasi cosa entri in San Pietro deve comunicare un messaggio in un certo modo e con una certa forza al visitatore».

Nomen omen. Che cosa si cela dietro il suo nome, Pietro Zander?
«Nel mio caso ho il nome di San Pietro, che era un pescatore, e il cognome di un pesce: Zander in tedesco significa lucioperca. Ho il privilegio, non di lavorare, ma di prestare un servizio in un luogo che affascina. Michelangelo, che ha lavorato a San Pietro per diciassette anni, in una lettera all’età di 87 anni scrisse “io per San Pietro ci metto il corpo e l’anima”. Siamo in un luogo dove si percepisce la storia che nasce dal martirio e dalla sepoltura di Pietro e la vita presente nella devozione. Qui continuano a venire da 2000 anni persone da ogni parte del mondo per arrivare alla tomba di San Pietro. C’è la vita dei fedeli, dei pellegrini, il susseguirsi delle celebrazioni. Poi ci circondano i grandi e ovunque tu guardi ci sono opere straordinarie. Qui tutto viene fatto con passione perché ci sono gli artisti, ma anche le maestranze della fabbrica di San Pietro che non hanno lasciato un nome nella storia, ma hanno reso grande questo luogo».

Quali artisti svizzeri prima di Manuel Dürr hanno lasciato il segno nella basilica di San Pietro?
«La basilica di San Pietro con la Svizzera ha un rapporto privilegiato. A Carlo Maderno, originario di Capolago, dobbiamo il portico con tutte le meravigliose decorazioni di stucco, che narrano le storie di San Pietro, realizzate da maestranze del Canton Ticino. Lo stesso Francesco Borromini, nativo di Bissone, ha lavorato nella basilica in cui ha lasciato il segno. La porta santa di San Pietro, che è stata protagonista del giubileo, venne donata da benefattori svizzeri della diocesi di Lugano e Basilea. Manuel Dürr non è stato selezionato in quanto artista svizzero poiché non sapevano quale fosse la nazionalità dell’autore dell’opera scelta. Nulla avviene per caso. C’è una provvidenza e c’è un disegno che non vediamo e che ci guida in qualche modo. È un fil rouge che percorre la storia. La Svizzera comunque è sempre stata molto presente a San Pietro e quest’ultima opera ce lo dimostra ancora».