L'intervista

«È una Locarno da record, spettatori oltre quota 150.000»

Raphaël Brunschwig, CEO del Festival, traccia il bilancio della 79. edizione – «La realtà dei fatti, intanto, è che le date per il prossimo anno sono confermate e sono quelle abituali, dal 4 al 14 agosto»
© CdT/Gabriele Putzu
Dario Campione
16.08.2026 22:25

Raphaël Brunschwig è il CEO del Film Festival di Locarno. Con lui tracciamo un bilancio finale della 79. edizione appena conclusa.

Più di 50 mila spettatori in piazza, oltre 91 mila nelle sale, 2.140 professionisti dell’industria cinematografica che hanno preso parte alla piattaforma Industry, con una crescita del 10% sul 2025. I numeri dicono che anche quest’anno è andata bene.
«Sì, senza dubbio. Con il dato di oggi supereremo sicuramente i 150 mila spettatori. È stata un’edizione di consolidamento e direi che ci siamo stabilizzati su livelli molto alti. Piazza Grande forte, ma con una capienza gestita in modo più prudente e condizionata dal caldo; le sale in crescita; Locarno Pro da record; grande partecipazione alle attività collaterali e una risonanza mediatica nazionale e internazionale molto elevata».

Le faccio la domanda che ho già posto al direttore artistico: davvero questi 234 film sono tutti necessari per Locarno? Personalmente ho seguito il concorso internazionale, non tutti i 17 film erano all’altezza della manifestazione. Qual è la sua idea?
«Credo che la forza del festival non dipenda da un singolo luogo, da una singola sezione o da un singolo indicatore, ma dall’insieme. Abbiamo persone che vengono a Locarno soltanto per i concorsi, la retrospettiva, Open Doors, o i cortometraggi. Poi, forse, la sera ci si incontra tutti in piazza: mi piace pensare che sia così, anche se so che è una visione un po’ idealizzata. Credo però che la forza del festival sia proprio il fatto che non è possibile ridurlo a qualcosa di specifico. Se si guarda la natura delle nostre sezioni, tutte hanno una propria anima: Panorama Suisse è la vetrina del cinema svizzero, che in un festival internazionale, per la Confederazione, è molto importante; con la Semaine de la critique riusciamo a dare spazio ai documentari, presenti anche nelle altre sezioni ma non con questo rilievo; Open Doors ha il suo pubblico; la retrospettiva, quest’anno, è stata un successo straordinario; con Locarno Kids abbiamo avvicinato un grande pubblico di bambini, e anche non pochi adulti che vanno a vedere questi film perché tendenzialmente finiscono meglio: lo dico un po’ come battuta, ma potrebbe essere vero. E la prova di tutto ciò è che abbiamo avuto sold out in sezioni molto diverse tra loro, proprio perché l’insieme funziona. Poi, si può discutere se il concorso debba avere 17 film o 14, ma queste sono questioni di dettaglio».

A proposito di sold out, come si genera un tutto esaurito al festival? Qual è il richiamo giusto? Il regista, l’attore o magari soltanto il passaparola?
«Questo è il bello del nostro festival. Abbiamo avuto sold out in una quindicina di occasioni, forse anche di più, e il sold out a Locarno è qualcosa di molto particolare: c’è stato per il film italiano in concorso, Ketticè, grazie anche alla presenza di Monica Bellucci; ma anche per Geister und Gäste, il film di Isa Hesse-Rabinovitch sull’albergo di Brissago, un documentario del 1989 in bianco e nero che parla del territorio. A Locarno c’è il passaparola: appena si capisce che qualcosa potrebbe essere speciale, tutti si muovono, e poi si riempiono anche le repliche. È il bello del festival, per cui non credo ci sia un problema di quantità, almeno se lo guardo dal mio punto di vista. È anche vero che il pubblico, a Locarno - diversamente rispetto a Berlino, ad esempio - non si può moltiplicare. Attorno non abbiamo un bacino enorme, a un certo punto, si arriva a un limite fisiologico. E tuttavia, i numeri, l’esperienza, l’occupazione delle sale mi sembra ci dicano che c’è un equilibrio, migliorabile ma non da ripensare radicalmente».

Parliamo di conti. Il festival, dal punto di vista gestionale, continua a essere in equilibrio o avete bisogno di nuove e maggiori risorse, anche in vista dell’80. edizione?
«Scontata la fisiologica fragilità del nostro modello di finanziamento, il festival è in una situazione di solidità. Noi abbiamo tre cespiti: i finanziamenti pubblici sono sotto pressione, ma abbiamo mantenuto il sostegno del Cantone e sono moderatamente fiducioso per la decisione dell’Ufficio federale della cultura, che sarà annunciata fra poche settimane; poi ci sono i nostri incassi dalla biglietteria, dal merchandising - che quest’anno abbiamo gestito direttamente - e dal food and beverage in Rotonda, più o meno il 23% del totale; infine, i finanziamenti privati, che nel 2025 si sono attestati al 39% del totale, superando il 38% dei finanziamenti pubblici, con uno sponsoring stabile pure se sempre più difficile da far crescere. Aggiungo l’ambito della filantropia e delle fondazioni, che è molto interessante, soprattutto con lo sviluppo della Locarno Factory, ma non solo. Oltre ai film, il festival garantisce valore pubblico, rafforza la comunità, la società. Siamo capaci di confrontarci con la complessità, di mettere in dialogo realtà che altrimenti non si parlerebbero, di dare in questo senso prospettive e contesto».

Insisto: ce la fate con le risorse attuali o avete bisogno di qualcosa in più?
«Il livello delle nostre ambizioni è sempre più alto delle nostre risorse, per cui l’attenzione alla ricerca di nuovi finanziamenti per iniziative particolari è costante. Abbiamo un piccolo fondo che siamo riusciti a mettere da parte lo scorso anno per l’80. edizione, alla quale ci stiamo già preparando».

Lavorate anche per salvare Open Doors?
«Sì, certamente. Com’è noto, la Direzione dello sviluppo e della cooperazione (DSC) finanzierà Open Doors ancora solo per due anni, ma stiamo lavorando con varie fondazioni per assicurare un futuro a questo progetto, molto importante per il DNA di Locarno e per il posizionamento internazionale del festival, ma anche per la capacità di aprire al nostro pubblico una parte altrimenti sottorappresentata della cinematografia mondiale».

A proposito dell’80. edizione, può dire qualcosa in più, fare qualche anticipazione?
«Lavoriamo su iniziative diverse, soprattutto a livello nazionale ma non solo; iniziative anche fuori dal festival, che saranno capaci di rafforzarne la visibilità e la reputazione. E poi c’è, ovviamente, il ritorno del Grand Hotel, che sarà comunque importante: anche se non ce ne siamo più resi conto, il festival è stato indebolito per quasi 20 anni dall’assenza di un albergo che è stato, storicamente, la casa del festival».

Chiudiamo con l’argomento più spinoso: la questione delle date. Avete detto e ripetuto che il vostro obiettivo è anticipare l’inizio del festival almeno di una o due settimane. Il Comune, però, ha rinnovato il contratto con Moon & Stars e la situazione sembra essersi un po’ irrigidita. Qual è la realtà dei fatti? E che cosa state facendo per trovare una soluzione?
«La realtà dei fatti, intanto, è che le date per il prossimo anno sono confermate e sono quelle abituali, dal 4 al 14 agosto. Abbiamo detto chiaramente che, soprattutto a livello internazionale, anticipare di una settimana ci rafforzerebbe. Concretamente, a settembre ci sederemo a un tavolo con Moon & Stars e con la Città per vedere che cosa sia possibile fare. Un anticipo sarà percorribile, verosimilmente, sulla base di eventuali compromessi con Moon & Stars e riuscendo a ridurre in modo significativo i tempi di montaggio e allestimento del festival. Vedremo se questo sarà fattibile, valuteremo con quali rischi, con quali conseguenze e con quali implicazioni - ad esempio, per le due serate di pre-festival, che sono intanto un segnale importante di vicinanza al territorio e, per noi, soprattutto due serate di test fondamentali in cui possiamo affinare la macchina. Cercheremo di trovare la soluzione più equilibrata, partendo dal presupposto che per il posizionamento internazionale - comunque determinante anche per il successo nazionale e regionale - anticipare l’inizio del festival sarebbe importante. Una cosa voglio tuttavia ribadire: dopo anni in cui abbiamo riorganizzato un po’ il festival, abbiamo ormai acquisito maturità organizzativa e capacità di affrontare la complessità di questa enorme macchina. Da qui ripartiamo. Ogni anno».

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