I registi di Naza: «Le uccisioni a Gaza fanno parte del sistema»

Presentato alla Mostra del cinema di Venezia, dove ha ottenuto straordinari consensi NAZA di Yuval Abraham e Rachel Szor indaga i sistemi israeliani di selezione degli obiettivi militari a Gaza. Il documentario, in visione al Film Festival Diritti Umani (FFDUL) sabato 17 e dal 29 in tutte le sale ticinesi, si svolge sui tetti di Tel Aviv e raccoglie le testimonianze anonime di 24 soldati e ufficiali dell’intelligence israeliana, ricostruendo pratiche sull’uso dell’intelligenza artificiale e sui criteri adottati per valutare le vittime civili.
Nel film sostenete che le uccisioni di civili a Gaza non siano errori isolati, ma il risultato di un sistema. Su quali testimonianze si basa questa conclusione?
«L’uccisione dei civili a Gaza, la strage di massa che abbiamo visto, non è qualcosa che avviene per errore. Non è nemmeno, come sostengono alcuni, un effetto collaterale della guerra contro Hamas. È qualcosa di intenzionale, che emerge dal modo in cui sono stati progettati i sistemi di selezione degli obiettivi e dai protocolli secondo cui operano i soldati sul terreno. Le testimonianze di ventiquattro ufficiali dell’intelligence e soldati israeliani coinvolti negli attacchi a Gaza che abbiamo raccolto mostrano un meccanismo sistemico: le uccisioni non sono un errore, ma fanno parte del sistema».
Come funziona concretamente questo sistema?
«L’intelligenza artificiale viene utilizzata anche per selezionare gli obiettivi. Uno dei sistemi impiegati, Lavender, ha classificato come sospetti circa settantamila telefoni a Gaza, sulla base della probabilità che appartenessero a persone legate a Hamas. L’aspetto più sorprendente è che chi lo aveva progettato sapeva che non era accurato e che avrebbe potuto classificare come sospetti anche i telefoni di persone comuni, scelte casualmente».
Secondo le vostre inchieste, quale ruolo ha avuto l’intelligenza artificiale nella selezione degli obiettivi a Gaza?
«Quando sono stati introdotti gli strumenti basati sull’intelligenza artificiale, l’esercito israeliano ha considerato i territori palestinesi un laboratorio in cui sperimentare nuove tecnologie. A Gaza ha fatto ampio ricorso a questi sistemi per selezionare gli obiettivi e decidere dove colpire. La cosa più grave è che le persone venivano bombardate nelle loro case, in luoghi civili. Un altro sistema permetteva di individuare il momento in cui il proprietario di un telefono tornava a casa, magari dopo aver chiamato la famiglia, i figli o la moglie. A quel punto veniva sganciata una bomba sull’edificio, spesso durante la notte, uccidendo tutte le persone presenti».
Voi sostenete che l’intenzionalità emerga anche dalla progettazione stessa di questi sistemi. Quali elementi vi hanno portato a questa conclusione?
«Spesso si pensa che l’intenzione di distruggere un gruppo di persone sia qualcosa che rimane nascosto nella mente dei leader politici o militari. Il nostro lavoro mostra invece come questa volontà possa riflettersi anche nella progettazione di un sistema, negli schemi che riproduce e nei rischi che è disposto ad accettare. Il sistema di selezione degli obiettivi è concepito per colpire persone nelle loro case, insieme ai familiari e a chiunque altro si trovi nell’edificio. Le persone uccise vengono poi definite NAZA, cioè danni collaterali. Una delle nostre fonti ci ha raccontato che i militari sapevano della presenza di bambini nell’edificio e che, nonostante questo, l’attacco è stato deliberato. Un’altra ci ha detto che l’obiettivo era quello di distruggere».
Questo apre anche il tema della responsabilità: quando una decisione passa attraverso un algoritmo, chi ne risponde alla fine?
«L’intelligenza artificiale ha reso più facile creare un database degli obiettivi e fornire dati con cui l’esercito israeliano potesse sostenere la legittimità delle proprie azioni. Ma ha anche reso più difficile individuare le responsabilità individuali: ogni persona diventa un anello di una catena decisionale più ampia che conduce all’uccisione. Il sistema viene approvato pur sapendo che alcuni degli obiettivi selezionati saranno sbagliati. Sanno che ci saranno errori e li accettano comunque. È qui che si pone la questione della responsabilità. Non siamo di fronte a una tragedia accidentale, a una conseguenza inevitabile o a un semplice effetto collaterale della guerra. Si tratta di una guerra condotta contro la popolazione civile di Gaza o, come la definiscono le organizzazioni per i diritti umani, di un genocidio».
Nel vostro documentario incontrate militari che si definiscono liberali e contrari all’estrema destra, ma che hanno partecipato alle operazioni raccontate nel film. Come spiegate questa contraddizione?
«Uno dei motivi per cui abbiamo scelto di girare a Tel Aviv è proprio perché buona parte dei militari intervistati appartiene all’élite israeliana e proviene da un ambiente liberale. Molti non sostengono il governo di estrema destra e si definiscono di sinistra. Eppure, come mostra il film, hanno partecipato al sistema che ha reso possibili queste uccisioni. Volevamo aprire una discussione nella società israeliana, anche con chi non condivide le posizioni più estreme ma ha contribuito in modo significativo a ciò che è accaduto a Gaza».
