Il buio di «Manhunt» interroga il presente e scuote il pubblico locarnese

Non potevano essere più diversi e distanti tra loro i due film che hanno aperto, ieri, il concorso del 79. Locarno Film Festival (LFF): Manhunt, del canadese Wayne Wapeemukwa; e Rehmat, dell’indiano Gurvinder Singh. Il primo è una discesa all’inferno. Un «true crime rovesciato», lo ha definito lo stesso regista, capace di sorprendere in positivo per la rudezza del racconto, il realismo del linguaggio e la visionarietà, soprattutto nella parte finale, della fotografia. Il secondo, invece, è un affresco corale punjabi tratto da racconti letterari, forse un po’ troppo lungo e bisognoso di qualche movimento di macchina in più. Opere diametralmente opposte. Eppure, entrambe destinate a interrogare la stessa materia: che cosa resta di una comunità quando le forze che la attraversano sono laceranti, perfino distruttive? E che cosa succede a chi, per fuggire da quella angosciante lacerazione, sceglie la violenza (nel caso di Manhunt) o la compassione (in Rehmat)?
Una logica domina, o dovrebbe dominare, una rassegna qual è Locarno - così come ha detto il direttore artistico Giona A. Nazzaro: la capacità dei singoli film di leggere il proprio tempo. Manhunt lo fa molto meglio di Rehmat, in verità, forse perché più facilmente comprensibile a un pubblico occidentale. Ma insieme le due opere gettano comunque uno sguardo autentico su mondi essi sì molto lontani: il Nord America canadese e il Punjab, Stato indiano al confine con il Pakistan e cuore della comunità dei sikh.
Opera seconda
Al suo secondo lungometraggio, e dopo aver raccolto un più che lusinghiero successo con Luk’Luk’I, miglior film canadese d’esordio al Toronto International Film Festival 2017 e DGC Discovery Award, Michif Wayne Wapeemukwa si è ispirato a un fatto reale: la caccia all’uomo condotta nel 2019, nel territorio settentrionale della British Columbia, dalla polizia canadese alla ricerca di due adolescenti dell’isola di Vancouver in fuga verso Nord dopo aver ucciso tre sconosciuti. Harris Lowe e Landon Tunold sono i giovanissimi interpreti di questa rapidissima discesa agli inferi, quasi una diserzione dall’adolescenza prima e dalla vita dopo.
La sinossi ufficiale, come detto, parla di un true crime riscritto come parabola sulla solitudine, sulla mascolinità e sul «desiderio coloniale di ricominciare da capo», fino al momento in cui la ricerca di senso deflagra in violenza. Ma in realtà è chiaro sin dall’inizio che il destino dei due ragazzi non potrà che essere il buio. L’oscurità. Intervistato dall’Hollywood Reporter, Wayne Wapeemukwa ha finanche collegato il film a una deriva globale dell’estrema destra. E c’è una scena, all’inizio del film, in cui Joey (Harris Lowe) urla «Heil» alzando il braccio destro mentre con i compagni di scuola è in posa per le foto ricordo del diploma liceale.
Non è questo, però, l’elemento che caratterizza il film. Piuttosto, l’incomunicabilità generazionale. E una certa, compulsiva dipendenza da videogiochi, le cui immagini sono corredo sapiente del montaggio, sia nella parte iniziale sia nella parte finale.
Su IndieWire, Josh Slater-Williams ha inserito Manhunt tra i cinque titoli imperdibili di Locarno 79 (solo due di questi sono in concorso). Sin qui, possiamo tranquillamente dirci d’accordo.
Una storia a mosaico
Rehmat è il quarto lungometraggio in lingua punjabi di Gurvinder Singh, autore che il circuito cinematografico internazionale conosce almeno dal 2011, quando Anhey Ghorhey Da Daan approdò a Orizzonti a Venezia, seguito nel 2015 da Chauthi Koot, presentato a Un Certain Regard a Cannes. Coprodotto dalla neonata Pavo Films di Cosmin Illes e Némésis Srour, concorre anche al Pardo for Change, il premio speciale riservato ai film che affrontano questioni sociali, etiche, culturali e ambientali.
La struttura dell’opera è a mosaico: tre storie intrecciate nel Punjab di oggi, adattate da quattro racconti di Ajeet Cour, 91 anni, storica voce femminista radicale della letteratura punjabi contemporanea. Una donna nasconde in casa uno sconosciuto ferito mentre la famiglia di lui è schiacciata dal lutto e da scelte impossibili; altrove, un vecchio arriva in un villaggio dichiarando addirittura di essere Dio.
Il titolo è già una dichiarazione di poetica. Rehmat significa, infatti, compassione: parola di radice araba passata al persiano, poi all’urdu e al punjabi. Intervistato da Variety, Singh l’ha descritta come qualcosa di più ampio, il flusso di idee e forme culturali che definisce l’identità della regione, plasmata nei secoli dai sufi erranti quanto dai conflitti e dagli esodi. E nella nota dello stesso regista, la posta in gioco è esplicita: «In una regione segnata dal conflitto politico e religioso, Rehmat ritrae la vita di un popolo in balìa di forze che cercano di dividerlo. Nonostante tutto, però, si continua a vivere con speranza e compassione».
Attorno al protagonista Naseeruddin Shah, che secondo il racconto del regista ha accettato il ruolo al telefono senza nemmeno leggere la sceneggiatura, si muove un cast che mescola nomi noti - Suvinder Vicky, Mita Vashisht, Navjot Randhawa - e volti nuovi - Diya Kamboj e Harwinder Aujla.
Messi uno accanto all’altro, i due film disegnano un dittico involontario sulla frontiera. Entrambi raccontano infatti territori periferici e carichi di storia - il Punjab delle divisioni religiose e politiche, il nord canadese immaginario coloniale del “nuovo inizio” - e in entrambi il paesaggio non è soltanto sfondo ma dispositivo morale. Entrambi partono da una materia esterna al cinema: Singh dalla letteratura, Wapeemukwa dalla cronaca nera e dal suo consumo mediatico. E in entrambi il tema è la comunità che si sgretola.
La divaricazione è nella risposta. Singh sceglie la compassione come atto politico; Wapeemukwa l’esatto rovescio: la morte violenta.
