L'intervista

«Il cinema deve dialogare con il proprio tempo»

Giona A. Nazzaro, direttore artistico del Locarno Film Festival, parla dell'edizione numero 79 in programma da oggi e fino al 15 agosto - «Una manifestazione mette insieme le persone, le toglie dal loro isolamento, crea discorsi collettivi»
Giona A. Nazzaro, direttore artistico del Locarno Film Festival. ©Chiara Zocchetti

Giona A. Nazzaro è il direttore artistico del Film Festival di Locarno dall’autunno del 2020. Quella che si apre oggi è la sesta edizione che porta la sua firma.

La prima domanda è inevitabile: che festival vedremo?
«Come ho già avuto modo di dire, sarà un festival estremamente ricco, pieno di nomi e di film degni della massima attenzione, in linea con le edizioni precedenti. La grande sfida, per come la vedo io da direttore artistico, è di riuscire a far vibrare il diapason di una continuità. Invece di cambiare identità ogni anno, di trasformarsi o andare per tentativi, credo che la continuità sia, oggi, il maggior valore cui un festival possa aspirare. Beninteso: una continuità qualitativa. Penso che troppo spesso, con le incertezze che attraversano tutta la filiera del cinema e dell’audiovisivo, si tenti in maniera forse un po’ affannata una corsa al “rinnovo”. Ma un festival si rinnova attraverso la capacità che ha di dialogare con il proprio tempo, attraverso la capacità di curare un programma che sia in grado di interagire con il pubblico e, soprattutto, di conquistarne nuovo».

Va detto che Locarno è storicamente un festival con un pubblico giovane e appassionato.
«Sì, è vero. Succede perché Locarno sa essere rilevante dal punto di vista cinematografico, continuando a fare ciò che ha sempre fatto bene. Quando da giornalista, o da cinefilo, frequentavo i festival, amavo molto quelli dentro i quali sapevi come navigare e che al loro interno presentavano sempre cose straordinarie: film, incontri, retrospettive. Credo che Locarno si trovi di fronte alla possibilità di consolidare il proprio modo di essere e, attraverso questo consolidamento, di guardare avanti con grande fiducia».

Le faccio una domanda provocatoria: i festival hanno ancora un senso? In un mondo in cui tutto è vorticoso, velocissimo, in cui il tempo si azzera, perché continuare a organizzare un festival che è un luogo in cui il tempo invece si dilata, in cui è impossibile osservare per pochi istanti e scrollare oltre?
«Il festival non soltanto ha senso, ma ha senso più che mai. E non lo dico perché mi trovo a dirigerlo. Direi la stessa cosa se fossi ancora un giornalista, da critico o semplice cinefilo. Lo affermo perché amo il cinema. I festival non sono tutti uguali, ovviamente. E ci sono vari modi di fare festival. A Locarno, le persone parlano di cinema con competenza, sono molto motivate, estremamente puntute. C’è la possibilità di avere un’interazione molto forte con gli artisti, i registi, con chi fa cinema».

Altri, però, potrebbero dire la stessa cosa della propria manifestazione.
«Forse sono un pochino protettivo nei confronti della nostra identità, ma la prima volta che misi piede a Locarno, nonostante frequentassi già Cannes e Venezia, ebbi distintamente l’impressione che questo fosse “il” festival del cinema. Ma per rispondere meglio alla domanda, oggi il senso di un festival è essere al presente indicativo. Ovvero, essere calato nell’agone del proprio tempo. Il festival esiste nel momento in cui esiste un’idea di curatela: che cosa si vuol fare con tutto ciò che accade? E come si vuole raccontare? La curatela non è un concetto passivo. È, piuttosto, un fortissimo concetto critico, politico, creativo. Un festival, inoltre, non è soltanto la somma dei suoi film. Ma come questi film sono attivati, presentati, narrati e organizzati in un discorso che possa significare qualcosa su come si racconta il proprio tempo. Per me, la forma del festival è la forma quintessenziale di qualsiasi discorso culturale. Perché mette insieme le persone, le toglie dal loro isolamento, crea un discorso collettivo e da lì si ricomincia. Il festival è sempre un numero zero, e la sfida è avere una continuità virtuosa di numeri zero».

Locarno è sempre stato pure il festival che parla e dà voce a chi non ha voce: Paesi agli angoli del mondo, minoranze, culture altre. Ed è un luogo in cui è possibile prendere posizioni forti. Come si mantiene questo spirito in un periodo in cui, anche nei festival, sembrano invece cercarsi più le star, i film mainstream?
«Credo che sia possibile essere la voce di chi non ha voce anche lavorando insieme su grandezze che, nella narrazione quotidiana, apparentemente non starebbero insieme: Sam Mendes che a Venezia premia con il Leone d’Oro Lav Diaz, per fare un esempio. Io credo che tutto possa tenersi. La separazione tra cose diverse è voluta dalle leggi di mercato. Il programma di Locarno 79 è stato pensato per riconquistare la libertà di esplorare: muoversi assumendosi il rischio della scoperta, dell’avventura, ritrovare il piacere nell’imprevisto, nelle cose che non si conoscono. Dopodiché, “il cinema è il cinema è il cinema”, per parafrasare Gertrude Stein. Tom Cruise e un film che viene dal Vietnam esistono nello stesso spazio-tempo. Il problema di fondo è un altro: il modo in cui oggi raccontiamo i fatti della cultura».

Prima di tutto, mi dichiaro colpevole: sono un direttore artistico ingordo. Quando ho iniziato a frequentare i festival non capivo le persone che si fermavano per andare a mangiare

È possibile individuare un filo rosso che lega la programmazione del Film Festival 2026, oppure questo filo rosso è semplicemente il bisogno, il desiderio o la spinta a esplorare il cinema, e quindi il mondo? E poi: perché in un festival che dura 10 giorni ci sono 250 film? È una necessità legata al bisogno di garantirsi la presenza di produttori o registi, o è un fatto legato all’essere stesso di un festival? Questo gigantismo è un bisogno o una scelta?
«Prima di tutto, mi dichiaro colpevole: sono un direttore artistico ingordo. Quando ho iniziato a frequentare i festival non capivo le persone che si fermavano per andare a mangiare. Ciò detto, non credo che il programma di Locarno sia fitto in maniera irragionevole. È ovvio che non tutti potranno vedere tutto, ma è sempre così. Però, Locarno è il festival dove, nel rispetto dei tempi di una persona, si possono vedere tranquillamente anche 5 film al giorno senza dover saltare il pranzo e senza dover correre da una parte all’altra della città. Questo è anche uno dei motivi per cui, da cinefilo, ho subito messo Locarno fra i miei appuntamenti immancabili a partire dagli anni ’90: venivo a Locarno e avevo esperienze più profonde, più intime, con i registi, con i film, con le persone che frequentavano il festival».

E il filo rosso?
«Credo che carrellando all’indietro sul programma che abbiamo messo insieme con il comitato di selezione - e non a caso dico carrellando, anche se siamo nel tempo dei droni - i fili rossi, o meglio i temi, siano tre. Il primo unisce le comunità e le società, che avvertono la minaccia di essere sotto tiro di qualcosa, a volte in maniera metaforica, a volte in maniera niente affatto metaforica, e si chiedono che cosa stia succedendo alle nostre democrazie. Il secondo si stringe attorno all’interno del nucleo familiare, la prima cellula del nostro pensarci società. E anche in questo caso, la domanda è chiara: che cosa resta, oggi, della famiglia? Il terzo elemento, che torna in molti film, è il corpo: il corpo come ultima barriera, ultima frontiera. Quando le nostre società sono messe in discussione, quando la famiglia si rivela il contrario di ciò che si pensava fosse, che cosa resta del corpo e della possibilità di determinare, attraverso il proprio corpo, il semplice fatto di esistere? In fondo, direi che c’è una grossa incertezza rispetto alla possibilità di poter continuare a dire “noi società”, “noi collettivo”. Una cosa, però, è importante sottolineare».

Quale?
«I temi ai quali ho accennato non sono il frutto di una scelta deliberata: il programma si è rivelato così alla fine, anche a chi l’ha messo insieme».

A proposito di fili rossi, ce n’è uno che collega le passate edizioni che lei ha diretto? E che percorso è stato quello che l’ha portata fino a oggi?
«La ringrazio per questa domanda. L’idea del festival che avevo quando sono arrivato e ho lavorato alla prima edizione è ovviamente cambiata, e ciò mi ricollega alla questione della continuità. Il festival è un organismo vivente. Poco alla volta, non dico che prendi familiarità, ma sai come respira questo essere vivente, sai come si muove questo organismo e cerchi di interagire con lui. Dopodiché, il festival non diventa facile perché lo conosci meglio: è sempre molto impegnativo. Quello che so è che ciascuno di noi vuole fare il massimo. Se intuissi che, da qualche parte del mio fare questo festival, ci fosse un minimo di pilota automatico, darei le dimissioni. In realtà, per costruire ogni edizione di Locarno non si può che vivere in una sorta di inquietudine; inquietudine rispetto al proprio fare, a cosa si sta tentando di dire, a cosa resterà del lavoro, e se il film che non hai preso era davvero quello che non andava preso. Io vivo molto apertamente quello che penso, e le mie riflessioni le faccio sempre in pubblico. Non credo sia utile ripararsi dietro uno schermo e non condividere le proprie idee».

C’è qualcosa che avrebbe voluto in questo Festival e che non è riuscito a ottenere? E che cosa, invece, ha raggiunto in maniera inattesa?
«Per una volta, devo mentire. Devo rispondere in maniera un po’ ipocrita: nulla c’è che non ho ottenuto e tutto quello che volevo sta qui».

  Con Castellinaria non c’è alcuna concorrenza: nel concorso Kids di Locarno ci sono prime internazionali, mondiali o europee. Il motivo per cui abbiamo voluto Locarno Kids è legato a uno dei nostri pilastri, cioè l’educazione all’immagine  

Ci sta, è una bugia che le perdoniamo. A proposito di cose inattese, quest’anno spicca la grande novità del concorso Kids, cioè il concorso del cinema per bambini e ragazzi. Com’è nato? Può spiegare questa scelta visto che in Ticino si organizza già un’importante rassegna del cinema per ragazzi a Bellinzona?
«Con Castellinaria non c’è alcuna concorrenza: nel concorso Kids di Locarno ci sono prime internazionali, mondiali o europee. Il motivo per cui abbiamo voluto Locarno Kids è legato a uno dei nostri pilastri, cioè l’educazione all’immagine. Una delle cose più interessanti in questi anni di crisi infinita del cinema - così come viene raccontata settimanalmente - è che il cinema per ragazzi, per bambini, è uno dei laboratori più interessanti di evoluzione del linguaggio, delle tecniche, delle forme dell’audiovisivo. Abbiamo pensato di formalizzarlo in un concorso che permettesse anche ai più piccoli di interfacciarsi con i film e di ragionare assieme ai loro coetanei: ci sarà, infatti, una giuria di ragazzi. Questo è lo spirito con il quale ci siamo mossi. Lungi da noi il pensiero di voler in qualche modo limitare o danneggiare altre realtà».

Anche quest’anno alcuni grandi classici saranno proiettati in piazza Grande, da Balla coi lupi a Taxi Driver. È evidente che, per Locarno, si tratta ormai di una scelta precisa.
«Lo schermo di piazza Grande è qualcosa di unico. Noi diamo per scontato di aver già visto certi film. Poi, quando accade di rivederli, si dice sempre: ma io non me lo ricordavo questo attacco, non me lo ricordavo questo movimento, questa battuta. I film si modificano assieme a noi, o meglio: siamo noi che cambiamo con loro. Shining visto in piazza Grande non è lo stesso Shining che abbiamo visto in televisione, a casa. Io ho sempre sostenuto che se proiettassi Erich von Stroheim su quello schermo, verrebbe fuori in tutta la sua grandezza. Chi guardasse L’esorcista in piazza, non dormirebbe più per anni. Certo, ci sono anche le critiche. Qualcuno ha detto: “Ma non vi siete resi conto che Balla coi lupi è così lungo che finirà all’alba?”. Vorrei rispondere così: era esattamente quello il punto. Vedere Balla coi lupi da mezzanotte fino all’alba e poi, quando finisce il film, stupirsi di uno spettacolo unico: il sole che inizia ad alzarsi mentre tu sei stato per quattro ore nella prateria con gli indiani e i cavalli. Era proprio questo il senso. Nel 1982, Carlo Lizzani portò I cancelli del cielo a Venezia e, con Enzo Ungari, fece girare la voce che il film sarebbe stato distrutto perché era stato un flop. Quindi, o lo vedevi all’una di notte al Lido o non lo avresti visto mai più. Risultato: sala strapiena. Io ho avuto la fortuna di vedere I cancelli del cielo a Locarno, a fianco di Michael Cimino, che dietro i Ray-Ban neri a goccia piangeva, con le lacrime che gli rigavano il volto. Prima di andarsene, mi chiese: “Ma il film non ha perso tanto, no? Tiene bene la strada, regge ancora”. E io, lì, ho pensato: “Gesù, sei Michael Cimino e chiedi a me se il tuo capolavoro, degno di Luchino Visconti, ancora tiene?”. Lo schermo di Locarno, la piazza Grande, sono molto più di uno schermo e di una sala, per quanto anomala. Incarnano la quintessenza di tutto quello che il cinema è».

L’ultima domanda, inevitabile quanto la prima. Pochi mesi fa, durante l’assemblea ordinaria per il bilancio, il vicepresidente Luigi Pedrazzini ha soltanto accennato alla questione dell’anticipo del festival a luglio. Nel frattempo, Locarno ha rinnovato il contratto con Moon & Stars. L’idea di iniziare qualche settimana prima c’è ancora? Ci state lavorando?
«Come ha detto la presidente Maja Hoffmann, la necessità di anticipare le date del festival è dovuta a un movimento interno all’industria del cinema. Dal 2019, dopo la pandemia di Covid, è come se fossero trascorse intere ere geologiche. Il tormentone di queste ultime settimane - gli americani che si ritirano dai festival - è legato anche a questi spostamenti di zolle tettoniche dell’industria dell’audiovisivo. Quindi, il problema esiste, rimane sul tavolo. Ed è ovvio che sarebbe interessante riuscire a fare qualcosa in questa direzione. La questione andrà riaffrontata, come ha suggerito anche il vicepresidente Pedrazzini. Per il momento, siamo qui e facciamo il massimo che si può fare, così come abbiamo sempre fatto».