Inquietudini della storia

Oggi sulle mappe di navigazione del Locarno Film Festival troviamo un gruppo di atolli filmici che affrontano un nodo irrisolto: il movimento della storia, ovvero la storia in tutte le sue declinazioni.
Nella retrospettiva abbiamo visto - e si potrà rivedere - il misteriosissimo film di Michael Curtiz, il regista di Casablanca (1942): Mission to Moscow (1943), un film oggi quasi invisibile, con uno Stalin che assomiglia quasi a un bonario nonno di famiglia. Era stato realizzato per sostenere lo sforzo bellico contro i nazifascisti, e l’idealismo delle persone impegnate in quello slancio è assolutamente evidente. Reca ovviamente i segni del tempo trascorso e l’ingenuità di uno slancio generosissimo, ma vale la pena di essere visto, anche per comprendere la virulenza della successiva controffensiva maccartista.
Con Revolutionaries Never Die di Mohanad Yaqubi, presentato in Concorso Cineasti del presente, entriamo fra le pieghe del lavoro di una regista purtroppo dimenticata, Jocelyne Saab. È un film assolutamente interessante per come illumina tutte le tensioni attuali del Medio Oriente attraverso le immagini di una regista coraggiosissima di ieri. Continuando questa perlustrazione arriviamo a Todos mis viajes son viajes de regreso, di Manuel Ponce de León: la storia di una coppia che, come in una sorta di Cuore di tenebra, si avventura lungo i fiumi della Colombia alla ricerca di sé stessa e di un ideale coloniale che non trova, finendo per smarrirsi fra le pieghe della storia. Ma la storia, a Locarno, si manifesta anche come un ritorno quasi allucinato. Penso a Guerrilha no Asfalto, il nuovo film di Edgar Pêra presentato in prima mondiale nella sezione Fuori Concorso, che a partire dai movimenti armati del post-Salazar inventa un futuro guardando oltre e servendosi dell’intelligenza artificiale. Quello di Pêra è probabilmente, al momento, insieme a quello di Radu Jude, l’unico utilizzo assolutamente critico dell’intelligenza artificiale. E poi c’è la storia incarnata in un unico corpo: quello di Ingrid Caven, che nel film Fuori Concorso di Albert Serra, Seize moments de ma vie, racconta tutto il XX secolo e la storia della Germania attraverso canzoni parlate o testi cantati tratti da Goethe e da altri autori.
Terminiamo questa carrellata fra gli atolli del festival in cui si ragiona sulle forme della storia, con un film assolutamente singolare, che non ha un riferimento diretto a un elemento storico ma si pone semplicemente il tema della fine della storia: September Afternoon di Nicolaas Schmidt, anch’esso in Concorso Cineasti del presente. È un film che inizia in maniera, lo dico tra virgolette, ingannevole, all’insegna della prosaicità più assoluta: una famiglia si prepara per andare al mare in una giornata di vento di settembre, mentre ogni tanto risuonano strani rumori. I preparativi sono raccontati con un’ossessività per il dettaglio quasi da Chantal Akerman, come se il film volesse invitare il pubblico a uscire dalla sala, per poi rivelarsi progressivamente in un finale che ci fa rivalutare quella che ci sembrava assoluta banalità quotidiana.
È in questo arco di film, in questo arco tematico e di riflessioni, che a mio giudizio il festival aiuta a continuare a pensare la storia attraverso le urgenze del nostro tempo, al presente indicativo.


