Jean-Luc Bideau, attore unico che tutti amiamo

È stato il volto del nuovo cinema svizzero, dei film del Groupe 5, in particolare di Claude Goretta e Alain Tanner. Ha poi lavorato con numerosi autori francesi, tra i quali Claude Chabrol e Bertrand Tavernier, e persino con un maestro americano come William Friedkin, che lo ha diretto nel 1977 in Il salario della paura (Sorcerer), remake del film italo-francese Vite vendute (1953) di Henri-Georges Clouzot (film entrambi tratti dal romanzo di Georges Arnaud Le salaire de la peur del 1950).
Questa è solo una piccola parte della carriera di Jean-Luc Bideau, classe 1940, leggenda vivente del mondo dello spettacolo francofono (è stato membro della prestigiosa istituzione parigina Comédie-Française dal 1988 al 1998) e amico di vecchia data del Locarno Film Festival: lo ricordiamo, ad esempio, 20 anni fa sullo schermo di Piazza Grande in Mon frère se marie di Jean-Stéphane Bron.
E la kermesse, che ricambia l’affetto da sempre, lo omaggia nel migliore dei modi: prima con un Pardo speciale, che gli è consegnato stasera in Piazza in apertura della serata che vede protagonista Olivia Wilde e il suo The Invite; e poi, domani, con la prima mondiale di Ah que le bonheur est proche!, commedia di François-Christophe Marzal. Un film che nasce da un’idea dello stesso Bideau, il quale interpreta infatti un proprio alter ego: cambia il cognome, ma si tratta pur sempre di un attore ginevrino di nome Jean-Luc, attivo a teatro nella città di Calvino, e il cui percorso artistico è caratterizzato da film nei quali, in passato, Bideau ha veramente recitato. D’altronde, anche il titolo è un rimando al passato, trattandosi di una delle battute più note pronunciate dall’attore in La salamandre (1971) di Alain Tanner, gioiello imprescindibile del cinema svizzero dei primi anni Settanta.
È il genere di riflessione autoironica a cui si può prestare un mostro sacro come Bideau, che qui promette di mettersi in gioco con quello spirito che può accompagnare una terza età sicuramente anagrafica, ma non professionale: il vero Jean-Luc non ha difficoltà nel memorizzare le battute, problema che invece affligge il suo doppio sullo schermo, al punto da richiedere l’ingaggio di un eventuale sostituto per quando si andrà in scena. Cosa che alimenta ulteriormente le paranoie dell’anziano teatrante.
È l’ennesima espressione, quella che andremo a scoprire nel weekend, della poliedricità di un attore che si muove agevolmente tra palcoscenico, grande e piccolo schermo, spaziando tra i generi e le forme di recitazione: solitamente molto legato al copione, deve comunque uno dei primi successi a Michel Soutter, che sul set di James ou pas (1970) gli chiedeva di improvvisare.
Tutte sfaccettature importanti di un percorso che lui ha scelto molto presto, avendo deciso già a 19 anni di voler diventare attore, obiettivo raggiunto con l’apposito diploma conseguito nel 1963, e dopo il quale prese il via una carriera che dura da oltre 6 decenni su scala mondiale. Una carriera la cui importanza è stata riconosciuta in più occasioni, in particolare nel 2017 quando gli è stato dedicato uno dei ritratti della serie Plans-Fixes, interviste filmate in bianco e nero e con inquadrature fisse, senza stacchi di montaggio, aventi per oggetto figure di riferimento della Svizzera francese.
E tra la cerimonia in Piazza e il film di Marzal, non sarà difficile ricordare al pubblico locarnese perché siamo così affezionati a Jean-Luc Bideau, presenza ideale per chiudere il primo weekend del Film Festival di Locarno. Lo siamo perché, proprio come la kermesse ticinese, così lui non dimostra affatto gli anni che ha, ed emana sempre un’energia molto, molto contagiosa. Quando appare sullo schermo, è proprio vero quello che dice il titolo del nuovo lungometraggio: la felicità è vicina.