L'alfabeto di Greenaway: dalla Z della figlia Zoë alla B di Brancusi e il mistero film girato in Ticino

A 84 anni Peter Greenaway continua a non sapere – o forse semplicemente non vuole decidere – se sia prima di tutto un regista o un pittore. Difficile, del resto, racchiuderlo in una definizione. In oltre mezzo secolo ha attraversato cinema, pittura, installazioni e scrittura costruendo un universo visivo difficilmente confondibile. Film come «I misteri del giardino di Compton House», «Il cuoco, il ladro, sua moglie e l’amante», «Giochi nell’acqua» e «I racconti del cuscino» lo hanno trasformato in un autore di culto del cinema britannico, ma chiamarlo semplicemente cineasta significa raccontarne soltanto una parte.
Lo si è capito a St. Moritz, dove Greenaway è stato ospite d’onore della quinta edizione del St. Moritz Art Film Festival, manifestazione nata attorno all’incontro tra arte e cinema. Un confine che lui attraversa da sempre. «Quando ho cominciato a occuparmi di immagini non avevo alcuna intenzione di diventare un cineasta. E sinceramente ancora oggi non voglio essere incasellato, faccio quello che mi ispira».
Per presentarlo, lo SMAFF ha scelto «The Greenaway Alphabet», documentario diretto dalla moglie Saskia Boddeke e costruito attorno al rapporto con la figlia più giovane, Zoë. Non una biografia tradizionale, ma un viaggio attraverso le lettere dell’alfabeto: parole, ricordi e ossessioni diventano porte attraverso cui entrare nella sua testa. Un sistema perfetto per un autore che ha sempre amato numeri e classificazioni. Anche se lui ridimensiona: «A volte penso che non abbia affatto a che fare con l’alfabeto. È una scusa per trovare un sistema con cui mettere insieme parti molto diverse».

Seguendo lo stesso gioco si può allora provare a raccontare il Greenaway arrivato a St. Moritz. Ma cominciando dalla fine.
Z come Zoë. Sul palco dello SMAFF, accanto al padre, c’era infatti anche lei, oggi artista. In casa Greenaway l’arte non era qualcosa da cercare: era l’ambiente nel quale si viveva. «Fino a 18 anni non sapevo nemmeno cosa fosse l’arte, perché era ovunque. Sapevo soltanto che era così che volevo vivere e respirare». Cinema, teatro e opera hanno accompagnato la sua infanzia; oggi realizza video installazioni.
Padre e figlia lavoreranno insieme anche a uno dei prossimi progetti del regista, destinato allo ZAMU, lo Zaanstad Amsterdam Museum che sta nascendo sullo storico Hembrugterrein di Zaandam, poco a nord di Amsterdam. Qui Greenaway avrà uno spazio permanente e tornerà su una delle opere più ambiziose della sua carriera: le 92 valigie di Tulse Luper.
«The Tulse Luper Suitcases», sviluppato nei primi anni Duemila tra cinema, libri e installazioni, ricostruiva la vita dell’immaginario Tulse Luper – sorta di alter ego di Greenaway – attraverso 92 valigie, ognuna contenente frammenti capaci di raccontarne l’esistenza e, insieme, il Novecento. Ora torneranno al centro di una nuova installazione. «Rappresenteranno tutto ciò da cui voglio essere rappresentato». E nemmeno il numero è casuale: 92 è il numero atomico dell’uranio, per lui «l’elemento che probabilmente rappresenta meglio il Novecento».
T come Tim Roth porta invece su un terreno più scivoloso: gli attori. Durante un incontro al Museo del Cinema di Torino, Roth aveva raccontato che Greenaway era stato uno dei registi dai quali aveva imparato di più. A St. Moritz gli abbiamo quindi rovesciato la domanda: da quale attore ha imparato qualcosa lui?
«Come posso dirlo senza mettere in imbarazzo voi e me? Gli attori non sono le mie persone preferite». La battuta fa ridere la sala, ma dietro c’è la sua idea di cinema. Quasi tutto può essere controllato e organizzato, mentre l’attore rimane «l’elemento mobile», quello che sfugge più facilmente alla composizione. Non sorprende, considerando lo sguardo pittorico con cui il cineasta gallese costruisce le immagini: anche gli interpreti diventano corpi, forme ed elementi da disporre sulla tela dell’inquadratura.
M come musica era quasi inevitabile in un’edizione dello SMAFF dedicata al tema «If Music». Per Greenaway significa soprattutto Michael Nyman, compositore con cui ha costruito uno dei sodalizi più riconoscibili del suo cinema. «Lui usciva da una scuola di musica come io uscivo da una scuola d’arte. Ci siamo trovati su una certa familiarità rispetto all’idea dei sistemi». La musica sistemica di Nyman e il cinema sistemico del regista hanno così creato «una simbiosi che ha funzionato molto felicemente». Oggi guarda soprattutto al Barocco e a Vivaldi, che ama per quel senso di positività e «piacere per ciò che la vita ha da offrire».
C come curiosità. Quella ricevuta dal padre, appassionato osservatore di uccelli, e trasformata dal figlio in interesse per gli insetti: «Se il soggetto di mio padre era l’ornitologia, il mio era certamente l’entomologia». Una curiosità passata poi a Zoë, con la quale colleziona insetti e condivide un linguaggio fatto quasi interamente di arte.
Zoë ricorda che da adolescente, quando soffriva per amore, il padre non era esattamente il tipo da abbracci e parole consolatorie: «Cominciava a citarmi tutti i dipinti di Caravaggio in cui qualcuno aveva il cuore spezzato. Un riferimento dopo l’altro». Oggi ci ride, ma l’aneddoto dice molto di Greenaway: per lui l’arte non è semplicemente qualcosa che rappresenta la vita, ma il linguaggio attraverso cui leggerla.
B come Brâncuși. E qui l’alfabeto riporta il cineasta anche dalle nostre parti. «Walking to Paris» è il film dedicato al viaggio a piedi compiuto dal giovane Constantin Brâncuși dalla Romania a Parigi, prima di diventare il grande scultore di fama internazionale. Una lavorazione tormentata, durata anni e passata anche dalla Svizzera, con la ticinese Carla Juri tra gli interpreti e parte della troupe proveniente dal nostro Cantone. Nel 2022 Greenaway aveva presentato personalmente ad Airolo una versione ancora non definitiva della pellicola.
A St. Moritz è tornato sul progetto. «Brâncuși sentiva di non poter continuare a lavorare nell’oscurità provinciale della Romania. Doveva andare a Parigi. Poverissimo e figlio di pastori, decise di raggiungerla a piedi. Impiegò circa 18 mesi. Non aveva fretta: voleva osservare la natura lungo il percorso», elementi che sarebbero poi entrati nelle sue sculture. Il viaggio del film verso il pubblico si è rivelato altrettanto complicato, ma il regista assicura: «Forse molto presto avremo l’opportunità di vederne una versione rivitalizzata».
Dalla Z siamo così arrivati quasi all’inizio dell’alfabeto. Alla A, che nel caso di Greenaway potrebbe stare semplicemente per «ancora». Ancora cinema, pittura, installazioni e progetti, anche se il tempo ha assunto inevitabilmente un peso diverso e trovare le condizioni per trasformare un’idea in un’opera è diventato più difficile. Di idee, però, ne restano parecchie. Alcune aspettano soltanto il momento giusto per prendere forma. «Ci sono molti progetti in corso. Alcuni sono già pronti per essere realizzati, non appena troveremo i finanziamenti e le persone giuste con cui farli. Ci sono ancora infiniti alfabeti da esplorare e ho voglia di raccontarveli».
