Le porte della realtà

Continuando a navigare fra le proposte del Locarno Film Festival, all’indomani del primo giro di boa ci troviamo a osservare film che si presentano come vere e proprie porte della realtà, per parafrasare il titolo del bel documentario di Fabio Lovino - Marco Bellocchio: la porta della realtà - che presentiamo fuori concorso.
Marco Bellocchio è una sorta di mago e stregone che, continuando a porre domande alla storia recente italiana, apre varchi quasi allucinatori sull’Italia e i suoi snodi più bui. Lovino permette di guardare dietro le quinte della fucina di un regista che, a 86 anni, sembra vivere una primavera inusitata, che tantissimi giovani registi gli invidiano.
Questo crinale fra realtà e lettura allucinata, o sottilmente distorta, è ciò che osserviamo oggi nella nostra navigazione dentro il programma del Festival. E lo facciamo, ad esempio, con un film come Objet a di Ann Oren - la regista che ci aveva stregato con Piaffe (2022), una danza di seduzione e rituali - la quale torna con una commedia chirurgica e sottilmente erotica sui riti di due medici specialisti che, pur avendo esiliato la sessualità dall’orizzonte della loro vita, continuano a evocarla attraverso i propri riti fatti di codici e desideri ripetuti come una scadenza. Quando incontrano una ragazza che, attraverso il suo essere inclassificabile rispetto ai loro desideri, ne scardina l’ordine, la natura riprende in maniera assolutamente sorprendente il sopravvento.
Continuando il viaggio nella natura che si insinua nelle crepe della nostra percezione, ci ritroviamo a Recife con il film À margem do rio, ossia il greto del fiume, dove nottetempo ragazzi in cerca di avventure si ritrovano in una natura rigogliosa, ma sono anche costretti a confrontarsi con gruppi armati di persone che danno loro la caccia. I due registi, Matheus Farias ed Enock Carvalho, osservano come il declinare della percezione del reale si scontri da un lato con le aperture fantastiche della natura e, dall’altro lato, con minacce estremamente concrete.
È lo stesso approccio inquietantemente allucinatorio che troviamo anche in Bakma di Abdelhamid Bouchnak, un thriller orrorifico ambientato a Tunisi, lungo le stradine che si aprono dietro il viale principale della città, percorso da un serial killer ossessionato dalla vendetta.
Quello che in superficie potrebbe sembrare l’ennesimo horror è, in realtà, un grido molto forte proveniente da una società che, dopo aver inaugurato la cosiddetta stagione delle «Primavere arabe», si accorge di essere ripiombata in una crisi politica e sociale drammaticissima.
Bakma è anche un film che permette di osservare come i cineasti del cosiddetto MENA - vale a dire, le nazioni del Nord Africa e del Medio Oriente - guardino alle convenzioni di genere per raccontare ciò che non funziona nelle loro società.
Porte della realtà, quindi. Sguardi che si muovono sul confine tra un’osservazione reale, molto precisa, e punti di fughe centrifughe inattesi.


