L'intervista

Locarno, la lunga notte di Balla coi lupi

Alberto Crespi, giornalista e storico del cinema, parla dell'epopea più famosa del cinema USA: «Nel grande mito del western l’America si è fatta storia» - Stasera in piazza Grande la proiezione del capolavoro di Kevin Costner
Nel 1991 Balla coi lupi ha vinto 7 premi Oscar (tra cui miglior film e miglior regista, Kevin Costner). ©Columbia TriStar
Dario Campione
07.08.2026 06:00

In occasione della proiezione in piazza Grande della versione restaurata di Balla coi lupi, il Corriere del Ticino ha intervistato Alberto Crespi, giornalista e storico del cinema western.

Lei ha scritto che il western è stato il più grande teatro del mondo. Può spiegare perché ai nostri lettori?
«Il western, secondo me, ha una doppia natura: è creazione mitologica e, insieme, il più grande esempio cinematografico di descrizione, riflessione ed elaborazione di un periodo storico. Il cinema americano, attraverso il western, ha raccontato la storia degli Stati Uniti. Concedendosi, certo, brevi fughe in Canada, con le giubbe rosse, e in Messico, con i fuorilegge. Parliamo quindi di un genere cinematografico utilizzato da un Paese per rappresentare sé stesso, per raccontarsi ed elaborare il proprio vissuto anche se di un periodo breve, dato che l’85% dei film western si svolge nella seconda metà dell’Ottocento. Non sono molti, nella storia del cinema, i generi o i filoni che hanno narrato un Paese in modo così consapevole. Mi vengono sempre in mente il neorealismo e la sua trasformazione nella commedia all’italiana, capaci di raccontare l’Italia in modo altrettanto profondo. Oppure il cinema sovietico sulla Rivoluzione d’Ottobre e sulla Seconda guerra mondiale».

Diceva della doppia natura del western, racconto storico e anche mitologico.
«Esattamente. Per decenni il western ha ricostruito un periodo storico in modo estremamente insincero. Ha mentito. Nel senso che ha inventato, proposto una visione non vera della storia americana. È stato creazione mitologica. Basti pensare a come è stato raccontato lo sterminio dei nativi americani».

Fino a Balla coi lupi.
«Sì, anche se il filone dei western filo-indiani, tanto per capirci, esiste sin dal cinema muto, sin dagli anni ’10 del Novecento. Non si tratta di molti film, ma ne ha fatto qualcuno anche David Griffith. È vero, è sempre stato un filone nettamente minoritario, ma c’è stato. Il film di Costner, se vogliamo, va oltre: è una mitologia di segno opposto, una mitologia rovesciata, in cui i nativi sono descritti come una società ideale. Era già successo con Piccolo grande uomo di Arthur Penn. Il punto è che i nativi americani erano uomini come gli altri, combattevano tra loro, avevano pregi e difetti, come tutti gli esseri umani che hanno percorso questa Terra. Io penso che ci sarà un vero risarcimento nei confronti di questo popolo, che è stato sterminato, nel momento in cui un regista nativo americano vorrà finalmente raccontare la storia della sua gente».

Tra l’altro, è curioso in tutto questo come il western, un cinema di grandissimo successo e popolarissimo, abbia ottenuto pochi riconoscimenti e soltanto tre Oscar: a Cimarron, di Wesley Ruggles, Balla coi Lupi e Gli spietati, di Clint Eastwood.
«È verissimo. L’Academy ha sempre snobbato il western. Basti pensare al fatto che il massimo regista del genere, John Ford, ha vinto quattro statuette ma nessuna per i film ambientati nella frontiera come Ombre rosse, Sentieri Selvaggi o L’uomo che uccise Liberty Valance. Va detto che Ombre rosse uscì nell’anno glorioso del cinema americano, il 1939, l’anno di Via col vento. E che comunque ottenne l’Oscar per il migliore attore non protagonista assegnato a Thomas Mitchell».

Se vogliamo, anche Via col vento potrebbe essere considerato un western.
«Fa parte del filone della guerra civile, che è altro rispetto al western classico».

Torniamo a Balla coi lupi: in che cosa è diverso dagli altri film di genere?
«Balla coi lupi fa un salto di qualità nel momento in cui fa parlare gli attori nativi americani nella loro lingua. In Piccolo grande uomo, i cheyenne parlavano in inglese, e rivedendo il film tutto appare effettivamente un po’ strano. Il mitico personaggio del nonno, Cotenna di bisonte, era un canadese nativo americano, si chiamava Chief Dan George, e fu anche candidato all’Oscar. Però recitava in inglese. Probabilmente, nel 1970 era inevitabile che fosse così. Tra l’altro, riguardandolo oggi, il film di Arthur Penn è pieno di momenti comici. Viene da dire che è una commedia più che un western. Si coglie appieno come sia stato girato alla fine degli anni ’60, è un film impregnato della cultura hippy: c’è il personaggio dell’omosessuale rispettato da tutti; c’è il guerriero che si lava con la polvere e si asciuga con l’acqua, Orso giovane, il “contrario”, interpretato da Cal Bellini; e tutti fumano continuamente la pipa. Sembra veramente cinema sulla controcultura».

Molto distante dal film di Kevin Costner.
«Totalmente, anche se pure Balla coi lupi ha i suoi piccoli compromessi. Per esempio: perché John Dunbar deve incontrare nella tribù Lakota una donna bianca e guarda caso innamorarsene per poi sposarla? Non sarebbe stato più forte se si fosse innamorato di una donna Sioux? Forse tutto questo è funzionale al finale in cui i due vanno via insieme e pare di capire che ritornano tra i bianchi, anche se nessuno sa quale sarà il loro destino».

Non crede che anche Costner non sia riuscito a sfuggire a una certa idealizzazione dei nativi?
«Sì, è vero. Nel film, a un certo punto, la voce fuori campo di Costner dice: “Queste persone vivevano con ciò che la natura poteva dare loro. Se dovessi pensare una parola per definirli, la parola sarebbe armonia”. C’è una raffigurazione di un mondo ideale rispetto a quello dei bianchi, in quel momento impegnato nella guerra civile, una delle più feroci, tremende e tragiche guerre dell’Ottocento».

John Dunbar, il protagonista del film, si mette alle spalle il mondo dei bianchi dopo il tragico suicidio del suo comandante e dopo aver tentato egli stesso di farsi ammazzare cavalcando verso le linee nemiche. È quasi una fuga dalla realtà.
«È proprio così. Anche se poi si scopre che i Lakota sono guerrieri determinati, spietati. Un popolo di nomadi cacciatori».

Nel suo libro lei afferma che lo scrittore capace di capire tutto del West prima degli altri era stato Franz Kafka. Può spiegare perché?
«Kafka non è mai andato negli Stati Uniti, ma nel romanzo America vede quel Paese come un grande spettacolo. Racconta l’America che non ha mai visto come un circo, il circo dell’Oklahoma. E il cinema western, in qualche modo, mette in scena la stessa cosa. Il proto-western, se vogliamo, è il circo di Buffalo Bill. Non dimentichiamo poi che Kafka scrisse anche un testo breve, Desiderio di diventare un indiano in cui la figura del nativo rappresenta la libertà assoluta, il movimento puro, senza ostacoli o pesi imposti dalla vita di tutti i giorni».

Parlando di western non possiamo non citare Sergio Leone, che ha reinventato questo genere cinematografico non soltanto da un punto di vista della tecnica delle riprese, ma anche nella sua epica.
«Sergio Leone fa un’operazione stranissima: crea da un lato una mitologia al quadrato, dall’altro un mondo più concreto, materiale. Partendo da un genere che è al tempo stesso realistico e mitologico, toglie tutto ciò che è realistico e forgia un mondo completamente astratto. I western di Leone, rivisti oggi, potrebbero sembrare persino videogame in cui Clint Eastwood ammazza quattro pistoleri prima che quelli riescano a tirar fuori la pistola. È tutto completamente inventato, astratto. Un gioco, appunto. Tant’è vero che Eastwood, nel primo film, Per un pugno di dollari, non ha nemmeno un nome. E però, come dicevo, Leone mette in scena anche un West estremamente concreto, più autentico. I suoi personaggi sono sporchi, lerci. Puzzano. Al contrario delle star di Hollywood, che sono sempre perfette e dopo un anno nel deserto sembrano indossare vestiti appena usciti dalla tintoria».

È vero che Leone, di fatto, rilanciò il genere western?
«Sicuramente. Leone ha dato al western una carica di sporcizia, di violenza e anche di forzatura stilistica che prima non c’era e da cui il western americano successivo è stato fortissimamente influenzato. È indiscutibile che all’epoca il genere stesse decadendo e quando nel 1966 uscirono, uno dopo l’altro, i film della trilogia del dollaro, negli Stati Uniti tantissimi registi furono sconvolti e capirono che forse il western aveva ancora molte cose da dire. Mi piace sempre sottolineare che Il Buono, il brutto e il cattivo fu scritto da Age e Scarpelli nello stesso anno in cui scrissero L’Armata Brancaleone, il 1966. Sono due film che si somigliano, perché i tre che vanno in giro per il West a cercare l’oro dei confederati sono un po’ come Brancaleone e i suoi disgraziati che vanno alla ricerca del feudo».

Le dico qualche titolo: Ombre rosse, L’uomo che uccise Liberty Valance, Sentieri selvaggi, Piccolo grande uomo, La ballata di Cable Hogue, Mezzogiorno di fuoco, Gli spietati. So che è una classifica impossibile, ma secondo lei qual è il film western più bello della storia?
«Probabilmente Sentieri selvaggi. Ma anche Un dollaro d’onore, che è un film un po’ diverso, un western da camera con grandissimi attori come John Wayne, Dean Martin, Angie Dickinson e Walter Brennan, e un regista al massimo della sua forza, Howard Hawks. Un dollaro d’onore è un film veramente perfetto. Di Hawks voglio ricordare anche Eldorado e Il fiume rosso, con i suoi grandi spazi. Accanto a John Ford e, appunto, Howard Hawks è degno di stare pure Anthony Mann. I suoi sono film meravigliosi: Cimarron, L’uomo di Laramie, Dove la terra scotta, Winchester ’73. Infine, Sam Peckinpah, naturalmente, Clint Eastwood e Kevin Costner».