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L’Ucraina che resiste anche grazie al cinema: «La guerra trasforma anche ciò che significa essere un uomo»

Isabelle Stever e Anna Melikova raccontano I Rarely Wake Up Dreaming, storia di una coppia ucraina in cui la transizione di genere di Oleh si scontra con l’invasione russa e con una società che, sotto le bombe, torna a imporre ruoli e appartenenze
Mattia Sacchi
08.08.2026 06:00

Una trasformazione scelta, l'altra imposta. Una riguarda il corpo e l'identità di una persona, l'altra un intero Paese. I Rarely Wake Up Dreaming, presentato in concorso al Locarno Film Festival, mette queste due traiettorie una accanto all'altra attraverso la storia di Olya e Oleh, giovane coppia ucraina il cui amore viene attraversato prima dalla transizione di genere di lui e poi dall'invasione russa dell'Ucraina. Due eventi profondamente diversi che il film di Isabelle Stever, scritto insieme all'autrice ucraina Anna Melikova, evita però di trasformare in una facile metafora.

«All'inizio volevo scrivere soltanto una storia privata sulla transizione e su come questa potesse influenzare una relazione», racconta Melikova. L'ispirazione arrivava da due suoi amici di lunga data. «Li conoscevo già da molti anni e per la prima volta mi trovavo vicino a persone che vivevano qualcosa del genere. Mi sembrava un conflitto molto interessante e particolare. Avevo pensato di scrivere di loro, ma non l'avevo ancora fatto. Poi è iniziata l'invasione e ho capito: adesso devo scrivere questo film». Le due trasformazioni si sono così incontrate senza bisogno di essere forzate: «Non siamo state noi, con la nostra immaginazione, a metterle insieme. È stata la realtà a farlo».

Trasformare quella realtà in cinema ha richiesto però di allontanarsene. «Ho avuto moltissime conversazioni con loro. A volte eravamo tutti e tre, altre volte parlavo separatamente con ciascuno, perché naturalmente avevano prospettive diverse. Ho registrato tutto e poi ho immaginato quelle conversazioni come del materiale con cui costruire una storia mia». Il film non vuole quindi ricostruire fedelmente due vite. «Ho romanzato la loro storia e l'ho arricchita con dettagli provenienti dalle esperienze di altri amici. Ma per me era fondamentale proteggere la loro privacy: chi li conosce, ma non sa che uno dei due è una persona trans, non dovrebbe poterli riconoscere».

È forse anche per questa origine che I Rarely Wake Up Dreaming, pur essendo un'opera di finzione, conserva qualcosa di quasi giornalistico. La macchina da presa osserva la quotidianità, registra tensioni familiari e dettagli della guerra senza indicare continuamente allo spettatore come interpretarli. Una sensazione che Stever accoglie quasi come un complimento. «Sono tedesca, non ucraina. Non potevo semplicemente mettere in scena questa realtà come se fosse mia. Ho cercato piuttosto di creare uno spazio nel quale i nostri partner ucraini, gli attori e la troupe potessero portare le loro prospettive e le loro esperienze reali, e poi ho cercato di tradurre quello spazio in un film».

Il risultato ha una componente documentaria, ma soltanto in apparenza spontanea. «Sono molto felice che si percepisca questo realismo, perché era esattamente ciò che volevamo. Ma non è un film nel quale semplicemente seguiamo qualcuno con una telecamera: alterniamo campi larghi e primi piani, le immagini sono costruite con grande precisione. L'aspetto documentario arriva dalla realtà degli attori e dall'atmosfera che abbiamo cercato di creare».

Quella realtà diventa particolarmente brutale quando Oleh e Olya tentano di lasciare l'Ucraina. Il nuovo passaporto riconosce finalmente Oleh come uomo, ma proprio per questo la legge marziale gli impedisce di attraversare il confine. «Volevi essere un uomo? Allora difendi il tuo Paese e tua moglie», gli viene detto. Non è un espediente narrativo. «È successo davvero ai miei amici, esattamente in quel modo», sottolinea Melikova. «Quando me lo raccontarono, all'inizio dell'invasione, pensai: mio Dio, com'è possibile ragionare ancora attraverso questi stereotipi di genere? Ma dopo anni di guerra ci siamo abituati. L'idea che un uomo debba combattere ci sembra ormai quasi normale. Ed è terribilmente triste».

Per Stever quella scena apre una questione ancora più radicale. «Che cos'è un uomo? Che cos'è il genere? Che senso ha separare le persone in due categorie? Se diciamo che qualcuno è un uomo, che cosa significa davvero?». La regista porta il ragionamento sul terreno della libertà individuale. «Tra due partner esiste sempre una distanza, perché sono prima di tutto due esseri umani. È la società a guardarci attraverso determinate categorie. E i ruoli di genere, in questo senso, sono una prigione: producono aspettative che riducono la nostra libertà. Sono una forma di repressione». Uomo o donna diventano così definizioni insufficienti: «Ci sono donne molto più interessate ad arruolarsi di alcuni uomini. Esistono aspetti femminili negli uomini e maschili nelle donne. Il genere è soltanto una piccola parte di un essere umano».

Ma I Rarely Wake Up Dreaming racconta anche cosa significhi continuare a produrre cultura mentre un Paese combatte per la propria sopravvivenza. E soprattutto quanto diventi difficile impedire alla guerra di occupare ogni storia possibile. «La nostra idea era fare un film nel quale la guerra fosse presente senza dominare ogni immagine», spiega Stever. «Volevamo mostrare anche uno spazio che potesse esistere accanto ad essa. Ma il pericolo, la paura di morire, finiscono per restringere quello spazio. Quando parlo oggi con i nostri amici ucraini sento che la guerra diventa sempre più presente, sempre di più, quasi cancellando ciò che potrebbe ancora esisterle accanto».

Persino allontanarsi temporaneamente dal Paese può generare un sentimento difficile da comprendere dall'esterno. «Quando gli ucraini hanno la possibilità di lasciare il Paese per cinque giorni o un mese, spesso sentono di dover tornare, di dover condividere ciò che stanno vivendo le persone rimaste lì», racconta Melikova. È successo anche durante la lavorazione del film. «Quando giravamo in Germania, i membri ucraini della troupe ricevevano notizie che quella notte Kyiv sarebbe stata nuovamente colpita duramente. Non dicevano: per fortuna siamo qui in Germania. Dicevano: merda, dobbiamo essere a Kyiv, dobbiamo essere tutti insieme. Può sembrare folle, ma è ciò che la guerra produce».

Il cinema, nonostante tutto, continua. Con mezzi ridotti e inevitabili difficoltà. «Ci sono molti professionisti ucraini che hanno lasciato il Paese, soprattutto dal 2022. E oggi non vengono prodotti molti film di finzione, anche per una questione economica: fare cinema costa e trovare finanziamenti in Ucraina non è semplice», spiega Melikova. «Ciò che è più economico e più facile da realizzare, come il documentario, sta invece vivendo un vero boom». Una vitalità che porta con sé anche un problema creativo: sottrarsi alla ripetizione. «Naturalmente arrivano moltissimi film che affrontano la guerra. Ma dopo tutti questi anni diventa difficile trovare ancora un'altra prospettiva. Non puoi raccontare continuamente la stessa cosa».

La forza del cinema ucraino sembra allora stare anche nella capacità di continuare a cercare quello spazio che la guerra restringe: raccontare un amore, una famiglia, un'identità, il desiderio di appartenere e contemporaneamente quello di essere liberi dalle categorie che gli altri impongono.

Ed è proprio sul rapporto tra individuo e comunità che il film trova una delle sue contraddizioni più profonde. Oleh rivendica il diritto di definire sé stesso, ma la famiglia, la società e infine il Paese gli ricordano continuamente che appartenere significa anche essere sottoposti alle aspettative degli altri.

«Ho studiato matematica e forse per questo la vedo così: nel momento in cui applichiamo una struttura, una categoria o persino l'idea di una comunità a un gruppo di persone, quella definizione sarà sempre sbagliata per il singolo individuo», conclude Stever. «È una questione molto complessa, perché allo stesso tempo abbiamo bisogno delle comunità. Non possiamo vivere completamente fuori da esse. La speranza è riuscire a trovare un equilibrio».