L’Ucraina, la guerra e le vite che cambiano

Che cosa riscrive, immediatamente, le coordinate di un’esistenza, qualunque essa sia? La guerra. Sicuramente. E anche l’amore. L’amore negato, soprattutto, più di quello vissuto nella sua pienezza. I Rarely Wake Up Dreaming di Isabelle Stever e Princesa Burro dei cileni Cristóbal León e Joaquín Cociña, presentati ieri in prima mondiale e in concorso a Locarno, fondano il proprio racconto su registri e scelte filmiche totalmente diversi ma che bene fanno comprendere il profilo di «libertà» rivendicato dalla direzione artistica del festival: da un lato, quindi, è riaffermata l’urgenza della testimonianza - in questo caso, della brutalità dell’aggressione russa all’Ucraina filtrata attraverso il corpo e il desiderio di una giovane coppia; dall’altro lato, la libertà formale di un cinema, quello latinoamericano, che continua a spostare (magari un po’ troppo oltre il dovuto) i confini del fantastico.
I Rarely Wake Up Dreaming racconta la storia di Olha e Oleh, coppia queer ucraina interpretata da Tania Myronyshena e Markus Bright. Un amore complicato, difficile (anche se non avversato), messo duramente alla prova nel momento in cui la transizione di genere di uno dei due partner si scontra con le rigidissime regole seguite all’invasione russa del febbraio 2022: Oleh, che non ha completato il percorso transgender, è considerato legalmente maschio e bloccato alla frontiera. Non può espatriare senza avere il nulla osta militare.
Nell’animo del giovane si insinua il dubbio. Tutto attorno il Paese si mobilita, amici e conoscenti vestono la divisa per combattere i russi. Al fronte si muore. In Tv scorrono le tragiche immagini dei massacri di Bucha e dell’assedio di Mariupol. Alla fine, Oleh otterrà l’esenzione dalla leva di guerra, ma il suo futuro sarà condizionato da un ineluttabile sentimento di appartenenza comunitaria. «Raramente mi sveglio sognando», recita il titolo del film. Che, in fondo, potrebbe anche essere il senso complessivo della storia. C’è ancora la possibilità di sognare nell’Ucraina invasa dai russi? Quanto sta accadendo nel cuore dell’Europa che aveva rinunciato volontariamente alla guerra è soltanto un incubo? Dopo la prima fuga verso Ovest, la madre di Olha dice: “Torneremo presto”. La figlia, apparentemente rassegnata, le risponde: “Non è vero, non torneremo mai più”. Il futuro è altrove. Lontano.
Dietro il progetto del film c’è un sodalizio artistico e sentimentale: Stever, regista tedesca, firma con la moglie, la sceneggiatrice e scrittrice ucraina Anna Melikova, il secondo lungometraggio realizzato insieme dopo Grand Jeté (2022). Lo script nasce da materiale reale: Melikova ha infatti romanzato la vicenda di una coppia di amici, anche se, dice, «tutto in questo copione viene dalla realtà».
Rimodellare i generi
Su un versante stilisticamente (ma non narrativamente) molto diverso si colloca Princesa Burro, il terzo lungometraggio del duo cileno Cristóbal León e Joaquín Cociña, noti per La casa lobo (2018) e Los hiperbóreos (2024) e, in passato, collaboratori anche di Ari Aaster. Difficile definire il lavoro di León e Cociña. Siamo sicuramente sul terreno fiabesco, con tinteggiature horror che non sfuggono, purtroppo, al precipizio del grottesco.
L’intenzione è buona: mescolare il girato tradizionale con lo stop motion, l’animazione a passo uno in cui oggetti reali o pupazzi sono fotografati fotogramma per fotogramma creando l’illusione del movimento fluido. Ma non sempre il risultato è all’altezza.
Il cuore del film è il viaggio nel tempo della protagonista, la principessa Diana (Antonia Giesen), la quale «attraversa mondi paralleli in cui ogni universo trasforma il genere del film», spiegano i due registi nella nota d’autore, definendo l’opera «il nostro modo di reimmaginare la storia del cinema fantastico».
Diana fugge dal castello paterno grazie a un bracciale magico, regalatole dall’uomo di cui si è innamorata, Lalo (Andrew Bargsted), e contro la volontà del re-padre (interpretato da un ottimo Francisco Melo). Questi, dopo la morte prematura della moglie, ha infatti messo fuorilegge l’amore in tutto il regno.
Nei suoi viaggi attraverso il tempo, Diana si ritrova a vivere situazioni impreviste e sconosciute. E qui, forse, il desiderio di surrealtà dei due registi eccede, va oltre. La disinfestazione degli edifici invasi da orridi pipistrelli è davvero troppo. Così come troppo è la parte che precede il finale, con il re-padre che emerge in un lago di sangue dal corpo di Lalo, nel quale si era incarnato.
«È il più normale dei nostri film, perché stavolta ci siamo divertiti a provare a seguire le regole del genere fantasy», hanno dichiarato i due registi, mentre il solo Cociña ha spiegato che si tratta «di gran lunga del nostro film più lineare, narrativo, normale, come lo si voglia chiamare».
Forse è così. Ma si stenta a crederlo. Il discorso dei due cineasti cileni, infatti, esonda in forme che è difficile definire semplicemente fantastiche o fiabesche. I generi, anche il fantasy, possono essere sempre rimodellati e non è detto che debbano sottostare a regole ferree. Ma Princesa burro si salva unicamente nella colonna sonora originale di Jean-Benoît Dunckel e nel finale. Il solo momento in cui il film riacquista forza narrativa.
