L'incontro

«Non volevo fare cinema, dovevo»: Asia Argento, il premio e le inquietudini

A Locarno l’attrice, regista e musicista ha ricevuto il Life Achievement Award — Durante l'incontro allo Spazio Cinema ha ripercorso una carriera vissuta come «un’ossessione», tra ferite, libertà e rinascite
© KEYSTONE (Jean-Christophe Bott/Keystone via AP)
Jenny Covelli
14.08.2026 21:17

Asia Argento si è commossa quando, giovedì sera sul palco di Piazza Grande, ha ricevuto il Life Achievement Award del Locarno Film Festival. Non è difficile capire perché. Il premio arriva dopo una lunga stagione in cui, ha raccontato oggi durante la Conversation allo Spazio Cinema, si è sentita «veramente zero, un fallimento». Una stagione in cui non arrivava nulla di interessante, in cui aveva pensato che la sua carriera fosse finita: «Mi sono detta "sono una has been". Che cosa so fare? Niente, solo il cinema».

Poi sono arrivati nuovi film, nuovi incontri, nuove possibilità. E il riconoscimento di Locarno, che Asia Argento ha accolto con un’emozione difficile da nascondere. Non come una semplice celebrazione del passato, ma come un segnale nel presente: il cinema, per lei, non è una carriera da amministrare. È qualcosa da attraversare, anche quando fa male.

«Non è sempre facile e non è una cosa piacevole fare cinema», ha detto. «È una guerra per riuscire a portare i film al mondo, per combattere contro le voci negative sul proprio lavoro». Il premio sembra così arrivare al termine di una battaglia, ma anche all’inizio di una nuova fase. «Sono molto grata», ha aggiunto parlando delle cose belle arrivate dopo quello che lei stessa ha definito «limbo».

Il set venezuelano e il disagio come metodo

Tra i progetti più recenti c’è il film girato in Venezuela, La muerte no tiene dueño (Death Has No Master) di Jorge Thielen Armand, presentato a Locarno (lei è anche nel cast di Armony di Dario Albertini,ndr.). Argento ha raccontato di essere arrivata nel Paese un mese prima dell’inizio delle riprese. Il contesto era tutt’altro che tranquillo: un Paese «provato, molto affaticato», mentre durante la permanenza della troupe «arrivavano le navi di Donald Trump».

All’inizio pensava di stare lavorando a un film geopolitico. Poi ha capito che il progetto era altro: «Un horror psicologico neocolonialista». Per entrare nella condizione del suo personaggio ha scelto di non proteggersi. «Ho sentito un enorme disagio in questo film, perché era quello che sentiva il mio personaggio, e l’ho portato un po’ all’estremo». Si è isolata, ha smesso di parlare con gli altri, ha cercato di tirare fuori «il peggio» di sé, «quello che serviva al ruolo».

Una scelta radicale, resa ancora più complessa dal fatto che il film è in spagnolo, lingua che Argento non parla. Ma il lavoro sull’inquietudine, ha spiegato, non è per lei un esercizio astratto: è un modo per arrivare a quelle zone interiori che permettono a un personaggio di prendere corpo.

«Non basta un amore: è un’ossessione»

Il cinema era entrato nella sua vita prima ancora che potesse sceglierlo. Asia Argento è cresciuta dentro una famiglia legata al cinema: il padre Dario, naturalmente, ma anche lo zio Claudio, produttore e sceneggiatore, un nonno e un bisnonno distributori in Brasile, una nonna fotografa. Oggi anche il figlio studia cinema all’università. «È proprio nel sangue», ha detto.

Ma l’eredità più forte non è soltanto professionale. È un’ossessione. «Non basta un amore, è proprio un’ossessione e devi saperci vivere». A 9 anni, sul set di Sergio Citti (nell'episodio Il ritorno di Guerriero della miniserie televisiva in sei parti Sogni e bisogni, 1984), Argento ha pronunciato la sua prima battuta. E al pubblico di Locarno regala un'immagine, o meglio un suono, che le è entrato dentro: il silenzio del set quando parte il ciak e viene detto azione: «È un silenzio assordante e diventi drogata di questa cosa».

Asia Argento non voleva fare l’attrice. O forse sì, ma in un modo che ancora non conosceva. «Non volevo, dovevo». A 11 anni, sul set di Cristina Comencini (Zoo, 1988), sentiva già la responsabilità del lavoro e soffriva d’insonnia. A 16 anni è tornata sul set (Le amiche del cuore, di Michele Placido, 1992). Da allora ha cercato nel cinema anche l’amore del pubblico, quello che poteva riempire i vuoti. «Avevo bisogno di essere vista». È una frase che attraversa tutta la sua storia: la bambina che scopre la potenza del set, l’attrice esposta allo sguardo, la regista che decide di riprendersi il controllo della propria immagine. Ed è anche la frase di una persona che ha conosciuto il lato più duro dell’essere guardata.

«Scarlet Diva» e il bisogno di ribaltare lo sguardo

Parlando di Scarlet Diva (2000), il suo esordio alla regia, Argento ha raccontato di un periodo di depressione e isolamento. «Non riuscivo a uscire di casa. Mi sono messa a scrivere». Non capiva completamente ciò che stava vivendo, ma sentiva che qualcosa non era giusto: umiliazioni fisiche e sessuali, esperienze che aveva attraversato come donna, giovane e attrice. Quel malessere è diventato un film. Un film nato anche dalla necessità di reagire alla sessualizzazione che si era costruita intorno alla sua persona. «Volevo comandare io la narrazione. Volevo ribaltarla». Voleva che chi guardava il suo corpo con desiderio fosse costretto a confrontarsi con il disgusto.

La regia, in questo senso, non è stata soltanto un passaggio professionale. È diventata una forma di autodifesa e di riappropriazione. Argento ha raccontato di aver vissuto «un mondo del cinema malato», sbagliato in molti modi, ma di esserne uscita «quasi indenne».

Giovedì, Dario Argento ha chiamato sua figlia per congratularsi del premio del Locarno Film Festival. «Mi ha detto "quando ti impegni sei brava". Ha ragione», ammette l'attrice. Il rimpianto che le resta è di non essersi impegnata abbastanza in alcuni film, anche in quelli del padre. Una frase che restituisce il modo in cui Argento guarda oggi alla sua carriera: non come un percorso già scritto, ma come una serie di occasioni attraversate con più o meno consapevolezza, spesso «prima di essere davvero pronta».

Dai maestri alle rinascite

Nel corso della Conversation sono tornati i nomi dei registi con cui ha lavorato: Nanni Moretti, Abel Ferrara, Sofia Coppola, Gus Van Sant, Carlo Verdone. Moretti, ha detto, non l’ha incoraggiata, ma è stato «un grande maestro», soprattutto da osservare. Di Ferrara ha ricordato la libertà e la generosità. «Mi ha dato tantissimo. È stato un incontro bellissimo», ha detto, commuovendosi.

Con Ferrara il primo incontro è arrivato nel 1998, con New Rose Hotel. In seguito hanno lavorato insieme anche in Go Go Tales (2007). «Lui mi ha accompagnata prima verso le tenebre, poi verso la luce. Per questo lo chiamo maestro, non soltanto di cinema, ma di vita».

Ha parlato con affetto anche di Gus Van Sant, incontrato «quasi per caso» e considerato un mito. Sul set di Last Days (2005) ha imparato che l’improvvisazione può diventare una delle forme più alte della preparazione. Appartiene a quel set uno dei ricordi più felici della sua vita cinematografica, racconta: i binari per realizzare una carrellata non erano sufficienti e il team si è messo a spostare manualmente tutto. È qui che emerge una delle sue convinzioni più nette: «Il cinema deve conservare un margine di rischio, di errore, di artigianalità».

«Non sono due cose separate»

Anche la musica, per Argento, è cinema. Ha raccontato la velleità di fare dischi e il rapporto con una passione che non considera separata dalla regia o dalla recitazione. «Quando sento la musica è come fare film. Non sono due mondi distinti, ma un’estensione naturale dello stesso impulso creativo».

Dopo anni segnati dall’esposizione, dai traumi e dalla sensazione di essere rimasta fuori dal cinema, oggi Asia Argento sembra guardare alla propria storia da una posizione diversa. Non pacificata, non addomesticata, ma capace di riconoscere ciò che l’ha tenuta in vita. Il Life Achievement Award del Locarno Film Festival non chiude quella storia. La illumina da un’altra angolazione. Quella di un’attrice e una regista che «ha trasformato il disagio in materia creativa». E di una bambina che, sentendo il silenzio assordante del set dopo il ciak, ha capito che non avrebbe solo fatto cinema. Lo avrebbe dovuto fare per sempre.

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