«Restare immobili non significa sempre difendere la tradizione»

Quando incontriamo Maja Hoffmann in un hotel locarnese, a poche ore dalla cerimonia inaugurale della 79. edizione, le consegniamo un piccolo leopardo di cioccolato realizzato da una nota pasticceria della Città Vecchia. «Allora, è il primo Pardo dell’anno», commenta con un sorriso. Ma il tempo per le leggerezze è breve. Il Locarno Film Festival si apre con un programma ricco, una presenza internazionale importante e un’identità che la presidente intende rafforzare. Nelle sue parole emergono una visione precisa, la volontà di incidere e un’idea di Festival capace di tenere insieme scoperta, qualità, apertura al pubblico e una maggiore forza internazionale. Con l’80. anniversario ormai all’orizzonte, anche la collocazione nel calendario diventa parte di una riflessione più ampia sul futuro.
Maja Hoffmann, con quale spirito si apre questa 79. edizione?
«Con la sensazione di una crescita progressiva. Ho seguito durante tutto l’anno il lavoro del direttore artistico Giona Nazzaro e della sua squadra, ho visto alcuni momenti del programma e discusso con loro alcune scelte strategiche. Quello che emerge è una direzione molto chiara: la qualità dei film e delle persone che li realizzano. È importante che il Festival sappia affermare questa identità con sempre maggiore convinzione».
Qualità è allora la parola centrale di Locarno?
«La qualità del cinema è quella delle persone. Mi interessano autori e produttori che non ragionano soltanto in termini di ritorno immediato, ma che hanno il desiderio di costruire qualcosa insieme. Oggi vediamo nascere più collaborazioni rispetto a un’epoca in cui tutto era ricondotto alla personalità di un singolo. Il cinema sta cambiando anche in questo senso, Locarno dev’essere il luogo in cui questo cambiamento diventa visibile».
Che ruolo può avere il Festival in questa trasformazione?
«Locarno è il luogo della scoperta. Chi viene qui vuole capire di che cosa si parlerà domani, quali film e quali cineasti emergeranno. Alcune opere proseguiranno poi il loro percorso a Venezia, a Cannes o altrove, ma Locarno rimane il momento in cui si viene a vedere che cosa sta realmente accadendo nel cinema. Questa funzione va protetta, ma anche resa più forte».
Questa edizione numero 79 porta in Ticino star come Isabelle Huppert, Olivia Wilde, Monica Bellucci e Isabella Rossellini. Quanto è importante rafforzare lo «starpower» e il glamour del Festival senza rinunciare alla sua identità?
«Il programma ha forza, idee e personalità. Giona Nazzaro è molto ben connesso, e intorno al Festival esiste un interesse autentico. Il nostro compito è usare queste relazioni per consolidare Locarno, ampliare la sua capacità di attrazione e creare continuità. I grandi nomi sono importanti, ma devono inserirsi in un progetto e dialogare con il resto del programma. Non credo che Locarno debba scegliere tra cinema d’autore e glamour: il pubblico vuole entrambe le cose, ed è giusto così. Desidero un Pardo capace di difendere la qualità del cinema e, nello stesso tempo, di invitare persone orgogliose del proprio lavoro, felici di presentarlo e di incontrare il pubblico. Non dobbiamo essere obbligati a considerarci soltanto intellettuali. Il cinema è anche emozione, condivisione e presenza. Le due dimensioni di cui parlavo prima possono e devono rafforzarsi a vicenda».
Negli ultimi tempi si è parlato molto della possibilità di anticipare il Festival già in occasione dell’80. anniversario del 2027. Nel frattempo, però, la Città ha rinnovato la concessione di Piazza Grande al festival musicale Moon&Stars, rendendo il quadro più complesso. Quanto pesa oggi la questione delle date nella strategia di crescita del Locarno Film Festival?
«Il calendario è un elemento strategico dato che influenza la disponibilità degli artisti, il rapporto con l’industria, il pubblico e il posizionamento rispetto agli altri festival. Non basta scegliere buoni film: bisogna creare le condizioni migliori affinché possano arrivare anche gli autori e le grandi personalità del cinema, e affinché Locarno possa esprimere tutto il proprio potenziale. È una riflessione che riguarda il Festival, ma coinvolge necessariamente anche il territorio e le sue diverse realtà».
Quindi sta dicendo non si tratta soltanto di un problema organizzativo ma forse più politico.
«No, non è soltanto una questione organizzativa o politica: riguarda la visione del Festival. Bisogna capire quale Festival del Film vogliamo costruire e in quale momento dell’anno possa avere le migliori possibilità. Naturalmente, non è una decisione che dipende da una sola persona e occorre tenere conto di molti equilibri. Ma credo sia giusto affrontare il tema senza paura, perché restare immobili non significa necessariamente proteggere la tradizione».
L’80. edizione è ormai molto vicina. Che cosa rappresenta?
«Non dev’essere soltanto un anniversario. Sarà un punto di partenza per ragionare sul futuro. Abbiamo creato una nuova struttura di lavoro, approvata dal consiglio di amministrazione, e il comitato strategico lavorerà insieme al management per capire come proiettare il Festival non soltanto nel 2027, ma nei dieci anni successivi. È questo il compito che sento maggiormente come presidente».
Si parla molto dell’“effetto wow” che dovrebbe accompagnare l’80. edizione del Festival. È quello il vero obiettivo?
«L’80. deve certamente essere speciale, ma a me interessa soprattutto ciò che potrà produrre nel lungo periodo. Un singolo evento può creare attenzione; una strategia può cambiare la posizione del Festival. Per costruire qualcosa di solido servono tempo, continuità, relazioni e la capacità di guardare anche ciò che fanno gli altri, senza osservare soltanto noi stessi. Mi piacciono i sogni che possono generare risultati concreti».
La continuità del management è stata una sua scelta precisa?
«Sì. Quando sono arrivata abbiamo lavorato per passare a un sistema più collegiale e comunitario. Non significa criticare ciò che esisteva prima, ma trovare una forma più adeguata al presente e al lavoro di squadra. È una transizione complessa, ma è anche la ragione per cui ho accettato questo ruolo: accompagnare il necessario cambiamento senza disperdere ciò che era già stato costruito».
In che modo vuole lasciare la sua firma sul Festival?
«Creando le condizioni affinché le persone possano lavorare bene insieme e affinché il Festival sappia guardare lontano. Non voglio imporre un gusto personale al programma artistico: quello è il compito del direttore e della sua squadra. Il mio ruolo è costruire la struttura, la strategia, le relazioni e l’ambizione necessarie affinché il progetto possa crescere».
Lei parla della presidenza quasi come fosse una missione.
«Non è una questione di potere. Il ruolo è importante, naturalmente, ma ciò che conta è far avanzare il Film Festival. Io dico quello che penso, e l’ho chiarito anche al consiglio di amministrazione. Voglio costruire e dare al progetto una prospettiva lunga. Non è perché sono presidente che sono legata a Locarno: il mio rapporto con il Festival va oltre il ruolo».
Ha definito il cinema un luogo di resilienza. Perché?
«Perché permette di far circolare idee importanti, soprattutto per le nuove generazioni. I giovani stanno tornando nelle sale, anche attraverso percorsi diversi: scoprono immagini e frammenti online e poi desiderano vivere il film insieme agli altri. È un fenomeno molto interessante. Il cinema continua a reinventare il modo in cui raggiunge il pubblico».
Che cosa si augura per questi dieci giorni?
«Che il pubblico scopra film, persone e idee. Locarno deve restare un luogo nel quale si guarda avanti e nel quale possono nascere incontri e collaborazioni. La qualità rimane il fondamento, ma intorno a essa dobbiamo costruire un Festival sempre più forte, aperto e riconoscibile».
Quest’anno piazza Grande torna a ospitare anche grandi classici nelle proiezioni notturne. Se potesse sceglierne uno da regalare al pubblico, quale sarebbe?
«La mia prima risposta sarebbe Via col vento. Di notte, avrebbe un fascino quasi irresistibile. Ma, ripensandoci, sceglierei Odissea di Christopher Nolan: questa piazza ha una forza scenografica unica, e un simile film potrebbe esprimersi al massimo proprio lì. Le immagini, il respiro epico della storia e una colonna sonora così potente troverebbero nella piazza la loro dimensione ideale».

